Oggi:

2021-01-22 20:40

Contro i Nuovi “Ecomostri”

EOLICO E PAESAGGIO

di: 
Carlo Alberto Pinelli

L’autore, regista, scrittore e storico dirigente di Mountain Wilderness, esprime in questo articolo un appassionato tentativo di far comprendere il valore irrinunciabile del paesaggio e la portata dello stravolgimento a cui sarebbe condannato il territorio italiano col proliferare di pale eoliche.

Foto di Copertina: Oreste Rutigliano

E’ un antico e radicato difetto dei nostri simili quello di confondere e sovrapporre i concetti di bello e di buono. Quasi che l’uno trascini automaticamente dietro di sé il secondo. O viceversa. In questo equivoco cadono anche a mio parere gli amici di Legambiente e di Greenpeace quando, in mancanza di argomenti più stringenti, sostengono che le pale eoliche abbelliscono i paesaggi identitari sui quali troneggiano, arricchendoli di un tocco di modernità. Entrambe queste associazioni – in altri campi benemerite – hanno trasformato le gigantesche torri degli aerogeneratori in un feticcio: l’icona indiscutibile della salvezza del Pianeta. Di conseguenza quelle torri gigantesche devono per interna coerenza essere anche belle.

Se il loro ragionamento non dipendesse da questo equivoco sarebbe un tantino difficile comprendere per quale ragione entrambe le associazioni abbiano lottato, anche in tempi non troppo lontani, contro lo stravolgimento dei paesaggi delle coste italiane, dovuto alla speculazione illegale delle seconde case e a quelle superfetazioni edilizie che allora esse stesse definivano come eco-mostri. Stravolgimento dal quale i paesaggi rivieraschi (o, se per questo, anche quelli montani) avrebbero dovuto essere “arricchiti” grazie a un analogo soffio di modernità.

Mi piacerebbe sapere perché noi, che venivamo considerati come preziosi alleati nella difesa dello skyline dolomitico, oggi siamo stati trasformati nei portatori di una visione del paesaggio naturale e storico viziata dal lezzo di una retrograda e morbida nostalgia. Ci definiscono ciechi nemici del progresso, proprio come sostenevano e continuano a sostenere gli speculatori che vorrebbero avere mano libera nella degradazione del Bel Paese. Forse i dirigenti delle due associazioni dovrebbero meditare su questa imbarazzante somiglianza.

Se vogliamo smontare l’ingenuo ma pericoloso assioma che il buono è anche bello, dobbiamo cominciare a interrogarci sulla validità del primo dei due termini. Le pale eoliche sul territorio italiano sono davvero “buone”? Cioè rappresentano un’ efficace e definitiva soluzione per contrastare il riscaldamento globale, dovuto alle emissioni di CO2?

Chi lo sostiene, contro l’evidenza, in realtà vuole solo assolversi dicendo, quando si infila nel letto, di aver fatto il possibile per fuggire dalla trappola che la specie umana si è costruita attraverso l’illusione dello sviluppo infinito. E contemporaneamente offrire un buon esempio, indicare un percorso al resto delle nazioni mondiali. In altre parole cerca di garantirsi la coscienza a posto prima di addormentarsi, sperando di trovare la calza della Befana straripante di aria pulita e di comportamenti virtuosi la mattina successiva. Bene. La notizia che purtroppo dobbiamo dare a costoro è che la Befana non esiste e che qui in Italia il ricorso alle pale eoliche, per quanto invasivo possa essere, non sposterà nemmeno di un centimetro i termini del drammatico problema dell’effetto serra mondiale. L’Europa è responsabile di un nono delle emissioni inquinanti di CO2. L’Italia contribuisce a questo totale per circa un decimo. Se qui da noi si riuscisse a eliminare totalmente l’utilizzazione dei combustibili fossili (cosa assolutamente impossibile) la differenza a livello planetario sarebbe del tutto insignificante. Si potrebbe anche tacere, lasciando che essi continuino a cullarsi nelle loro infantili illusioni. Ma come si può farlo quando quelle illusioni hanno effetti tutt’altro che innocui e stanno causando per certo la più drammatica alterazione dei paesaggi italiani mai subita dal nostro paese nella sua storia millenaria?

Sto esagerando? Il prof. Mark Jacobson della Stanford University, riconosciuto esperto mondiale di energie rinnovabili, ha dichiarato un anno fa che l’Italia, per raggiungere il 20% di energia elettrica da fonti eoliche, dovrà adattarsi a riempire di aerogeneratori (alti più di 200 metri) una superficie pari all’intera regione Friuli Venezia Giulia. Per immaginarsi l’effetto finale basta snocciolare queste decine di migliaia di “eco mostri” lungo tutto l’arco delle elevazioni appenniniche. Non troveremmo più un paesaggio privo di quella soffocante muraglia rotante, spacciata, con una non lieve mancanza di pudore, come un’allegra “pennellata” di modernità. Questo per quanto riguarda il massacro del paesaggio identitario della penisola. Ne vale la pena?

Il responsabile delle energie rinnovabili di Legambiente di recente ha messo in campo l’opinione di due architetti per sostenere con il loro appoggio la bellezza degli aerogeneratori. Non mi scandalizza pensare che qualcuno possa giudicare un singolo aerogeneratore un interessante esempio di design industriale. Magari anche due. O addirittura tre, in prospettiva. Ma qui stiamo parlando di migliaia e migliaia di manufatti identici e identicamente assertivi. Di fronte a una simile quantità trovo che abbia poco senso discettare sulla qualità estetica. Anche la più sublime opera d’arte se fosse ripetuta per un numero quasi infinito di volte si trasformerebbe in un’omologazione inaccettabile, a senso unico, degli ambienti che invaderebbe. Di grandi muraglie ce ne basta una. Oso dire che l’effetto devastante sarebbe stato lo stesso se tutte le linee di cresta appenniniche fossero state modificate da innumerevoli copie del duomo di Orvieto o della Torre di Pisa. Senza contare che queste due opere architettoniche sono alte neppure un terzo dei moderni aerogeneratori. E di conseguenza sarebbero meno visibili a distanza.

Tutto ciò detto, desidero ripetere che noi non siamo contrari per principio all’energia dal vento. E ne riconosciamo il valore simbolico e propositivo. Però crediamo sia opportuno ridimensionarne l’efficacia, che sarà sempre marginale (fino a quando Cina e USA resteranno i produttori dei 3/4 delle emissioni di CO2 nell’atmosfera), per concentrare gli sforzi dell’intera comunità internazionale nella ricerca di strumenti davvero adeguati alla mitigazione dell’effetto serra planetario. Strumenti che non appartengono a orizzonti utopistici ma esistono già in fase sperimentale.

L’emergenza climatica e il desiderio compulsivo di dare “il buon esempio” non possono essere utilizzati come lasciapassare per lo scardinamento sregolato dei valori naturalistici, storici, culturali del paesaggio italiano. Mettiamoci una buona volta intorno a un tavolo per decidere dove le pale eoliche possono essere installate senza irrimediabili offese al paesaggio e dove invece non dovranno venire innalzate né ora né mai.