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2020-07-15 07:35

Una Vecchia, Grave Questione Ancora Non Risolta

AMIANTO

di: 
Giovanni Barca

L’amianto è ancora molto presente sul territorio italiano. Per la contrazione del mesotelioma, causato nell’80% dei casi dalle fibre d’amianto, è sufficiente una bassissima esposizione ai manufatti che contengono il minerale. Ritardare la bonifica è per nulla ragionevole, soprattutto se tali ritardi fossero dovuti alla mancanza d’impianti di smaltimento. In attesa degli esiti dell’apposita commissione affidata dal ministro Costa all’ex procuratore Guariniello, l’autore riassume i termini del problema.

Le fibre e le polveri d’amianto, se inalate, sono fortemente cancerogene per l’uomo. A partire dagli anni ’60, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), ha riconosciuto la pericolosità di tali fibre, e tutti i  minerali di amianto sono stati classificati dannosi per la salute dell’uomo e per l’ambiente.

La pericolosità dell’amianto nei confronti della salute dell’uomo era nota in Europa (Francia, Olanda, Belgio, Germania) sino dagli anni quaranta del secolo scorso. Ciò nonostante  la produzione di manufatti contenenti questo minerale è continuata a lungo in diverse parti del mondo, soprattutto in Canada e in Russia, e anche  in Italia, secondo produttore europeo dopo la Russia.

In Italia, la produzione di manufatti contente amianto è cessata nel 1992 ma tale materiale è ancor molto presente sul territorio nazionale.

Dal VI rapporto INAIL del 2018, si evince che “l’Italia è attualmente uno dei paesi al mondo maggiormente colpiti dall’epidemia di malattie amianto-correlate. Tale condizione è la conseguenza di utilizzi dell’amianto che sono quantificabili a partire dal dato di 3.748.550 tonnellate di amianto grezzo prodotto nazionalmente nel periodo dal 1945 al 1992 e 1.900.885 tonnellate di amianto grezzo importato nella stessa finestra temporale. Il sistema di sorveglianza epidemiologica dei casi di mesotelioma è costituito nel nostro paese dal Registro nazionale dei mesoteliomi (ReNaM) istituito presso l’Inail, dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale”.

Il VI Rapporto del ReNaM del 2018 riferisce dei casi di mesotelioma rilevati dalla propria rete di rilevamento  con una diagnosi compresa nel periodo 1993 - 2015. Sono riportate informazioni relative a 27.356 casi di mesotelioma maligno (MM). Oltre il 90% dei casi di mesotelioma registrati risulta a carico della pleura, sono presenti inoltre 1.769 casi peritoneali (6,5%), 58 e 79 casi rispettivamente a carico del pericardio e della tunica vaginale del testicolo. Fino a 45 anni la malattia è rarissima (solo il 2% del totale dei casi registrati). L’età media alla diagnosi è di 70 anni senza differenze apprezzabili per genere. 

Le modalità di esposizione sono state approfondite per 21.387 casi (78,2%) e, fra questi, il 70,0% presenta un’esposizione professionale (certa, probabile, possibile), il 4,9% familiare, il 4,4% ambientale, l’1,5% per un’attività di svago o hobby. Per il 20% dei casi l’esposizione è improbabile o ignota. Pertanto, la percentuale di casi di mesotelioma per i quali l’analisi anamnestica ha rilevato una esposizione ad amianto lavorativa, ambientale, familiare o a causa di hobbie è, sull’intero set di dati, pari all’80,1%.

La lavorazione di quasi 6 milioni di tonnellate di amianto nel periodo 1945-1992, che in buona parte sono state mescolate a cemento, ha prodotto un infinità di manufatti d’uso comune utilizzati per lo più in edilizia. Per la loro resistenza al fuoco, impermeabilità e leggerezza tali prodotti sono ancora oggi diffusi su tutto il territorio nazionale e come si desume dal rapporto Inail sopracitato costituiscono un rischio effettivo per la salute dell’uomo. Per la contrazione del mesotelioma che, come abbiamo visto, è causato nell’80% dei casi dalle fibre d’amianto, è sufficiente una bassissima esposizione al minerale. Pertanto, ritardare la bonifica è per nulla ragionevole soprattutto se tali ritardi fossero dovuti alla mancanza d’impianti di smaltimento.

La questione è stata affrontata dal legislatore nazionale sino dal 1992, con legge 257/92, ma l’eliminazione dei manufatti d’amianto non è stata mai completamente risolta e sono ancora numerose le strutture, anche pubbliche, nelle quali tale minerale è ancora presente e rappresenta un rischio per la salute.

Nel marzo del 2019, il Ministro Costa ha dichiarato che ci sono in Italia ancora 32 milioni di tonnellate di amianto in circolazione in Italia; al fine di procedere alla definitiva mappatura del materiale presente, la sua bonifica e lo smaltimento, ha nominato un apposita commissione di lavoro affidandone il coordinamento a Raffaele Guarinello che da magistrato si era a lungo occupato della questione in Piemonte.

Il dato riportato dal Ministro è in linea con i dati delle Arpa e con quelli presenti nei piani regionali amianto PRA che, seppur con ritardo, le Regioni stanno portando a termine.

I quantitativi in questione sono assai elevati e  la rimozione dell’amianto è rischiosa per chi compie le operazioni bonifica e messa in sicurezza. Tali rischi sono tuttavia gestibili a fronte dei rischi, ben più elevati, dell’esposizione indiscriminata che si corrono se nulla viene fatto e se tutti i manufatti ancora presenti non sono correttamente smaltiti.

Uno dei principali problemi legato alla definitiva rimozione dell’amianto è legato alla scarsa disponibilità di impianti dedicati. Tale carenza impiantistica complica e rende assai costosa la rimozione. La carenza di impianti dedicati alla gestione dei rifiuti d’amianto, che sono a tutti gli effetti rifiuti pericolosi, non è una novità: il problema è presente sino dalla fine degli anni novanta. Del resto, la carenza di impianti per la gestione dei rifiuti in generale è problema cronico in diverse Regioni del nostro paese.

Dal rapporto sui rifiuti speciali anche pericolosi di Ispra del 2019 ,relativo ai conferimenti 2017, si desume che sono state prodotti in Italia circa 330.000 ton di rifiuti contenenti amianto,  il 95% di questi rifiuti sono costituiti da materiale di costruzione  (Eternit) mentre il rimanente 5% è costituito da materiali isolanti contenti amianto, pastiglie per freni  e apparecchi fuori uso contenenti amianto in fibre libere. Tale quantitativo è conferito per circa 230.000 ton in discariche Italiane prevalentemente collocate al Nord mentre 100.000 ton sono conferite all’estero per lo più in miniere dimesse della Germania. La volumetria residua sul totale delle discariche italiane ammonta soltanto a circa un milione di metri cubi. Il rapporto fotografa un andamento molto lento della rimozione dell’amianto (mediamente 400.000 ton anno nell’ultimo decennio) e scarse disponibilità residue  di smaltimento. Con l’andamento attuale potremmo sbarazzarci dei quantitativi ancora presenti sul territorio Nazionale in circa 80 anni esponendoci  ancora per parecchi anni al rischio di malattie polmonari.

Se prendiamo a base di una possibile pianificazione nazionale il dato di 32 milioni di tonnellate e ci poniamo l’obbiettivo di mettere in sicurezza tutto l’amianto ancora presente in 10 anni, dovremmo dotarci di impianti capaci di smaltire ogni anno circa 3milioni di tonnellate di rifiuto. Se ancora, secondo un principio di prossimità, si ritenesse opportuno realizzare impianti vicini ai luoghi di produzione, potrebbero essere ipotizzati una quindicina d’impianti, dislocati da nord a sud su tutto il territorio, ciascuno a servizio di una/due Regioni. Impianti di questo tipo avrebbero una capacità di smaltimento annua pari a circa 200.000 ton (pari ad oltre 600 ton/giorno).

Un’operazione di questo genere richiederebbe molto ottimismo, buona volontà e  determinazione a fronte di tutte le opposizioni che normalmente vengono avanzate  tutte le volte che si renda necessaria la realizzazione di un impianto di gestione dei rifiuti.

Dal punto di vista delle tecnologie disponibili per lo smaltimento dei rifiuti contenenti amianto, non ci sono indicazioni cogenti da parte dell’UE. Anche le recenti BAT, di cui alla decisione d’esecuzione 2018/1147 del 10 agosto 2018, affrontano in generale il tema del trattamento di rifiuti anche pericolosi ma non affrontano nello specifico la problematica.

Allo stato dell’arte, le possibilità di messa in sicurezza di tale tipologia di rifiuto sono costituite da:

  • - trattamenti termici, in cui si prevede una modifica della struttura cristallochimica ad elevate temperature;
  • - trattamenti chimici, in cui si prevede una modifica della struttura cristallochimica mediante l’applicazione di sostanze chimiche (acidi o basi forti concentrate);
  • - trattamenti meccano chimici, in cui si prevede una modifica della struttura cristallochimica applicando la macinazione ad alta energia o una ultramacinazione;
  • - discarica.

In diversi paesi europei (ad esempio, in Belgio nel 2016 e in Olanda nel 2018) si sono effettuate analisi e studi di dettaglio per individuare i migliori trattamenti possibili. Anche in Italia, il  CNR nell’ambito di uno specifico progetto (vedi il sito www.filieraamianto.it) ha effettuato studi e formulato proposte e sembra privilegiare processi d’inertizzazione finalizzati al recupero, quale alternativa alla discarica. La previsione del recupero di tale tipologia di rifiuto, seppur inertizzato, pare molto ottimista se pensiamo, ad esempio, alle difficoltà che spesso s’incontrano nella commercializzazione del compost di qualità ottenuto dalle raccolte differenziate dei rifiuti urbani.

La realizzazione d’impianti a caldo ad alto contenuto energetico dovrebbe in ogni caso tener conto dei costi elevati di trattamento nonché delle relative emissioni in conformità alle BAT Conclusion di cui alla sopracitata decisione UE del 10 agosto 2018. In Italia, ad oggi, non esistono impianti industriali di modificazione della struttura cristallina ma solo impianti d’inertizzazione che inglobano in una malta, generalmente cementizia, i cristalli d’amianto; quest’ultima operazione è assai delicata da un punto di vista della sicurezza dei lavoratori.

Allo stato attuale la soluzione  più percorribile a costi ed impatti ragionevoli pare quella proposta in diverse Regioni e relativa alla  realizzazione di  impianti di discarica monotematici esclusivamente dedicati a questa tipologia di rifiuto. Per tali impianti si dovranno tuttavia prevedere rigorose procedure di conferimento, coltivazione del fronte di discarica e chiusura oltre a prescrivere adeguati impianti di trattamento del percolato capaci di trattenere fibre libere d’amianto che potrebbero disperdersi prima del ricoprimento dei rifiuti.

Il gruppo di lavoro nominato dal Ministro Costa avrebbe dovuto dare le prime indicazioni  del proprio lavoro a giugno 2019 ma dal sito del Ministero non risulta nulla al riguardo. Se tale gruppo di lavoro producesse linee guida per un piano nazionale di gestione dei rifiuti d’amianto con indicazioni sui tempi, le tipologie e il numero di impianti necessari, questo sarebbe un gran bel risultato.