Oggi:

2024-05-22 20:23

Non Sparate sulla Ricerca e sulla Cooperazione

AMBIENTE E GUERRA

di: 
Mario Pileggi

Un gruppo internazionale di nove scienziati ha pubblicato su Nature Climate Change lo studio “Towards an increasingly biased view on Arctic change” sugli ostacoli alle attività di ricerca scientifica e ambientale nella regione artica, in conseguenza delle tensioni attivate dall’invasione dell’Ucraina. L’autore spiega la rilevanza dei danni dovuti ai conflitti armati e all’aumento degli episodi di intolleranza nelle università.

In Copertina: Svalbard Satellite Station, foto di Bernt Rostad


Tra le nefaste conseguenze delle tensioni geopolitiche attivate dall’invasione dell’Ucraina, sono da includere le gravi limitazioni e gli ostacoli per le attività, le ricerche scientifiche e gli studi ambientali internazionali e sui cambiamenti climatici.

Di queste conseguenze si è occupato un gruppo internazionale di nove scienziati costituito da López-Blanco, E., Topp-Jørgensen, E., Christensen, TR et al., in un recente studio: “Towards an increasingly biased view on Arctic change” pubblicato dalla prestigiosa rivista Nature Climate Change, nel gennaio 2024. In particolare, nello studio si evidenzia come “l’invasione russa dell’Ucraina ostacola la capacità di descrivere adeguatamente le condizioni nell’Artico, distorcendo così la visione sui cambiamenti artici”.

L’Artico è una regione particolarmente sensibile ai cambiamenti climatici dove si rilevano forti fenomeni di innalzamento delle temperature atmosferiche, riduzione della copertura di ghiaccio marino e perdita di habitat per la fauna selvatica. Sulle condizioni dell’Artico incidono in modo rilevante le attività industriali di estrazione e sfruttamento del grande patrimonio di risorse naturali, biologiche e geominerarie presenti, tra cui: oro, argento, rame, zinco, nichel, platino, diamanti, sale, potassio e fosfati; petrolio e gas naturale; vasta quantità di acqua dolce, sotto forma di fiumi, laghi e ghiacciai. Attività antropiche che hanno un impatto sull'ambiente e sul clima, minacciando la biodiversità e la sostenibilità degli ecosistemi locali e contribuendo al cambiamento climatico su scala globale.

L’Istituto di Scienze Polari del CNR e l’insieme della comunità scientifica mondiale concordano nel considerare l’Artico una regione chiave per lo studio dei cambiamenti climatici i cui effetti sono sempre più evidenti a tutte le latitudini. Significativo, in proposito, il ruolo cruciale del ghiaccio marino artico sulla corrente calda del Nord Atlantico (Corrente del Golfo) e sulle conseguenze sull’Antartide e sull’emisfero sud, e quindi sul clima globale.

I cambiamenti climatici globali possono influenzare la Corrente del Golfo attraverso l'aumento della temperatura delle acque superficiali dell'oceano e la fusione dei ghiacci artici, che possono alterare i gradienti di temperatura e salinità che guidano il moto delle correnti oceaniche.

L'Artico si riscalda a un ritmo due o quattro volte superiore rispetto alla media globale e il

rapido scioglimento dei ghiacciai della regione mette a rischio anche una preziosa fonte di informazioni sulla storia climatica del nostro pianeta.

I ghiacci artici, infatti, conservano una sorta di "memoria" del clima passato, grazie alla registrazione di variazioni di temperatura, livelli di gas serra, particelle vulcaniche e altri fattori ambientali. Questi dati oltre a permetterci di ricostruire i cambiamenti climatici del passato sono fondamentali per comprendere i meccanismi naturali che influenzano il clima e valutare l'impatto delle attività umane sui cambiamenti  attuali e futuri.

Vari studi, richiamati anche nei Rapporti dell’IPCC (Intergovernmental Panel on ClimateChange)  evidenziano come l’impatto dei cambiamenti climatici avvertiti a tutte le latitudini del Pianeta è particolarmente accentuato nell’Artico. In alcuni di questi, come evidenziato nella pubblicazione di Michael Previdi et al. su “Environmental Research Letters”, Volume 16, N°9 del 2021, “Arctic amplification of climate change: a review of underlying mechanisms”, sono sintetizzate le attuali ipotesi dei meccanismi fisici che danno origine all’Amplificazione Artica e ai relativi impatti sui sistemi umani e naturali. 

Nel febbraio scorso anche il CNR, nella presentazione del “Programma di ricerche in Artico. Le sfide della ricerca”, ha sottolineato che “l’aumento della temperatura in Artico è quasi tre volte rispetto alla media mondiale, con alcune regioni che presentano un aumento fino a 2.7°C ogni dieci anni, corrispondente addirittura a 5-7 volte il tasso di crescita globale della temperatura.” La Amundsen-Nobile Climate Change Tower (CCT) è l'infrastruttura chiave della ricerca italiana nell’Artico, Climate Change Tower Integrated Project (CCT-IP), per l'acquisizione continua dei parametri atmosferici a diverse altezze e all'interfaccia tra la superficie e l'atmosfera, per studiare l’interazione tra tutte le componenti del sistema climatico.

Ampia documentazione con dati e valutazioni di alta qualità scientifica sulle condizioni d’inquinamento e sulla rilevanza planetaria di quanto accade nella regione artica è prodotta e in parte disponibile sul portale dell’AMAP (Arctic Monitoring and Assessment Programme), del forum intergovernativo degli otto Stati (Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Stati Uniti e Federazione Russa) del Consiglio Artico (Arctic Council) attualmente presieduto dalla Norvegia.

Nel rapporto AMAP Arctic Climate Change Update 2021: Key trends and Impacts, sono contenuti gli ultimi aggiornamenti con tendenze ed impatti ottenuti attraverso il monitoraggio e la valutazione dello stato della regione artica rispetto alle questioni relative all'inquinamento e ai cambiamenti climatici.

Dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia, che è la più grande nazione artica, ha smesso di partecipare alle attività del Consiglio Artico, ha interrotto le collaborazioni scientifiche globali e interdetto l’accesso ai dati delle 17 stazioni di monitoraggio localizzate entro i propri confini e al di sopra di 59 gradi di latitudine nord. La mancanza dei dati scientifici delle stazioni russe, che rappresentano metà del territorio terrestre artico, ostacola la ricerca e lo scambio di dati scientifici per comprendere e mitigare gli impatti del cambiamento climatico e dell'inquinamento in una delle aree più sensibili del pianeta.

I danni collaterali provocati dai comportamenti della Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina hanno ostacolato anche le ricerche e gli studi inerenti il Trattato Internazionale sull’Antartide firmato nel 1959; trattato che, tra l’altro, promuove la collaborazione su questioni come la protezione delle specie. La guerra in Ucraina ha creato una situazione difficile per i ricercatori ucraini che si trovavano già in Antartide al momento dell'invasione. Ricercatori di altri paesi sono dovuti intervenire per garantire che questi scienziati ricevessero supporto e trasporto, evitando che rimanessero bloccati senza cibo o risorse essenziali. Il blocco russo del porto di Odessa, il più grande porto marittimo ucraino, ha impedito all'Ucraina di servire la sua stazione da campo antartica. Questo ha avuto conseguenze drammatiche per la ricerca antartica ucraina, che ha subito una battuta d’arresto.

Il deterioramento del contesto geopolitico e i conseguenti ostacoli all’attività di monitoraggio e contrasto ai cambiamenti climatici e all’inquinamento si sono ulteriormente  aggravati a seguito dell’attacco terroristico del 7 ottobre ad Israele che, tra l’altro, ha compromesso la realizzazione di importanti progetti di Prosperity Green e Prosperity Blu per affrontare le sfide climatiche e rafforzare la cooperazione tra Israele e Giordania attraverso la realizzazione di impianti di generazione e stoccaggio di energia solare fotovoltaica in Giordania e per la realizzazione di un nuovo impianto di desalinizzazione in Israele. E’ rimasta senza seguito la storica dichiarazione di intenti della Giordania per esportare circa 600 megawatt di elettricità generata dall'energia solare e di Israele di esportare  fino a 200 milioni di metri cubi di acqua desalinizzata in Giordania, firmata all'Expo di Dubai dalla ministra dell'Energia israeliana Karin Elharrar, dal ministro giordano per l'Acqua e l'Irrigazione Mohammad Al-Najjar e dalla ministra per i cambiamenti climatici degli Emirati Arabi Uniti Mariam Al Mheiri.

Infine, proprio nella zona artica, la morte di Alexei Navalny, che con il suo movimento politico ha contribuito a mettere in luce le questioni climatiche e ambientali, ha rappresentato un pessimo presagio per la Russia.  In particolare, la gestione dei rifiuti assume notevole importanza nella Russia artica a causa delle intense attività industriali e di estrazione delle risorse naturali sopra accennate che producono significativi fenomeni di inquinamento atmosferico, del suolo e delle acque.

I rilevanti danni all’ambiente e alle attività di ricerca per il contrasto ai cambiamenti climatici, causati dai conflitti e dalle nuove tensioni nei rapporti internazionali non possono essere sottovalutati o sottaciuti da chi è interessato realmente a promuovere la tutela e valorizzazione dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile.

Agire per attenuare le tensioni geopolitiche e favorire la cooperazione scientifica e lo scambio dei dati tra le Università e i centri di ricerca del pianeta è una necessità non solo per la comunità scientifica ma per il bene dell’umanità intera. Ogni sincero ambientalista dovrebbe preoccuparsi degli atti d’intolleranza e settarismo in ambito accademico, come quello che, nell’Università di Torino, ha portato a rinunciare al bando MAECI 2024 di ricerca e cooperazione scientifica internazionale con le Università israeliane. Rinuncia denunciata con forza da Susanna Terracini, presidente del dipartimento di Matematica della stessa Università. «La ricerca deve essere uno strumento di pace» ha ribadito la scienziata, così come ha affermato il Presidente Mattarella in occasione del Centenario del CNR.

*Mario Pileggi è geologo e consigliere nazionale degli Amici della Terra