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2026-02-18 15:42

Decarbonizzare il Calore: l’Italia e la Sfida dell’Efficienza Termica

DALLA XVII CONFERENZA PER L’EFFICIENZA ENERGETICA

di: 
Angelica Agosta*

Imprenditrice di grande esperienza nei settori dell’efficienza energetica termica, l’autrice ha colto in pieno il messaggio di “Reset delle politiche climatiche europee” lanciato dalla XVII Conferenza per L’Efficienza Energetica concentrando il suo intervento sul calore, la dimensione più rilevante dell’energia.

In Copertina: Foto Giorgio Maiozzi, Amici della Terra

 

La transizione energetica europea è stata sinora caratterizzata da obiettivi sfidanti, da raggiungere in tempi estremamente brevi. Tuttavia, l’approccio adottato è stato spesso polarizzato su soluzioni che definisco mainstream: fotovoltaico, auto elettriche, mobilità sostenibile. Tecnologie più semplici da comprendere e capaci di generare consenso immediato, ma che non hanno costruito una vera strategia di sistema.

Questa polarizzazione ha prodotto risultati parziali: ha accelerato la diffusione di alcune tecnologie, ma non ha inciso in modo strutturale sulla dipendenza energetica, né ha rafforzato la capacità industriale interna e ha introdotto la problematica della dipendenza tecnologica e dalle materie critiche. È stato più facile “spingere” su soluzioni immediatamente visibili e comunicabili, piuttosto che affrontare la complessità del calore, che richiede integrazione tra filiere, infrastrutture e territori.

 

Energy Efficiency First: un concetto dimenticato

Eppure, la stessa Comunità Europea ha introdotto, sin dalla fine degli anni ’90, il concetto di “Energy Efficiency First”. Nel documento Best Available Techniques for Energy Efficiency, redatto per promuovere l’attuazione della Direttiva IPPC, si sottolineava chiaramente la necessità di agire in favore dell’efficienza come leva strategica per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e rispondere alla crescita della domanda.

Non solo: si evidenziava l’importanza di integrare soluzioni di efficienza con attori terzi, promuovendo modelli di cooperazione tra industria e territorio, in un’ottica di coesione energetica e ambientale.

 

Il calore trascurato nel Green Deal

In questo contesto, il comparto termotecnico è stato trascurato nel Green Deal, a favore di soluzioni che non hanno prodotto risultati significativi in termini di crescita della produzione interna e che presentano maggiori criticità sotto il profilo della dipendenza tecnologica e da materie critiche.

Il calore è la dimensione più rilevante dell’energia: in Italia oltre il 60% del gas naturale consumato serve a produrre calore in industria, terziario e civile, e circa il 40% solo nel settore residenziale per riscaldamento e acqua calda sanitaria. Trascurare il termico equivale, di fatto, a rinunciare agli obiettivi di decarbonizzazione. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una questione strategica: il riscaldamento pesa per il 70% della spesa energetica delle famiglie, e intervenire significa anche incidere direttamente sulla vita quotidiana delle persone.

 

La filiera italiana: un patrimonio da mobilitare

L’Italia è leader nella termotecnica. La maggior parte dei componenti chiave è prodotta in stabilimenti italiani o europei, con garanzia di qualità, tracciabilità e sicurezza di approvvigionamento. Questa filiera poggia su una tradizione meccanica e meccatronica consolidata (dall’oil&gas alla motoristica industriale) che l’ha resa un riferimento mondiale, con oltre 1,6 milioni di addetti nel comparto metalmeccanico e meccatronico, che pesa per quasi il 50% su quello riferito al settore manifatturiero (fonte: Federmeccanica 2023 - L’industria meccanica e meccatronica. Dato elaborato da Federmeccanica su dati Eurostat).

È un patrimonio da mobilitare per la transizione energetica, trasformando l’efficienza termica in un vantaggio competitivo nazionale.

 

Obiettivi e criteri guida

Quando si parla di obiettivi, inoltre, non esiste una tecnologia o una fonte che prevalga sull’altra: i criteri guida nella scelta devono essere risparmio, indipendenza energetica e indipendenza tecnologica, nel rispetto della filiera interna.

Promuovere l’integrazione di soluzioni e delle fonti significa adottare una vera cultura della multidisciplinarietà. È un approccio più complesso, ma è l’unico che può garantire risultati duraturi. Nessuna tecnologia da sola possiede tutte le risposte; solo un sistema integrato, collaborativo e misurato sui risultati può trasformare gli obiettivi in realtà.

 

La Direttiva EPBD e il riconoscimento del calore

Parlando della nuova Direttiva EPBD (Energy Performance of Buildings Directive), approvata nel 2024, che fissa obiettivi vincolanti per ridurre i consumi energetici degli edifici e decarbonizzare il patrimonio immobiliare entro il 2050, l’augurio è che il calore venga finalmente riconosciuto come infrastruttura strategica.

 

Le tecnologie già disponibili

Le soluzioni per intervenire sull’efficienza del calore esistono e sono mature. Non parliamo di scenari futuri, ma di tecnologie già operative e scalabili:

  • Tri-cogenerazione: un unico sistema che produce elettricità, calore e freddo, con risparmi di energia primaria e CO₂ superiori al 12%. Valorizzando anche solo il 50% del potenziale tecnico stimato, si arriverebbe a circa 58 TWh/anno, con un risparmio energetico tra 2,5 e 3 Mtep e una riduzione di 6–7,2 milioni di tonnellate di CO₂.
  • ORC (Organic Rankine Cycle): trasforma il calore di scarto in energia elettrica pulita, evitando 0,4 tonnellate di CO₂ per ogni MWh prodotto. Se collegato a una rete di teleriscaldamento e se recupera anche il calore di condensazione, il beneficio raddoppia.
  • Pompe di calore: utilizzano fino al 75% di energia rinnovabile (aria, acqua, roccia) e garantiscono un risparmio di energia primaria fino al 60% rispetto alle caldaie a condensazione. Le nuove generazioni raggiungono temperature oltre gli 80°C, rendendole adatte anche agli edifici esistenti e all’industria.
  • Solare termico: sfrutta la radiazione solare con un’efficienza tripla rispetto al fotovoltaico per superficie occupata. Ogni MWh termico prodotto consente di risparmiare circa 0,107 TEP e di evitare 2,4 tonnellate di CO₂.

Queste tecnologie non sono alternative tra loro, ma complementari. La loro integrazione permette di costruire sistemi energetici più resilienti e diversificati.

Le tecnologie termiche trovano la loro massima efficacia se integrate con accumulo termico e digitalizzazione, veri moltiplicatori di efficienza.

  • Gli accumuli termici (sabbia, sali fusi, PCM) permettono di conservare energia quando è disponibile e rilasciarla quando serve, riducendo la potenza installata e sfruttando energia rinnovabile altrimenti inutilizzata. Consentono anche di sfruttare l’energia fotovoltaica in eccesso, fornendo un contributo alla stabilità della rete.
  • La digitalizzazione (smart metering, EMS, SCADA, domotica, machine learning) consente di anticipare i fabbisogni, modulare gli impianti in base a meteo, occupazione e segnali di prezzo, con risparmi aggiuntivi tra il 10 e il 20%.

In questo senso, accumulo e digitale non sono semplici accessori, ma veri acceleratori della transizione.

 

Il termico come leva per il bilanciamento e la stabilità della rete

Il termico non è soltanto calore: le soluzioni descritte hanno un impatto diretto anche sulla stabilità e sul bilanciamento della rete elettrica.

La tri-cogenerazione, ad esempio, può modulare la produzione di elettricità in funzione della domanda, riducendo i picchi e garantendo continuità di servizio. Gli impianti ORC, recuperando calore di scarto e trasformandolo in energia elettrica, contribuiscono a fornire potenza flessibile proprio nei momenti in cui la rete ne ha più bisogno.

Un ruolo decisivo è svolto proprio dagli accumuli termici, che trasformano l’intermittenza delle rinnovabili in stabilità di sistema. Per esempio, nel caso delle soluzioni power to hit, applicate alle reti di teleriscaldamento, è possibile “immagazzinare” l’energia elettrica prodotta in eccesso (overgeneration) e convertirla in calore stoccato da rilasciare quando la domanda di riscaldamento aumenta.

Le pompe di calore, integrate con sistemi di accumulo hit to hit, possono essere attivate nelle ore di maggiore disponibilità di rinnovabili (come il fotovoltaico a mezzogiorno) per immagazzinare energia sotto forma di calore nei sistemi di accumulo stessi. L’energia così accumulata può essere rilasciata quando la produzione elettrica cala, ma aumenta la richiesta di calore per riscaldamento.

In questo modo, il comparto termico diventa un alleato della rete elettrica, trasformando la sua flessibilità in un servizio di sistema che riduce costi, sprechi e vulnerabilità, e rafforza la resilienza complessiva del Paese.

Il ruolo strategico degli accumuli termici lo conferma anche il JRC della Commissione Europea, che nel 2025 ha lanciato l’European Energy Storage Inventory, il primo database europeo che mappa in tempo reale tutte le forme di accumulo, inclusi quelli termici. Un’infrastruttura strategica, sviluppata nell’ambito di REPowerEU, per supportare la pianificazione energetica e la sicurezza del sistema.

 

Il calore come strumento di coesione tra imprese e territori

Le tecnologie termiche possono anche essere valorizzate come motore di una fattiva ed efficace cooperazione tra imprese e territori, analogamente a quanto già avviene con le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER). La logica è la stessa: mettere risorse e infrastrutture in rete per generare benefici condivisi.

Nel caso del termico, le possibilità sono molteplici. A titolo di esempio, si può citare il caso di un’impresa con forte consumo elettrico, ma con altrettanto cascame termico che non le è utile. In una configurazione di questo tipo, il recupero del calore di scarto attraverso un impianto ORC in assetto cogenerativo consente di produrre energia elettrica destinata all’autoconsumo dell’industria stessa e, contemporaneamente, di distribuire l’acqua calda di raffreddamento del condensatore a reti di teleriscaldamento al servizio di edifici residenziali, scuole, ospedali e uffici pubblici. In questo modo, il recupero del calore risulta più che ottimizzato, trasformando un “rifiuto energetico” in risorsa condivisa.

Un altro esempio concreto è quello di un cogeneratore installato presso un’azienda agroalimentare: l’impianto produce elettricità per alimentare i processi produttivi e calore per la pastorizzazione o l’essiccazione. Il calore in eccesso, invece di essere disperso, viene convogliato in una rete di teleriscaldamento che serve il quartiere circostante, garantendo riscaldamento a costi ridotti per abitazioni e servizi pubblici. L’impresa riduce la propria bolletta energetica e diventa al tempo stesso fornitore di energia utile per la comunità, rafforzando il legame con il territorio.

In prospettiva, le soluzioni termiche possono quindi assumere un ruolo analogo alle CER elettriche, ma con un impatto ancora più diretto perché si tratta di un modello che unisce competitività industriale e coesione sociale, trasformando la transizione energetica in un progetto di sviluppo locale.

 

Conclusioni

La transizione energetica non può più essere affrontata con approcci parziali o polarizzati. È stato più facile spingere su soluzioni immediatamente visibili e comunicabili, ma senza una visione di sistema non si costruisce resilienza né indipendenza.

Il calore, spesso trascurato anche se è la dimensione più rilevante dell’energia, deve essere riconosciuto come infrastruttura, perchè intervenire sull’efficienza termica significa incidere direttamente sulla vita quotidiana delle famiglie, ridurre la dipendenza dal gas e rafforzare la competitività industriale.

Le tecnologie sono già disponibili e mature e trovano la loro massima efficacia se integrate con accumuli e digitalizzazione, trasformando il termico da semplice voce di consumo a servizio strategico.

L’Italia dispone di una filiera industriale leader che può essere mobilitata per guidare la transizione. La sfida è quindi duplice: da un lato riconoscere il termico come leva di sistema, dall’altro promuovere modelli di cooperazione tra imprese e territori, analoghi alle Comunità Energetiche Rinnovabili, capaci di trasformare surplus e scarti in valore condiviso.

Decarbonizzare il calore significa investire in indipendenza energetica, coesione sociale e innovazione diffusa. È un progetto che unisce competitività industriale e resilienza territoriale, e che può trasformare la transizione energetica da obbligo normativo a strategia di sviluppo.

Angelica Agosta è Co-founder & President di Aionergy S.r.L.