Oggi:

2018-04-21 01:44

L’ETS nella SEN

STRATEGIA ENERGETICA NAZIONALE 2017

di: 
Francesco Scalia* e Agime Gerbeti*

Il sistema di scambio di quote di emissione europeo, ETS, non è stato – almeno sino ad oggi – all’altezza delle aspettative. Tale inadeguatezza è imputata, anche dalla Strategia energetica Nazionale, al prezzo troppo basso delle quote di emissione, tale da non incentivare investimenti in tecnologie low-carbon. La stesura definitiva della SEN rinuncia però a perseguire nuove strade di carbon pricing.

La Strategia Energetica Nazionale 2017, adottata con D.M. del 10 novembre 2017, nel definire gli scenari a livello europeo del sistema energetico, registra che «La crescita delle rinnovabili avverrebbe sostanzialmente spiazzando principalmente la produzione a gas, dal momento che l’ETS non sarebbe in grado di determinare la minore convenienza del carbone».

Dunque, al di là dell’efficacia ambientale dell’ETS, il differenziale tra i prezzi del carbone e del gas porterebbe a privilegiare il primo combustibile a discapito del secondo anche a prezzi della CO2 di gran lunga superiori a quelli comunemente ritenuti incentivanti tecnologie low carbon (25-30 €/Ton). Infatti, sempre la SEN 2017 rileva che il prezzo della CO2 negli scenari europei al 2030, a seconda del target di efficienza energetica assunto come ipotesi (dal 27% all’ipotesi massima del 40%), varia da 42 a 14 €/ton. Ebbene, gli stessi scenari – con i diversi prezzi della CO2 – prefigurano un mix energetico in cui la generazione elettrica a carbone rimane pressoché costante (dal 13,8% con il prezzo della CO2 a 42 €, al 15,1% con il prezzo a 14€), mentre scende vertiginosamente la quota di gas naturale (dal 15,1% al 9,2%).

Inoltre, l’aumento del prezzo delle quote di emissioni renderebbe ancor meno competitive sul mercato le produzioni europee, a vantaggio di quelle che fanno ricorso alle fonti energetiche più emissive. La conseguenza possibile è la delocalizzazione in paesi extra UE delle industrie energivore e la maggiore competitività nello stesso mercato europeo delle produzioni di quei paesi.

La ragione dell’inefficacia dell’ETS sta nell’essere questo un mercato artificiale limitato ai confini di una sola delle potenze industriali del pianeta. E a nulla inciderà, sul breve e medio periodo, il nascente mercato cinese. Se aumenterà il prezzo delle quote di emissione – e quando verrà definitivamente abbandonata la pratica delle assegnazioni gratuite – il sistema opererà come incentivo a varcare quei confini ed a spostare le produzioni ove è possibile fare ricorso a fonti energetiche emissive, ma meno costose, senza dovere pagare ulteriori oneri ambientali. Di più, nello stesso mercato europeo saranno sempre più competitive le produzioni extra UE, che non dovranno scontare i costi di mix energetici più virtuosi, con la conseguenza che i consumatori europei finanzieranno le produzioni più emissive. Questa evidenza dovrebbe indurre – così come suggeriva il documento di consultazione della SEN 2017- a ridiscutere l’ETS in ambito europeo «prendendo in considerazione anche misure di carbon pricing» (passaggio però cassato dalla stesura definitiva).

La letteratura scientifica ha proposto soluzioni di fiscalità ambientale diverse, non necessariamente alternative all’ETS, che potrebbero anzi essere complementari allo stesso, correggendone le storture. Tra i Paesi che si sono mossi verso queste soluzioni spicca il Regno Unito, che ha introdotto un prezzo minimo della CO2 con traiettoria crescente ed un livello massimo di emissione per KWh elettrico prodotto (Emission Performance Standard – EPS) di 450grCO2/KWh per nuovi impianti. Ciò ha incentivato il passaggio dal carbone al gas nella generazione elettrica e ridotto drasticamente le emissioni di CO2.

Altra soluzione possibile è fare del mercato europeo – oggi il primo mercato importatore al mondo – e della competizione nello stesso, l’incentivo all’adozione su scala globale di tecnologie low-carbon. Ciò avverrebbe se l’Europa adottasse un’imposta sulle emissioni aggiunte (ImEA) applicata cioè al bene, ovunque esso sia stato prodotto, sulla base del suo contenuto di carbonio. Il vantaggio di questa imposta è che, a differenza della classica carbon tax, non grava sulla produzione (non è quindi limitata alle imprese del Paese impositore, con l’effetto di delocalizzazione e di asimmetria competitiva di cui si è detto), ma sul consumo.

La Commissione Europea ha previsto la definizione e l’approvazione entro il 2018 dei Piani nazionali energia e clima dei singoli Stati membri, al fine di rendere coerenti gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas climalteranti e quelli per l’efficienza e le rinnovabili con gli impegni assunti con l’accordo di Parigi.

L’anno che stiamo vivendo è, quindi, cruciale per l’adozione di misure che consentano di superare i paradossi che –pur con le migliori intenzioni- hanno caratterizzato le politiche ambientali europee.

 

*Francesco Scalia Docente nell’Università di Cassino e Agime Gerbeti, Docente nell’Università di Roma, Lumsa