ENERGIA E MATERIA
Ignorare le basi materiali della nostra economia non è mai stata una buona idea ma è ancora più grave oggi che sul controllo delle risorse si fonda un cambiamento strutturale senza precedenti. E tuttavia, l’Europa, in grave crisi di competitività, non riesce a smarcarsi dalle scelte ideologiche e ancora tenta di costruire un'industria “verde” dipendente proprio da quei materiali che la Cina controlla.
In Copertina: Immagine da “Titanic”, regia di James Cameron, 1997
Il passaggio dell'ordine economico globale da un paradigma di globalizzazione senza attriti ad uno di acuta securitizzazione delle risorse rappresenta il cambiamento strutturale più significativo dalla rivoluzione industriale. Questa riconfigurazione è catalizzata dalla convergenza di tre pressioni esistenziali: la manifestazione fisica dei limiti planetari, l'esaurimento delle risorse naturali di alta qualità e l'aggressiva riaffermazione delle politiche “America First” di Donald Trump.
L’economia non è fatta di algoritmi finanziari, ma di flussi di energia e materia, se si contestualizza l'attuale panorama internazionale come una lotta per la sopravvivenza materiale allora anche la cruda pragmaticità di Donald Trump agisce alla luce di una logica superiore: la consapevolezza che la crescita infinita è giunta al termine e che la gara per accaparrarsi ciò che resta è sostanzialmente aperta.
Per l'Unione Europea, un'entità povera di risorse che storicamente fa affidamento sul multilateralismo basato su regole, questa nuova era rappresenta una minaccia fondamentale per la sua base industriale e la sua autonomia strategica. L’Unione, privata dell’accesso a energia o materiali di alta qualità sufficienti per mantenere le sue strutture articolate, lascia intuire come la perdita di complessità possa condurla al collasso economico. Qualche cosa di molto simile a quella che Mario Draghi ha definito una “lenta agonia”.
Il collasso europeo come perdita di complessità
Non solo la riduzione quantitativa, ma anche la perdita qualitativa delle relazioni con le risorse porta a una diminuzione della capacità di assorbire stress: ad una riduzione della resilienza. Un sistema economico che subisce una perdita di complessità diventa strutturalmente debole, ed una minima variazione nelle condizioni al contorno o un blocco nell'approvvigionamento delle risorse può portare rapidamente alla degenerazione del sistema stesso.
L’ordine liberale "basato sulle regole", l'architettura post-1945 che ha garantito la globalizzazione, e su cui è prosperata l’economia europea è entrato in una fase di decomposizione terminale. Al suo posto sta emergendo una partizione globale, una divisione del pianeta in due sfere d'influenza distinte e isolate: la sfera americana, Nord, Sud America ed Europa occidentale e quella cinese, che oggi include larga parte del resto del mondo.
Una gara verso il basso
I mercati finanziari occidentali verticalizzati sulla massimizzazione del profitto hanno operato a scapito di una sistematica svalutazione del futuro: le possibilità oltre il prossimo “quarter” venivano ignorate. L'illusione che il PIL possa crescere indipendentemente dalla base materiale ha spinto ad ignorare la realtà fisica della imprescindibile correlazione tra energia e crescita economica. L'Europa oggi è un vero e proprio, tragico, caso di studio della svalutazione del futuro: ha abdicato per decenni al proprio potenziale industriale, delegando alla Cina la produzione e la raffinazione in nome dell'efficienza. Oggi, il Continente si scopre deindustrializzato e privo di accesso diretto alle risorse, incapace di sostenere il proprio peso economico senza il permesso dei nuovi monopolisti dei materiali.
Fortress America
Nel contempo, lo storico Ombrello a stelle e strisce sceglie un futuro nazionalista e securizzato in cui il possesso materiale è l'unica vera legge e nella corsa all'accaparramento di ciò che resta costruisce la sua politica di “Fortress America”, il Progetto Vault - formalizzato dal governo USA il 2 febbraio 2026, per creare una riserva strategica di minerali critici senza precedenti per dimensioni e architettura operativa - che accelera la frammentazione dell'economia globale in blocchi concorrenti.
La formalizzazione dello smantellamento degli strumenti diplomatici e l'abbandono del soft power a favore della coercizione e delle leve economiche: per l’Europa la questione non è più se le catene di approvvigionamento siano geopolitiche, ma come posizionarsi prima che le nuove catene di approvvigionamento minerarie si consolidino. La convergenza tra il Progetto Vault ed il controllo energetico americano nell’era della scarsità ha molteplici e profondi impatti sulla sovranità industriale europea.
Il meccanismo a prezzo concordato e l'accesso preferenziale per i partecipanti del Progetto Vault creano un mercato globale a più livelli. Le aziende del “club Vault” beneficiano di una protezione contro la volatilità dei prezzi e gli shock di offerta, mentre quelle che ne restano fuori, prevalentemente aziende europee, sono esposte al pieno impatto delle restrizioni alle esportazioni cinesi e alle fluttuazioni del mercato. Questa dinamica rischia di svuotare la base industriale europea che potrebbe trasferire la produzione negli Stati Uniti per accedere alla sicurezza della riserva strategica.
OBBBA
Mentre gli Stati Uniti stanno accelerando l'estrazione mineraria interna attraverso l'One Big Beautiful Bill Act e la riforma NEPA, l'Europa rimane impantanata in processi di autorizzazione lunghi e complessi che possono durare decenni, di fatto intrappolata tra la sua identità di “potenza normativa” e la necessità pragmatica di estrarre risorse. Una realtà certificata dalla stessa Corte dei conti europea che sottolinea come la diversificazione dei fornitori “non sta producendo risultati tangibili”, le “strozzature” ostacolano la produzione interna e il riciclaggio “è ancora agli albori”.
Questo clima, in cui l’ambientalismo catastrofista si è fatto strumento di carriera per burocrati e politici e fonte di finanziamento per le Ong e dove la ricerca viene in prevalenza finanziata a fini climatici, amplifica la confusione europea e non risparmia nemmeno l'ex Presidente della BCE che, nel suo rapporto, illustra la crisi di competitività ma poi propone di "raddoppiare" sulle rinnovabili come via per la re-industrializzazione.
Solo in Europa le energie rinnovabili vengono presentate come la panacea mentre i dati globali raccontano una storia diversa: rimangono un "errore di arrotondamento" nel mix energetico globale. E tuttavia l'Europa ha scelto il suicidio energetico chiudendo le centrali nucleari mentre tenta di costruire un'industria verde dipendente proprio da quei materiali che la Cina controlla.
Non si può re-industrializzare un continente con fonti energetiche che richiedono la stessa complessità materiale che non siamo più in grado di produrre. La via alla transizione che l’Europa ha imboccato non è un passaggio tecnologico verso un mondo "più verde" ma un inevitabile ridimensionamento della nostra civiltà.