Oggi:

2020-07-11 23:55

In Difesa dell’Industria Europea

VERSO L’OTTAVA CONFERENZA PER L’EFFICIENZA ENERGETICA

di: 
Agime Gerbeti

L’EU pone incisivi limiti emissivi alle proprie industrie e contemporaneamente importa nel proprio mercato, il più importante al mondo con 510 milioni di consumatori, beni prodotti con vettori energetici e processi industriali altamente inquinanti, e li considera, da un punto di vista energetico ambientale, come se fossero fabbricati con i migliori standard ambientali europei. Occorrono nuovi strumenti per superare le contraddizioni delle politiche ambientali europee basate sul sistema ETS.

La Cina è entrata a far parte dell’Organizzazione mondiale del Commercio il 1° gennaio 2001. L’accordo prevedeva che dopo 15 anni sarebbe stata riconosciuta come Economia di Mercato e sarebbero decaduti tutti i dazi.

Il Parlamento Europeo all’inizio dell’anno ha votato contro questo riconoscimento cercando di evitare che decadessero quelle protezioni fiscali che hanno schermato l’industria europea in questi anni. La Cina è la fabbrica del mondo e ciascuno dei settori industriali nei quali produce annichilisce il resto della produzione mondiale. Così, ad esempio, la percentuale di produzione europea di acciaio sul mercato mondiale è passata, dal 2003 al 2013, dal 20 al 10%, quella cinese è cresciuta dal 23 al 49%[1].

Oppure, parlando di ceramica – un’eccellenza italiana che ancora primeggia nel mondo per ricerca, eleganza e innovazione – sebbene l’export continui ad essere incoraggiante[2] questo si deve in buona percentuale alle misure antidumping introdotte nel 2011 che hanno permesso al mercato di reggere la concorrenza di prodotti importati da altri mercati con regole di produzione diverse, soprattutto dalla Cina. Le importazioni di ceramica cinese in Europa, a cui sono stati applicati dazi antidumping finalizzati a correggere prassi commerciali opache, hanno subito una riduzione del -63% rispetto ai massimi del 2010, arrivando ad aprile 2015 ad un livello di 23 milioni di metri quadrati.

“La Cina è un’economia sussidiata non di mercato”, ha dichiarato Lisa Ferrarini, vicepresidente Confindustria con delega all’Europa[3], che produce la metà dei 12 miliardi di mq di piastrelle consumati nel mondo (contro i 400 milioni di mq fabbricati in Italia) e “la sua sovraccapacità produttiva si traduce in concorrenza sleale. I dazi antidumping europei sono i più bassi al mondo, ma già mantenerli sarebbe un successo”.

La Cina produce l’85% della propria elettricità con il carbone, un vettore molto economico ma, salvo meraviglie tecnologiche, molto emissivo.

L’esempio cinese è paradigmatico, ma si potrebbe fare analogo ragionamento con l’economia industriale statunitense che sta raggiungendo l’indipendenza energetica con lo shale gas e tight oil – attività estrattive di enorme impatto ambientale ed emissivo - e che attraverso il caldeggiato TTIP, il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, vorrebbe portare sul mercato europeo tutti quei beni prodotti con energia altamente inquinante. La crescita del PIL statunitense rispetto all’Area Euro è stata fenomenale. L’Europa dal 2009 al 2015 ha perso ben 11,5 punti percentuali. Nello stesso periodo gli Stati Uniti sono cresciuti del 24,5%[4].

Così altre economie più o meno emergenti che rivendicano il diritto di industrializzarsi e, dunque, di non sottostare a limiti ambientali di sorta.

Chi pensa di attribuire questa mancanza di competitività europea rifacendosi ai vecchi schemi legati al costo del lavoro fa un’operazione antistorica in tempi in cui la produzione industriale ha percentuali di meccanizzazione e robotizzazione altissime; lo stesso dicasi per le materie prime, di cui tutti i competitor si approvvigionano nel mercato globale, quindi a prezzi analoghi.

La questione centrale consiste nel riconoscere che l’EU pone penetranti limiti emissivi alle proprie industrie e contemporaneamente importa nel proprio mercato, il più importante al mondo con 510 milioni di consumatori, beni prodotti con vettori energetici e processi industriali enormemente inquinanti, e li considera da un punto di vista energetico ambientale esattamente come se fossero fabbricati con i migliori standard ambientali europei.

Anzi, di più, perché non solo queste produzioni non sono soggette al pagamento delle quote di emissione come prevede lo schema ETS per le fabbriche poste nel territorio europeo, ma non hanno neanche quei costi derivanti dall’impegno europeo nell’utilizzo di un mix energetico basato massimamente su metano e fonti rinnovabili, cioè su vettori costosi ma poco emissivi.

Una situazione che ha effetti devastanti per l’economia europea e la sua competitività nel mercato mondiale. Secondo la Commissione Europea l’aumento dell’1% della parte costi dell’elettricità comporta la riduzione del 1,6% dell’export[5].

Ma anche effetti enormi sulle emissioni globali e sul clima. I cambiamenti climatici sono una battaglia troppo importante per poterci permettere passi indietro, ma non possiamo nemmeno consentire di aggravare la nostra industria senza riconoscere anche sugli altri produttori degli obblighi, lasciare che avvenga una così massiccia delocalizzazionedei consumi e, con un perverso “Piano Marshall”, finanziare le economie in via di sviluppo e l’incremento delle loro emissioni.

Come realizzare un recupero della competitività industriale europea e di posti di lavoro, con l’esigenza di salvaguardare l’ambiente?Il prossimo 21 novembre proveremo, con gli Amici della Terra, a cambiare prospettiva, suggeriremo una diversa strategia, un nuovo approccio.

 




NOTE

[1] Fonte World Steel Association.

[2] Con un +8% in valore nei primi sei mesi dell’anno e con crescite stimate al +10% nel biennio 2015-2017.

[3] Alla 34esima edizione del Salone internazionale della ceramica per l’architettura e dell’arredobagno, riportato da Ilaria Vesentini il Sole24Ore del 27 settembre 2016.

[4] Fonte Trading economics.

[5] DG Trade 2014, Energy and competitiveness.