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2017-10-20 10:44

Meno Sprechi d’Acqua, Meno Pale sui Crinali

STRATEGIA ENERGETICA NAZIONALE 2017

Dal sito della Rete della Resistenza sui Crinali, pubblichiamo il testo del promemoria che l’associazione Italia Nostra ha prodotto per il Ministero dello Sviluppo Economico dal titolo“Enormi potenzialità inespresse del sistema di generazione idroelettrica a bacino esistente in Italia”.

In Italia la potenza efficiente lorda degli impianti idroelettrici operativi è quasi raddoppiata dal 1963 ad oggi eppure la produzione idroelettrica si è mantenuta sostanzialmente costante. Le ragioni principali dell’anomalia sono la riduzione d’invaso per interrimento delle grandi dighe e l’aumento degli usi plurimi in competizione con la produzione di energia elettrica.

Italia Nostra, pur con un’ipotesi conservativa, è convinta che “un obiettivo al 2030 di aumento della produzione idroelettrica degli impianti a bacino esistenti, derivante dalla messa in sicurezza delle dighe, dalla rimozione dei detriti accumulati e dalla destinazione esclusiva alla sola produzione elettrica dei bacini dove già sono presenti impianti a ciò destinati, di 25 TWh, corrispondente a metà dell’incremento previsto dalla nuova Strategia Energetica Nazionale della produzione elettrica da Fonti Energetiche Rinnovabili in costanza dei consumi interni lordi, risulti perfettamente realizzabile.” Ciò permetterebbe di escludere la temuta installazione di nuove pale eoliche su tutto l’Appennino, con minori costi per la collettività, più energia programmabile e la riduzione del rischio idrogeologico.

Le enormi capacità non sfruttate del sistema idroelettrico italiano “storico” si possono ricavare per deduzione dalla lettura delle pagine 40 – 43 dello studio dell’ RSE “Energia Elettrica, anatomia dei costi” del dicembre 2014.

Da tale sintesi si desume che dai primi anni ’60 il settore della generazione idroelettrica, per i motivi sinteticamente ricordati a pag. 40, “ha vissuto una fase molto sfavorevole sia a livello politico sia nella pubblica opinione”. Ciò nonostante (leggasi a pag. 42) “la potenza efficiente lorda degli impianti idroelettrici operativi è quasi raddoppiata dal 1963 ad oggi“. La cosa è in evidente contrasto con quanto si mostra nel grafico della produzione idroelettrica a pag. 41 (l’unità di misura è ovviamente il TWh e non il GWh), dove si commenta: “A partire dagli anni 60 il trend di crescita dell’idroelettrico (meglio: della produzione idroelettrica) si è praticamente arrestato, rimanendo sostanzialmente costante fino ad oggi“. E cioè, come si ricava dalla figura 2.11, oscillante attorno ai 50 TWh.

fig. 2.11 – Fonte RSE

Purtroppo l’anomalia non è immediatamente percepibile nello studio dell’ RSE perchè il grafico a pag. 42 (figura 2.12) è evidentemente sbagliato a causa di un errore nella definizione della scala sull’asse delle ordinate. Meglio affidarsi ad un grafico analogo, elaborato da Dataenergia.

fig. 2.12 – fonte Dataenergia

Qui si ha la conferma di quanto scrive l’ RSE sul raddoppio della potenza idro dal 1963 ad oggi (da 12 GW del 1963 a 22 GW del 2012) in sostanziale costanza della produzione.
Si appalesa dunque un’enorme anomalia, che si può spiegare, almeno in parte, con le criticità sistemiche indicate a pag. 41:
“la riduzione d’invaso per interrimento dei serbatoi, il deflusso minimo vitale (DMV), la competizione tra gli usi plurimi della risorsa idrica, le limitazioni d’invaso per problemi di sicurezza. A questo proposito si deve anche considerare che molte dighe hanno ampiamente superato la vita utile di progetto e necessitano quindi di costanti interventi di manutenzione e di livelli di sorveglianza continui”.

Ci permettiamo di aggiungere alle criticità anche un sistema organizzativo, amministrativo e regolatorio particolarmente farraginoso, e in particolare la limitazione produttiva per intervento di emergenza in caso di black out.

Osserviamo, con Fiorenzo Fumanti e Leonello Serva dell’ISPRA nell’articolo sull’Astrolabio del 31 marzo 2015 “L’interrimento degli invasi: cause effetti e rimedi“, che“Il Comitato Nazionale Italiano per le Grandi Dighe ha effettuato una stima dell’entità complessiva dell’interrimento dei serbatoi italiani utilizzando le informazioni di 285 serbatoi (52% del parco totale), suddivisi per due macro-aree (Alpi e Appennini) e corrispondenti ad un volume complessivo di invaso potenziale di 7,35 km3, pari a circa il 55% del volume totale di accumulo potenziale di tutte le grandi dighe italiane. Più della metà dei serbatoi analizzati (53%, 151 su 285) risultano interriti (variazione del volume di invaso superiore al 5% del volume originario di progetto). La riduzione media del volume di invaso è del 47%”. (Questa stima percentuale è ragionevole per valori medi del 30% nelle Alpi, citati in molti articoli, e >50% negli Appennini).
e che “Secondo i dati del Registro Italiano Dighe, attualmente sono presenti sul territorio nazionale 541 grandi dighe di competenza statale (volume d’invaso maggiore di 1.000.000 m3, altezza maggiore di 15 m), e migliaia di piccole dighe di competenza regionale e locale. Delle grandi dighe, ad ottobre 2013, 31 erano fuori esercizio e 13 in costruzione. La loro età media è prossima a 60 anni. L’utilizzazione prevalente è quella idroelettrica (58%) ed irrigua (26%), la restante percentuale è ripartita tra uso potabile (7%), industriale (3%), laminazione ed altro. La capacità d’invaso è di circa 14 km3 (Pascucci & Tamponi, 2013)”.
Ne consegue che le criticità sistemiche di pag. 42 dello studio RSE si possano così sinteticamente quantificare:
a) La riduzione d’invaso per interrimento rappresenta circa il 47 % dell’invaso originario delle grandi dighe.
b) La percentuale degli usi plurimi in competizione con la produzione di energia elettrica (usi irrigui, potabili, industriali, eccetera) rappresenta complessivamente il 41% dell’acqua utilizzata dai bacini delle grandi dighe italiane.
c) le limitazioni degli invasi per motivi di sicurezza rappresentano una cospicua percentuale del potenziale teorico dei grandi bacini. Tuttavia, viste le enormi potenzialità già sottese alle criticità a e b, possiamo trascurare qualsiasi proposta di soluzione (pur attuabile, ma con costi e problemi di ben altra magnitudine) per la criticità c.

Date le percentuali indicate in a e b, e con una semplificazione grossolana ma in grado di esprimere tutte le potenzialità inespresse del sistema, posto pari a 100 il volume delle acque delle grandi dighe utilizzate nel 2013 per la produzione idroelettrica, il volume totale delle acque delle dighe utilizzate per tutti gli usi (compresa la produzione elettrica stessa) sarebbe stato quindi di circa 170 e l’acqua potenzialmente disponibile, con volumi di invaso privi di riduzioni, sarebbe superiore a 320. La produzione idroelettrica del sistema già in essere delle grandi dighe italiane potrebbe dunque, in teoria, essere triplicata.

Stante la priorità assoluta (ripetiamo: assoluta, anche se da noi non condivisa appieno) che viene oggi assegnata dal Governo italiano alla produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile (più volte affermata nel testo della nuova SEN e ribadita anche nel corso del nostro recentissimo incontro al Ministero dello Sviluppo Economico) rispetto ad altre strategie e ad altri macro settori secondo noi più promettenti, queste criticità, per coerenza, possono essere in gran parte superate dalla volontà governativa.

In particolare:
a) L’interrimento – ma più in generale la manutenzione straordinaria – può essere risolto con lavori i cui costi scompaiono (in senso relativo, siccome al costo medio di 10 €/m3 [v. Fornari e Barettini, ENEL Piemonte, 2010] per il disinterrimento sarebbero necessari all’incirca 140 milioni di euro ogni 10 anni) di fronte all’entità (230 miliardi circa, destinati ad aumentare inevitabilmente per raggiungere gli obiettivi al 2030) delle somme fin qui impegnate dai Governi degli ultimi 15 anni nell’incentivazione di quelle FER elettriche che ricevono mediamente, di soli incentivi, circa 200 euro per MWh prodotto.
b) Gli usi concorrenti alla produzione elettrica, a parte il deflusso minimo vitale, dovrebbero essere a carico di altri invasi, in gran parte da realizzare, riservando l’acqua dei bacini con impianti idroelettrici già esistenti alla sola produzione elettrica. I nuovi invasi destinati ad altri usi, e quindi senza necessità di salti, si possono ricavare con maggiore facilità anche in piano, con opere civili enormemente meno costose, purché in aree morfologicamente adeguate. I bacini potenzialmente adatti a tali scopi abbondano in tutt’Italia e, in presenza di una forte volontà politica e di finanziamenti statali in grado di superare le comprensibili inerzie, le opere potrebbero essere in gran parte autofinanziate.

Citiamo come termine di paragone, a mero titolo di esempio e a testimonianza della perfetta percorribilità – anche finanziaria – di questa strategia, il caso del bacino idrico artificiale recentemente realizzato in provincia di Bologna dal Consorzio della Bonifica Renana in località Borgonuovo di Pontecchio. L’invaso, inaugurato nel 2013, può contenere circa 800.000 metri cubi d’acqua, e rappresenta un serbatoio idrico da cui il fiume Reno può attingere e mantenere una regolare portata minima nei siccitosi mesi estivi. Si tratta di un vero e proprio lago con una superficie complessiva superiore a 23 ettari (un chilometro di lunghezza per 400 metri) e l’altezza dell’acqua tra 1,80 e 6,30 metri. L’intervento era previsto nel Piano di azione ambientale della Regione Emilia-Romagna 2004/2006 per affrontare i periodi di secca del fiume Reno. I lavori sono stati realizzati in una ex cava individuata per creare un sito dove raccogliere l’acqua piovana nei mesi invernali per immetterla nel fiume durante i mesi estivi. La Città metropolitana di Bologna e il Consorzio della Bonifica Renana hanno siglato l’accordo per la gestione e l’utilizzo delle acque del bacino, in coordinamento con le strutture regionali competenti. Quest’estate la presenza del bacino ha permesso alla città di Bologna di affrontare la siccità senza quei provvedimenti di natura emergenziale adottati altrove. Per il bacino di Borgonuovo la Regione Emilia-Romagna ha stanziato appena 700 mila euro.
Sarebbe ragionevole prevedere di costruire, in media, un invaso analogo a questo ogni due anni in ogni Provincia italiana da oggi al 2030.
Tutto considerato, i costi delle opere di manutenzione straordinaria, della realizzazione dei nuovi invasi e di tutte le opere ad essi connesse sarebbero comunque, ripartiti per ogni MWh idroelettrico extra così ottenibile, una frazione di quei 200 euro di soli incentivi di cui gode attualmente in Italia la produzione incentivata da FER elettriche. La convenienza è evidente, anche senza considerare i vantaggi derivanti dalla natura non erratica della fonte idrica a bacino, che evita i problemi di rete ed i costi di dispacciamento propri dell’eolico e del fotovoltaico, e la durata enormemente maggiore degli impianti.
A proposito di usi concorrenti alla produzione di energia elettrica, dovrebbe essere assolutamente da rigettare l’idea che, per ridurre i costi di dispacciamento aumentati di due miliardi tra il 2009 e il 2013 (dati RSE) a causa dell’enorme potenziale intermittente installato in quegli anni, sia opportuno sacrificare la produzione idroelettrica, utilizzando parte considerevole dell’acqua delle dighe come pura riserva e riducendo così drasticamente la produzione della fonte principale di energia rinnovabile in Italia. Infatti, così facendo, altre voci di costo in bolletta, ed in particolare nella componente A3, ovviamente aumenterebbero, qualora si intendesse anche solo mantenere inalterata la produzione elettrica da fonti rinnovabili. Se simili comportamenti (già attuati in particolare nel 2015, dopo che nel 2014 si era registrata una produzione record da idro di 58,5 TWh) venissero confermati, tutta la principale risorsa energetica italiana sarebbe ridotta ad un ruolo meramente ancillare delle ben più costose rinnovabili non programmabili. Sarebbe un rovesciamento della logica più elementare. Parafrasando la legge di Gresham per adattarla all’ecologia all’italiana: “La fonte rinnovabile cattiva (cioè non programmabile) scaccia quella buona (programmabile)”.

Pur con tutte le cautele possibili e attraverso un approccio multidisciplinare, rispettando ogni condizione generale di tutela e fornendo, caso per caso per ogni singolo intervento, tutte le valutazioni complessive, appare chiaro che un obiettivo al 2030 di aumento della produzione idroelettrica degli impianti a bacino esistenti (ribadiamo: quelli già esistenti, senza realizzarne di nuovi ed evitando di continuare a costruire gli impianti di “mini idro”), derivante dalla messa in sicurezza delle dighe esistenti, dalla rimozione dei detriti accumulati e dalla destinazione esclusiva alla sola produzione elettrica (fatto salvo il DMV) dei bacini dove già sono presenti impianti a ciò destinati, di 25 TWh, corrispondente a metà dell’incremento previsto dalla nuova SEN della produzione elettrica da FER in costanza dei consumi interni lordi, risulta perfettamente realizzabile. Obiettivi maggiori, più sfidanti, appaiono tuttavia possibili. Ciò permetterebbe di dimezzare (anche se noi, e i geologi in particolare, vorremmo che fosse esclusa del tutto) la temuta installazione di ulteriore potenziale eolico su tutto l’Appennino ed i ben più elevati costi dell’enorme quantità di fotovoltaico prevista dalla nuova SEN.

Tutti questi interventi e le relative opere civili che ne seguirebbero, oltre ad un aumento della produttività, permetterebbero anche una forte riduzione del rischio idrogeologico su tutto il territorio nazionale.

La realizzazione di questa strategia energetica avrebbe dunque l’ulteriore pregio di affrontare, in Italia, la prospettiva di un mutamento climatico sia dal punto di vista del contrasto (meno CO2 grazie all’idroelettrico) che dell’adattamento al cambiamento, stante la possibilità di imbrigliare nei nuovi bacini le ondate di piena dei corsi d’acqua causate da precipitazioni di maggiore intensità.

Ribadiamo che sarebbe preferibile che la realizzazione di tutte queste opere per la produzione di energia elettrica da rinnovabili, anziché essere addebitata nella componente A3 delle bollette elettriche, fosse a carico della fiscalità generale. Anzi, auspicheremmo che le somme che si andranno a liberare in A3 nei prossimi anni per la fine del periodo di incentivazione, piuttosto di essere reindirizzate in A3 per l’acquisto tramite incentivi di nuova energia FER non programmabile, fossero interamente restituite agli utenti. Oltre ad una maggiore equità ed al rispetto dei principi della contabilità nazionale, questi flussi di cassa resi di nuovo fruibili per gli utenti permetterebbero anche di sollecitare maggiori consumi e investimenti che, grazie al conseguente aumento del reddito nazionale disponibile, al suo effetto moltiplicativo e quindi al maggior gettito fiscale, potrebbero finanziare questi nuovi programmi di investimento nel settore idroelettrico senza ulteriore deficit pubblico.

Una politica energetica delle rinnovabili di questo tipo, attraverso la quale l’Italia riprenderebbe in mano il proprio destino affidandosi alle proprie peculiarità storiche ed alle proprie eccellenze nazionali, permetterebbe di rinunciare sia a finanziare esclusivamente tecnologie di produzione estera sia ad imitare politiche ispirate da altri Paesi che, con la scusa della lotta al cambiamento climatico, attuano spregiudicate politiche neo-mercantilistiche per imporre i propri manufatti industriali.
Tale augurabile mutamento nella politica energetica italiana assumerebbe anche l’importante valenza simbolica di un ritorno a politiche realistiche e pragmatiche, con l’abbandono degli slanci faustiani degli ultimi anni – spesso ben oltre il limite dell’autolesionismo, come peraltro deprecato anche dal Ministro Calenda – accompagnati oltre tutto dall’attesa di innovazioni tecnologiche miracolistiche. Ci riferiamo in particolare alla tecnologia degli accumuli di enormi quantità di energia elettrica, in cui dovrebbero realizzarsi svolte rivoluzionarie.

Questo nostro pro memoria è condiviso da uno dei più prestigiosi geologi italiani, il Prof. Gian Battista Vai, Direttore emerito del Museo Geologico Giovanni Capellini, Dipartimento BiGeA, Università di Bologna.