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2017-12-17 03:05

Non Basta Che Sia Bio

IMPIEGO ENERGETICO DELLE BIOMASSE

di: 
Giuseppe Tomassetti

La sostenibilità è per sua natura una valutazione globale, sia pur basata sull’analisi separata dei vari aspetti: l‘ambiente fisico, l‘ambiente economico ed infine l’ambiente sociale/etico. In questo articolo l’autore valuta la sostenibilità dell’impiego energetico delle biomasse in Italia.

Come impieghi delle biomasse si considerano: 1) le centrali elettriche a biomasse solide, 2) le centrali a biooli, 3) il biogas, 4) le reti di teleriscaldamento, 5) il riscaldamento domestico.

  1. Le centrali a biomasse solide hanno taglia abbastanza elevata, decine di MW termici, quindi hanno controlli e filtri come gli altri impianti di combustione ai quali possono essere assimilati per le emissioni di particolato e di NOX nell’ambiente. Il loro punto debole è nel rifornimento della biomassa prevalentemente importata anche da paesi che non certificano i tagli, quindi non sempre è garantita la sostenibilità per la CO2. Le centrali realizzate in posti isolati del Sud, non possono operare in cogenerazione, il rendimento solo elettrico è basso e, finiti gli incentivi, prevedibilmente chiuderanno, quindi non hanno sostenibilità economica. Queste centrali hanno bisogno di rilevanti e regolari forniture di legno sminuzzato, in larga parte importato. Nelle montagne del Sud non c’è stato rilancio delle attività forestali, non si è creata occupazione, quindi non c’è alcuna sostenibilità sociale ed etica, l’unica motivazione è costituita dagli incentivi sull’elettricità.
  2. Gli impianti a biomasse liquide, si sono sviluppati dopo gli impianti a biomasse solide. Essi utilizzano oli vegetali importati (l’Italia è fortemente deficitaria nel settore) o di scarto e grassi animali residui dell’industria alimentare; le macchine sono motori diesel lenti, con taglie attorno ad un MW elettrico quindi con emissioni di particolato e NOX più elevati degli impianti elettrici tradizionali. La sostenibilità per le emissioni e per la CO2 è dubbia. Pochi impianti (1/4) generano in cogenerazione, pur essendo spesso localizzati all’interno di aree industriali. Finiti gli incentivi, molti si fermeranno per mancanza di sostenibilità economica. Dal punto di vista etico/sociale, importare combustibili vegetali da paesi tropicali non ha alcuna ricaduta sul territorio e non appare sostenibile. Diverso è il tema degli oli usati e dei residui grassi che sono un prodotto locale e vanno correttamente smaltiti. Oggi sono disponibili bioraffinerie, come ENI a Venezia e Gela, che possono trasformali in biocombustili con molti vantaggi rispetto ai tanti motori diesel sparsi nel territorio.
  3. Gli impianti che producono biogas utilizzano la fermentazione anaerobica di sostanze organiche animali e vegetali quali le discariche controllate dei rifiuti urbani, i reflui degli allevamenti animali, la frazione organica secca delle raccolte differenziate dei rifiuti urbani, i residui delle industrie agroalimentari; così si semplifica la gestione di questi residui e rifiuti, si eliminano le relative emissioni nell’atmosfera di metano e si riducono i consumi di gas naturale. Il biogas oggi alimenta localmente motori a ciclo Otto, di qualche centinaio di kW elettrici quindi con emissioni di NOX superiori a quelle delle grandi centrali a Ciclo combinato, CCGT. In prospettiva, potrà essere purificato ed immesso nella rete del gas , senza incremento di emissioni rispetto agli usi tradizionali del metano. La sostenibilità per l’ambiente fisico è quindi ottima. La sostenibilità economica, terminato incentivo ed ammortamento, è adeguata per mantenere in esercizio gli impianti. Infine gli impianti di biogas sono dispersi nel territorio, sono dimensionati sulle produzioni locali di rifiuti, arricchiscono il valore aggiunto nel territorio quindi hanno forte sostenibilità sociale. Interessanti prospettive per il tema dei rifiuti urbani, sono costituite dagli impianti a secco per la FORSU (frazione organica del rifiuto solido urbano)come alternativa ai decenni di insuccessi del compostaggio finiti in ammendanti inutilizzabili per la scarsa qualità.
  4. Le reti di teleriscaldamento (TLR) sono realizzate in genere nelle aree montane non metanizzate, hanno caldaie mediamente di potenza, inferiore a 10 MW termici dotate di filtri a manica o elettrostatici con emissioni, misurate on line, comparabili con le caldaie a gasolio. Queste centrali sostituiscono centinaia di punti non controllati di emissioni, quindi la sostenibilità per l’ambiente fisico è verificata e garantita, anche l’effetto sulla CO2 è garantito poiché più del 50-60% della biomassa viene dalla gestione dei boschi locali, boschi che, gestiti a norma, si rigenerano e ricrescono (solo i boschi in fase di crescita assorbono carbonio dall’atmosfera: bilancio fra legno che cresce, foglie che fermentano e residui fossilizzati). L’analisi economica del TLR a biomassa indica che, completato l’ammortamento, vi è una sostenibilità molto elevata in Italia, grazia alle accise che pesano sui combustibili fossili concorrenti, compensando il fattore di carico molto più basso che nei paesi dell’Europa Centrale. L‘ammortamento è una fase molto critica, il Fondo di garanzia, legge da anni, non è mai stato attivato, il supporto molto limitato dei TEE è stato cancellato; il TLR è un’infrastruttura territoriale che richiede mutui ventennali come acquedotti e fognature. Il mercato oggi è fermo. La sostenibilità sociale locale è molto alta per gli impianti realizzati nelle zone montane non metanizzate, rilancia le attività di gestione dei boschi, porta innovazione nelle attività forestali; le risorse necessarie per importare combustibili e per le accise restano nel territorio, cresce una struttura tecnica capace di affrontare altri problemi del territorio.
  5. Gli impianti domestici. La dimensione del consumo di biomasse negli impianti domestici (dell’ordine del 20% delle famiglie) era già stata rilevata da indagini campionarie negli anni ‘80, allora tutti localizzati nelle campagne e nelle aree periferiche. Oggi invece, grazie all’innovazione del legno in pastiglie o pellet, c’è una certa penetrazione anche nelle città, spesso come integrazione di un impianto tradizionale. Le statistiche hanno formalizzato il dato solo quando è stato utile per gli impegni presi nell’UE. Resta aperto il tema della credibilità dei dati, del tutto incongruenti, forniti ufficialmente fra consumi, produzioni dalle varie fonti (foreste, agricoltura, residui dalle attività industriali, beni a fine vita) acquistate o autoapprovigionate e, infine, le importazioni. Dal punto di vista della sostenibilità, per l’ambiente fisico i dati forniti dall’ARPA Lombardia indicano sia la grande differenza fra le diverse tecnologie e fra le diverse tipologie di biomassa, sia la differente rilevanza fra i vari siti, da cui deriva l’impossibilità di dare una sintetica risposta unica. La sostenibilità economica è indubbia, va ricordato che in altri paesi i combustibili da riscaldamento hanno accise molto più basse che in Italia. Non appare proponibile porre accise sulle biomasse sia perché non pesano nella bilancia dei pagamenti, sia per la difficoltà di tassare l’autoconsumo. La sostenibilità sociale/etica è ugualmente una questione complessa. L’autoconsumo fa parte dei diritti di base dei cittadini e dei diritti pratici di chi abita isolato, non è il risparmio economico l’unica molla degli usi. Chi vede bruciare le potature e le stoppie, bruciare i cavi elettrici recuperati, bruciare le montagne d’estate, difficilmente percepisce l’illegalità del suo caminetto. La risposta delle istituzione deve toccare la ricerca e sviluppo dei componenti, i controlli sugli impianti (attivi da più di 50 anni solo in Alto Adige), la congruenza col territorio e, infine, formazione e educazione.

Per una valutazione globale è necessario dunque approfondire le basi di dati sui comportamenti effettivi ed elaborare dei meccanismi validati per portare a fattore comune i diversi aspetti.