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2019-12-07 08:06

Un Inquinamento Lungo 200 Chilometri

IL MERCURIO NEI FIUMI E NEL MARE

di: 
Pierfranco Lattanzi*

Sono stati pubblicati i risultati di una prima indagine sulla diffusione del mercurio nei bacini del Paglia e del Tevere. Lo studio è stato realizzato, negli ultimi tre anni, dalle Agenzie regionali per l’ambiente di Lazio, Umbria e Toscana in collaborazione con le Università di Firenze e Perugia e con le autorità sanitarie, anche a seguito della campagna degli Amici della Terra del 2016 .

L’indagine sistematica sulla presenza di mercurio nei sedimenti fluviali del bacino Paglia-Tevere è iniziata nel 2010 con uno studio nell’area di Abbadia San Salvatore, condotto dall’Università di Firenze in collaborazione con il Servizio geologico degli Stati Uniti (U.S. Geological Survey), in particolare nella persona di John Gray, uno dei massimi esperti di mercurio a livello mondiale. I primi risultati furono pubblicati nel 2012 [1], e furono seguiti nell’arco di due anni da altri studi complementari, elencati in [2]. Benché collocati in qualificate riviste internazionali di ampia diffusione in ambito scientifico, sul momento tali risultati non suscitarono una particolare attenzione nelle istituzioni territoriali e nell’opinione pubblica in generale. Nel 2015, i tecnici dell’Agenzia regionale per l’ambiente dell’Umbria (ARPAU) constatarono nei sedimenti fluviali del Paglia nei pressi di Orvieto la ripetuta presenza di mercurio in concentrazioni superiori al limite di legge per suoli residenziali (1 mg/kg). Queste segnalazioni dell’ARPAU indussero un maggiore interesse da parte delle istituzioni, ed ebbero una certa eco mediatica.

Nel giugno del 2016, l’associazione ecologista Amici della Terra promosse un incontro pubblico sul tema a Roma [3]; un altro incontro pubblico fu organizzato poco dopo dal Comune di Orvieto [4]. Nel settembre dello stesso anno, l’Autorità di bacino attivò un tavolo di coordinamento tra le Regioni coinvolte (Toscana, Umbria e Lazio), che incaricarono le rispettive ARPA di elaborare un piano d’indagine, che venne poi messo in atto a partire dal 2017 con il supporto scientifico delle Università di Firenze e Perugia, e con il contributo delle autorità sanitarie (ASL2 Umbria) per quanto riguarda le sostanze edibili (verdura e pesci). Le attività di questo piano, che rappresenta peraltro una prima fase di conoscenza di questo complesso fenomeno, si sono concluse sostanzialmente nel 2018, anche se alcuni dati integrativi sono stati prodotti nel 2019. I risultati, illustrati in dettaglio nei rapporti delle ARPA alle competenti autorità, sono stati riassunti in una pubblicazione scientifica recentemente apparsa in una delle principali riviste ambientali a livello internazionale [5], e vengono qui presentati in sintesi non tecnica.

L’indagine ha riguardato principalmente sedimenti e acque fluviali lungo tutto il corso del Paglia, e del Tevere dall’affluenza del Paglia stesso all’invaso di Castel Giubileo (circa 10 km a nord di Roma), per un’estensione complessiva di oltre 200 km. Oltre che nell’alveo dei fiumi, diversi campioni sono stati prelevati lungo transetti comprendenti anche un’ampia zona su entrambi i lati dei fiumi, per definire, almeno approssimativamente, la larghezza della “zona contaminata”, operativamente definita come quella in cui sono stati riscontrati superamenti del limite di 1 mg/kg di mercurio totale, stabilito dalla legge per suoli residenziali e agricoli. Lungo questi transetti sono stati quindi campionati anche suoli e/o sedimenti fluviali non attuali. L’ubicazione dei transetti è stata decisa in base ad un’analisi dell’evoluzione morfologica dell’alveo dei fiumi dal 1800 ad oggi. In diversi punti sono stati campionati pesci (barbi e cavedani), e sono stati altresì campionate diverse specie vegetali edibili coltivate nei pressi delle sponde. Sono state infine condotte misurazioni preliminari del contenuto di mercurio in aria in due zone (corso del Paglia al confine tra Toscana e Lazio, e nei pressi di Orvieto).

Si riscontrano contenuti “anomali” (ossia superiori al predetto limite di 1 mg/kg) di mercurio nei sedimenti fluviali e nei suoli lungo tutto il tratto investigato, anche se vi è una netta diminuzione da nord a sud. I valori massimi (fino a 1900 mg/kg) si osservano nei pressi delle ex-miniere del Monte Amiata, mentre a sud dell’invaso di Alviano si osserva in generale una diminuzione dei contenuti di metallo. L’ampiezza della zona “anomala” (corridoio impattato) si estende a tutto l’alveo recente (post-1800) dei fiumi, e subisce peraltro una continua modificazione in conseguenza della dinamica fluviale, in particolare gli eventi di piena. Per contro, le acque presentano contenuti minimi di mercurio, largamente inferiori al limite di legge per le acque potabili (1 mg/L). La conferma che il metallo è poco mobile in soluzione viene dai test di lisciviazione, che indicano rilasci quasi nulli dai sedimenti e dai suoli. In accordo con questa scarsa mobilità, i contenuti di Hg nelle verdure analizzate sono modesti, e non rappresentano, secondo la valutazione della ASL, un significativo rischio di esposizione per la popolazione. Anche i test preliminari del mercurio in aria indicano valori inferiori al limite guida di 200 ng/m3 raccomandato dall’agenzia USA ATSDR. Al contrario, i pesci manifestano spesso contenuti > 0.5 mg/kg, ritenuti potenzialmente pericolosi per la salute. Le analisi sono state condotte su specie erbivore/onnivore quali barbi e cavedani; predatori a livelli più alti della catena alimentare, come luccio o siluro, presumibilmente hanno contenuti ancora maggiori, a causa dell’effetto di bioaccumulo.

I risultati di questo studio confermano quanto già ipotizzato in studi precedenti, in particolare:

i) la sorgente del mercurio è da ricercarsi nella passata attività estrattiva e metallurgica del distretto amiatino; le opere di bonifica in atto ad Abbadia San Salvatore potranno sperabilmente minimizzare l’afflusso di nuovo materiale contaminato, ma non arrestare la ridistribuzione di quello che già si trova, presumibilmente da decenni, nel sistema fluviale;

ii) riguardo all’ipotesi, formulata tra l’altro in occasione dei ricordati incontri di Roma e Orvieto del 2016, di un contributo di mercurio dalle attuali centrali geotermiche amiatine al bilancio del metallo nel sistema Paglia-Tevere, il presente studio conferma la precedente conclusione di Benvenuti & Costagliola [6] che tale contributo è del tutto trascurabile;

iii) coerentemente con gli studi preliminari di Rimondi et al. [7], il mercurio è presente in forme poco solubili e poco volatili, di conseguenza la contaminazione di acqua e aria è minima, non raggiungendo valori ritenuti pericolosi;

iv) il trasferimento alla biosfera è modesto per le specie vegetali, ma significativo per i pesci;

v) l’estensione del fenomeno rende impraticabile ogni ipotesi di bonifica totale, pertanto la strategia operativa deve essere quella di minimizzazione del rischio; a tal fine possono essere utili approfondimenti sulle forme chimiche (“speciazione”) del mercurio, e lo sviluppo di nuovi transetti per una migliore definizione del “corridoio impattato”; sembra inoltre opportuno monitorare l’effetto delle bonifiche minerarie, passate e in atto, e valutare l’impatto sul mar Tirreno (cf. [8];

vi) la più ovvia misura di contenimento del rischio è la limitazione della pesca a fini alimentari, peraltro già prevista da ordinanze di alcuni comuni rivieraschi; altre misure possono essere suggerite da una specifica analisi del rischio; occorre altresì definire le competenze delle varie istituzioni, eventualmente anche attraverso normative ad hoc.

In conclusione, salvo la predetta limitazione della pesca, non sembrano al momento sussistere situazioni di rischio immediato per la popolazione, tuttavia sono necessarie nuove azioni di monitoraggio e approfondimento. Le Agenzie regionali di Toscana e Umbria in effetti hanno messo in atto, in modo indipendente, una seconda fase di studio, mentre al momento non sembra che l’Agenzia laziale abbia in programma nuove indagini. Pur apprezzando questo continuo interesse, almeno a livello di due regioni, è fonte di rammarico la perdita della concertazione a livello interregionale, che appare il contesto più adeguato per la migliore comprensione di un fenomeno così articolato e complesso.

 

*Associate researcher, CNR-IGG, UOS Firenze. Consultant, Centro di Geotecnologie, Università di Siena. Former Professor of Applied mineralogy, Università di Cagliari

 

Riferimenti bibliografici

[1] V. Rimondi et al., Science of the total environment 414, 318-327; https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2011.10.065

[2] V. Rimondi et al., Italian journal of geosciences 134, 323-336; https://doi.org/10.3301/IJG.2015.02

[3] http://www.amicidellaterra.it/index.php/studi-e-attivita/strada-del-mercurio

[4] http://www.comune.orvieto.tr.it/notizie/fiume-paglia-incontro-interregionale-su-contaminaz

[5] V. Rimondi et al., Environmental pollution 255, 113191; https://doi.org/10.1016/j.envpol.2019.113191

[6] M. Benvenuti & P. Costagliola, Geologia dell’ambiente 4/2016, 2-5

[7] V. Rimondi et al., Chemical geology 380, 110-118; http://dx.doi.org/10.1016/j.chemgeo.2014.04.023

[8] P. Montuori et al., Environmental Science Pollution Research 23, 23694-23713; https://doi.org/10.1007/s11356-016-7557-5