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2026-01-23 09:18

L’Economia Circolare: Cos’è, Cosa Non è, e Perché, Malgrado Tutto, i Rifiuti Non Scompariranno

POLITICHE AMBIENTALI

di: 
Antonio Massarutto*

L’autore di “un mondo senza rifiuti?” torna sul concetto di "economia circolare" per valutare i progressi delle policy ispirate da questa fortunata intuizione, ma anche per mettere in guardia dal suo utilizzo come alibi per non occuparci dei rifiuti di oggi che non spariscono solo in virtù delle nostre buone intenzioni.

In Copertina: Immagine da ClipartMax

 

Economia circolare significa che la nostra economia può funzionare come quelle degli altri esseri viventi, alimentandosi dal sole e rigenerando continuamente le proprie basi materiali, in contrapposizione all’economia lineare – quella dell’usa e getta. Questa intuizione ci suggerisce l’opportunità di agire per trasformare il nostro modo di produrre e consumare. La stessa Unione Europea detta un’agenda impegnativa che guiderà questa trasformazione nei decenni a venire. Guai però a confondere il traguardo ideale con quello che, concretamente, si può e si deve fare nell’immediato. Il rischio è che l’economia circolare diventi un alibi per non decidere, chiudendo gli occhi di fronte ai problemi di oggi. Se ciò accadrà sarà la criminalità organizzata, ancora una volta, a riempire il vuoto, gestendo i rifiuti che i nostri occhi non avranno voluto vedere. A modo suo, naturalmente.

 

L'economia circolare in due parole

L’economia circolare è diventata una specie di tormentone. Dalle direttive europee agli articoli di giornale, dai discorsi dei politici ai saggi degli accademici: ormai il fortunato slogan coniato da Ellen Mc Arthur è sulla bocca di tutti, e soprattutto sull’agenda delle cose da fare dei top manager, dei banchieri e dei policymaker. È ormai ben chiaro che questo è uno dei principali terreni su cui si giocherà la partita della competizione economica dei prossimi decenni.

In parole povere, “economia circolare” significa trasformare la nostra economia perché assomigli a quella di ogni altro essere vivente. In natura, la materia non si consuma, e tutto si alimenta dal sole: direttamente attraverso la fotosintesi, o indirettamente utilizzando per il proprio sostentamento altri esseri viventi, in un meccanismo che di continuo si rinnova, governato dalla simbiosi e, appunto, dalla circolarità.

Ogni essere vive in equilibrio con tutti gli altri. È un equilibrio fragile, in costante divenire, governato da meccanismi di evoluzione e adattamento ai continui shock che il sistema subisce. Su questo equilibrio ha fatto la sua irruzione un potente fattore di condizionamento, chiamato homo sapiens. Sebbene abbia iniziato ad operare millenni or sono con l’invenzione dell’agricoltura e dell’allevamento, è negli ultimi 200 anni che l’antropizzazione ha conosciuto una formidabile accelerazione, che ci permette oggi di vederne con chiarezza gli effetti.

Nessuno, a parte homo sapiens, consuma risorse dissipandole. Nessuno invade l’ecosistema, sottomettendolo alle proprie esigenze materiali e logistiche e calpestando con la propria “impronta” i più remoti angoli del pianeta, inclusi l’atmosfera e i fondali oceanici. Nessuno produce “rifiuti”, ossia scarti che non rientrano nel grande ciclo della natura, fornendo alimento a qualche altro essere, ma si accumulano per dover essere smaltiti e, per questo, sottopongono l’ambiente a ulteriori pressioni e interferenze dannose. E per molto tempo non se n’è accorto, o comunque ha ritenuto di non doversene dare troppa pena. L’inquinamento è stato visto come un effetto collaterale – spiacevole, ma inevitabile e, tutto sommato, accettabile – dell’enorme progresso materiale che ha interessato l’umanità dalla rivoluzione industriale in poi.

Homo sapiens ha creduto di affrancarsi dalla dipendenza dai cicli naturali, ma ha solo spostato, dalla scala locale a quella planetaria, l’ambito territoriale entro il quale è necessario far quadrare i conti. Il momento di fare i conti è però arrivato. Che il modello lineare – preleva, usa, consuma, butta – non potesse durare per sempre, in fondo, si è sempre saputo. Ma per molto tempo si è potuto pensare che la cornucopia della società dei consumi sarebbe durata molto a lungo. Tutti gli scenari catastrofisti – da Malthus al Club di Roma – sono stati finora disattesi. Il fattore “innovazione”, fino ad ora, ha più che compensato la crescente scarsità di mezzi “naturali”. Le miniere si esauriscono? Andremo a cercarle più lontano, magari in fondo agli oceani. La popolazione cresce? La sfameremo coltivando il suolo più intensivamente, aumentandone la produttività grazie alla meccanizzazione e alla chimica. Il petrolio scarseggia? Lo tireremo fuori dagli scisti, di cui c’è abbondanza. Il terreno scarseggia? Costruiremo i grattacieli, sviluppandoci in altezza.

Ma ora sono altri segnali – cambiamenti climatici, antropizzazione ormai debordante, ecosistemi ormai condizionati ovunque dalla presenza dell’uomo, inquinamento sempre più pervasivo – a mostrarci che siamo giunti a un punto-limite. I “confini planetari” sono in vista, e alcuni sono stati già varcati. Aggiungere un nuovo piano alla torre di Babele non è la soluzione. È necessario cambiare rotta, ma in che direzione?

L’economia circolare si contrappone alla critica radicale che vede nel capitalismo industriale la fonte dello squilibrio, e invoca quindi il ritorno a un mondo senza crescita, con meno consumi, meno artificialità, meno cose. L’economia circolare è, piuttosto, una scommessa sulla capacità del capitalismo industriale di rinnovarsi, ritrovando un rapporto equilibrato con il più vasto ecosistema terrestre, non già rinunciando alla tecnologia, all’industria e al mercato, ma dando loro un nuovo indirizzo e un nuovo modello di funzionamento. L’efficienza energetica e materiale può essere incrementata di molte volte usando tecniche già note, ma finora trascurate. Già oggi, volendo, potremmo vivere in “case passive” (che producono un surplus di energia anziché consumarne), solo facendo attenzione alle tecniche costruttive, ai materiali edili e agli accorgimenti progettuali. Già oggi potremmo generare tutta l’energia elettrica consumata nel mondo – compresa quella necessaria per elettrificare tutti i veicoli o per produrre l’idrogeno necessario ad alimentarli – usando tecnologie a fonte solare, perfettamente rinnovabili. Già oggi potremmo ridurre in modo significativo i rifiuti elettrici ed elettronici, progettando apparecchiature che possano essere riparate sostituendo solo le parti che lo necessitano.

La tecnica dell’economia lineare è stata la nostra alleata contro una “natura matrigna”. La tecnica dell’economia circolare sarà alleata della natura e cercherà di ispirarsi alle sue soluzioni – la fotosintesi, l’adattamento biologico – anziché contrapporvisi. Se stessimo parlando di geopolitica, parleremmo di “rovesciamento delle alleanze”.

Ma più ancora che l’innovazione tecnologica, è l’innovazione organizzativa e logistica a rappresentare la chiave di volta per incrementare esponenzialmente l’efficienza. Già oggi potremmo sostituire buona parte dei trasporti di merci e dell’intermediazione attivando filiere corte e nuove economie di prossimità, in alleanza con l’intelligenza artificiale e la rete.

Fare di più con meno. Non rinunciare a soddisfare i bisogni, ma farlo in modo diverso. Usare servizi invece di vendere beni, ad esempio. Facilitare il disassemblaggio delle parti dei prodotti, la sostituzione di quelle obsolete o danneggiate, mantenendo però le parti ancora funzionanti o avviandole a una rigenerazione. Scegliere i materiali tenendo conto anche del costo di gestione post mortem dei prodotti.

Tutto questo troverà, e sta già trovando, un formidabile stimolo nell’adozione sempre più diffusa del principio di responsabilità estesa. In virtù di questo principio sono i produttori a doversi far carico (in senso economico, prima di tutto) dei costi successivi alla dismissione dei prodotti. Gestire i rifiuti non sarà più un’esternalità negativa da affrontare attraverso un servizio pubblico finanziato dalle tasse pagate dai cittadini, ma una parte del costo di produzione, e, come tale, incorporata nei prezzi di vendita. Sapendo di dover sostenere quel costo, saranno i produttori a dover valutare se sia meglio realizzare e distribuire un prodotto con sistemi “lineari” – pagando un elevato costo per la gestione del “fine vita” – o farlo con modalità circolari, che riducano quindi al minimo le cose da fare “post mortem”, facilitando il recupero e il riutilizzo. Sarà la ricerca della competitività – una competitività declinata anche in termini di capacità di fornire risposte ecologiche – a guidare gli imprenditori. La mano invisibile del mercato indossa un guanto verde.

 

Perchè i rifiuti non scompariranno?

Ma se tutto questo è vero, cosa stiamo aspettando? Perché non ci precipitiamo tutti come un sol uomo verso il nuovo modello di economia circolare?

L’immagine di un’economia modellata sulla natura è certamente seducente, ma si scontra con la realtà, e questa ci mostra che l’economia circolare spesso conviene anche da un punto di vista economico, ma molte altre volte no. E comunque, conviene fino a un certo punto. Il mercato è un giudice impietoso: sul mercato le cose si fanno se l’utile che se ne trae è maggiore del costo che si sostiene.

Riciclare i materiali va bene, finché il valore di quel che si ricicla è maggiore dei costi sostenuti per riciclarlo. Usare energie rinnovabili va bene, finché il costo dell’energia non supera quello delle fonti inquinanti. I rifiuti saranno anche una risorsa, ma occorre che poi qualcuno la sappia o la voglia utilizzare.

Sono i prezzi di mercato ad essere sbagliati? È la logica del mercato ad essere inadatta quando si parla di queste cose? O sono le nostre aspettative sui benefici dell’economia circolare ad essere esagerate, dogmatiche, ideologiche?

Come tutti gli slogan, anche l’economia circolare è un’utile parola d’ordine per la mobilitazione, un utile segnale che indica con chiarezza la direzione da seguire. Come la stella cometa, che indicava la strada ai Re Magi, che pure non erano diretti lì (alla cometa medesima), ma verso una certa mangiatoia a Betlemme.

I prezzi di mercato, certamente, non sono immutabili: cambiano in funzione delle convenienze, e quel che non è conveniente oggi non è detto che non lo sia anche domani. I mercati sono notoriamente miopi, e non sanno anticipare adeguatamente ciò che scarseggerà tra 10 o 20 anni.

L’evidenza empirica mostra con chiarezza che il principale problema della gestione dei rifiuti non è tanto tecnologico ma organizzativo: sono i “costi di transazione” impliciti nella filiera del recupero ad ostacolarne, di fatto, l’adozione. Come è difficile risalire alla foglia di spinacio a partire da un passato di verdure, così è difficile risalire a ritroso lungo una “catena del valore” i cui anelli sono stati sin qui educati ad ottimizzare in base al proprio tornaconto, disinteressandosi di quel che succede “a valle”. Se, per esempio, è difficile riciclare uno smartphone, è anche perché chi l’ha progettato, costruito e assemblato ha studiato il modo di trarre il massimo profitto dalla vendita, e questo ha significato finora (i) vendere quanti più “pezzi” possibile; (ii) utilizzare i materiali e i sistemi di assemblaggio meno costosi e più facili da replicare in serie; (iii) facendo in modo che quando il telefono si rompe sia molto più conveniente comprarne uno nuovo piuttosto che aggiustare quello vecchio, il che significa anche fare in modo che nessun altro possa metterci le mani dentro, pena il venir meno della garanzia.

Se quello stesso produttore fosse obbligato a farsi carico del destino di quello smartphone a fine vita, e dovesse farlo anche garantendo che il trattamento dei materiali venga fatto ovunque secondo i migliori standard ambientali e di sicurezza (anche se ciò dovesse avvenire in un paese africano), è ben probabile che le scelte verrebbero fatte in un modo diverso. Estendendo il ragionamento possiamo quindi prevedere che l’”economia del riciclo”, e più ancora i suoi precursori (l’ingegneria dei nuovi materiali, l’ecodesign, il green procurement, la “servitization” – brutta parola inglese per significare la trasformazione dei beni in servizi) rappresenteranno gli ingredienti dei nuovi processi manifatturieri.

Il principio di responsabilità estesa ha permesso di trasformare in realtà un sogno che 30 anni fa sembrava assurdo – riciclare la metà dei rifiuti, traguardo già oggi raggiunto, e che nessuno a quei tempi immaginava possibile.

Guai, però, a prendere questi discorsi troppo alla lettera. Può anche darsi che, da qui ad altri 30 anni, saremo riusciti a ridurre ulteriormente il volume dei nostri scarti e, soprattutto, a garantire che la maggior parte di essi siano appunto “scarti” e non “rifiuti” – sostanze utili a qualche altro processo produttivo e, se non tali, almeno innocue. Ma nel frattempo cosa dobbiamo fare? Una delle più pericolose illusioni è quella di pensare che l’economia circolare di domani ci dispensi dal gestire i rifiuti di oggi. Un’illusione che si sposa con la scarsa propensione dei politici ad assumere decisioni impopolari. L’economia circolare diventa così l’alibi per non decidere.

Le esperienze dei paesi più avanzati nella gestione dei rifiuti ci dicono che si può senz’altro fare a meno (quasi del tutto, anche se non al 100%) della discarica, ma il traguardo del 100% di riciclo è assolutamente irrealistico. Oggi, i paesi migliori riciclano 50-70% dei loro rifiuti, e inceneriscono recuperando energia il rimanente 30-50%, mandando in discarica i residui inerti di questi processi. Con un design dei prodotti migliore, un uso di materiali più facili da riciclare e una maggiore attenzione alla logistica delle catene del valore (sia “in andata”, dal produttore al consumatore, sia “di ritorno”, in senso inverso) potremo spostare ulteriormente questo bilancio a favore del riciclo, ma fino a un certo punto. La legge dei rendimenti decrescenti – uno dei pilastri della disciplina economica – purtroppo non fa sconti.

L’analisi economico-ambientale basata sul ciclo di vita dei materiali e dei prodotti mostra che spingersi oltre un certo livello non è desiderabile, perché gli sforzi che dovremmo fare per ridare vita agli scarti “peggiori” non sarebbero compensati né da un punto di vista economico (il valore di mercato dei materiali mai ripagherà i costi sostenuti per ottenerli) né da un punto di vista ambientale, visto che anche per coltivare la “miniera urbana” serve un input di lavoro e soprattutto di energia, materia ed emissioni inquinanti.

La stessa Commissione europea lo certifica – seppur sottovoce – quando mostra nello studio di impatto associato al “circular economy package” che i benefici in termini di riduzione delle emissioni di gas serra sono alquanto limitati, solo il 4-5% in più di quanto sarebbe comunque accaduto mantenendo gli obiettivi, peraltro ambiziosi, già fissati per il 2008.

Allo stato attuale, quindi, il modello previsto dalla nuova direttiva – discarica praticamente azzerata, due terzi di rifiuti riciclati, un terzo destinato alla produzione di energia – rappresenta un traguardo già impegnativo, ma difficilmente migliorabile se non attraverso una decisa azione sul piano della prevenzione. È un traguardo che, in ogni caso, ci offre un’agenda fitta di cose da fare per i prossimi 15 anni. Mentre facciamo di tutto per raggiungere il fatidico 65% di riciclo, sarà bene non perdere di vista anche il rimanente 35%.

La tentazione è forte, anche perché i meccanismi di incentivazione in essere premiano i comuni che fanno molta raccolta differenziata, che in alcuni casi si spinge a sfiorare il 90% del rifiuto. Solo che andrebbe verificato cosa si trova esattamente in quel 90%: a valle della differenziata, i materiali se li pigliano i consorzi di filiera, purché il contenuto di impurità non superi una certa soglia. Ma dopo che cosa succede? Chi avesse la pazienza di seguire lungo la filiera dei vari trattamenti il destino dei materiali raccolti scoprirebbe che una parte non piccola non viene “riciclata”, ma piuttosto avviata verso altre forme di recupero, quando non esportata – ufficialmente per riciclarla, ma se uno poi guarda quali siano i paesi destinatari è facile che gli vengano gli stessi dubbi che sono venuti a me.

 

I nemici dell'economia circolare

Non fare i conti con la banale realtà dei rendimenti decrescenti può essere molto pericoloso. A forza di raccontarci che i rifiuti sono una risorsa, che buttare via significa sprecare, che ogni materiale può riprendere vita e ritrovare una destinazione, finiamo per crederci. Da qui basta un breve passo per illuderci che, impegnandoci nell’economia circolare, potremo raggiungere il nirvana del “rifiuto zero” – quel mondo in cui non servono impianti, non servono spazzini (o netturbini, operatori ecologici), perché da cosa rinascerà cosa. E quindi non è necessario sporcarsi le mani (e mettere in gioco il precario consenso politico di cui disponiamo) per affrontare un problema che si sarebbe già risolto da solo, se non fosse per i poteri forti che remano contro, protestando contro i tappi che non si staccano e boicottando il vuoto a rendere.

Prendiamo la plastica. Se i materiali plastici sono raccolti in modo selettivo o separati distinguendo i vari polimeri, le possibilità di riciclo sono pressoché infinite. Ma dal coacervo di plastiche miste che necessariamente otteniamo se puntiamo a raccogliere tutta la plastica (e non solo le frazioni migliori, come le bottiglie in PET) non possiamo ottenere altro che materiali di qualità così scadente che nessuno li sa o li vuole utilizzare. Certo, l’innovazione tecnologica ha fatto miracoli, e altri ne farà, a cominciare dal “riciclo chimico”, oggi fuori mercato, forse ancora per poco. Ma nel frattempo che si fa?

Possiamo immaginare di sviluppare innovazioni tecnologiche, possiamo immaginare di riutilizzare i materiali di scarto in impieghi meno pregiati (dalle massicciate alle intercapedini, dai laminati alle fibre tessili), ma alla fine dobbiamo stare anche attenti ad evitare “l’accanimento terapeutico”. Anche perché ostinandosi a mantenere in vita, perché ancora potenzialmente utili, cose che di fatto non lo sono più, si rischia concretamente di alimentare un traffico ai limiti (e spesso oltre i limiti) del lecito, magari con il compiacente assenso di paesi terzi verso cui indirizzare partite di materiali pseudoriciclabili e pseudoriutilizzabili, contando sul fatto che le norme (o la loro applicazione) sono più permissive.

Ciò è quanto avviene, con tutta evidenza, nel settore dei RAEE. Molte indagini della magistratura rivelano che nelle partite che i mittenti dichiarano dirette al riuso o alla rigenerazione si nasconde una parte significativa di quei rifiuti che poi ritroveremo in qualche impianto di combustione a cielo aperto in qualche paese africano, dove nella più assoluta delle più elementari norme di tutela della salute, dalle ceneri mal bruciacchiate si cerca di tirare fuori qualche scheggia di materiale prezioso.

È inevitabile, d’altra parte, che l’economia circolare coinvolga, nel ruolo di destinatari finali, le economie emergenti, visto che i materiali verranno riutilizzati laddove si è insediata l’industria manifatturiera. Proprio per questa ragione, dobbiamo essere consapevoli che, quando la filiera si allunga, non ci vuole molto a mescolare le carte, inserendo in partite di materiali più o meno puliti anche altri elementi che non lo sono.

Prendiamo, ancora, il compost. Quello che si origina dalla frazione organica “pulita” (raccolta differenziata dell’umido, sfalci e potature) è un eccellente ammendante agricolo – si rinnova per questa via la simbiosi tra città e campagna dei tempi più lontani, quando erano i contadini a venire in città per rifornirsi del prezioso materiale organico di scarto che sarebbe diventato concime.

Ma anche qui c’è un limite, perché gli scarti organici possono ben essere contaminati o impuri. E non è difficile immaginare – in un mondo in cui la terra incolta si moltiplica, ed è in vendita per un tozzo di pane – che qualcuno metta in piedi aziende agricole di facciata, con l’unico scopo di utilizzarne il suolo per cospargerlo di scorie che di compost hanno soltanto il nome.

La recente storia del Veneto è costellata di casi di imprese che si sono fregiate di un’immagine linda e “riciclona”, dietro la quale però si celavano manovre non propriamente tali. Chi cucina conosce molto bene la ricetta delle polpette: un pilastro dell’economia domestica, che consente di recuperare molti avanzi della cucina, trasformandoli in prelibate leccornie. Ma se le polpette di casa sono una delizia, quelle di certe mense e ristoranti lo sono molto meno.

Un’altra pericolosa illusione è che per reprimere gli abusi siano sufficienti i controlli, la polizia, i magistrati, le sanzioni draconiane. Certo, aiutano e sono indispensabili. Ma non bastano e non basteranno, finché la santa alleanza tra burocrazia e politica continuerà ad alimentare l’illusione benaltrista del “rifiuto zero”. Adempimenti asfissianti, norme incomprensibili e contraddittorie, pervicace assenza di volontà politica di riconoscere l’esistenza stessa del rifiuto e dei problemi che comporta, elisir di “lunga vita ai materiali” propalati da eserciti di guaritori e millantatori di soluzioni tecniche, aggiungiamoci anche un po’ di terrorismo psicologico sui danni provocati dagli impianti perfino quando sono a norma.

I rifiuti sono il grande rimosso dell’economia moderna. Come Freud ci ha insegnato, il rimosso non sparisce, ma continua a condizionare, in modi obliqui e sotterranei, i nostri comportamenti, i nostri tic, le nostre inclinazioni nascoste. L’elefante nella stanza, che non vogliamo vedere. L’economia circolare è uno slogan utile se servirà a disvelarci la sua esistenza e ad aiutarci ad accompagnarlo fuori, non se lo useremo a mo’ di fetta di prosciutto per continuare a non vederlo.

In una magistrale commedia degli anni ’50, “Amedeo, o come sbarazzarsene”, Eugene Ionesco immagina una coppia che in casa nasconde un cadavere della cui misteriosa origine i due coniugi si accusano l’uno con l’altra, e la cui esistenza sempre più ingombrante è fonte di crescente imbarazzo, finché esso si trasforma in una specie enorme mongolfiera, che si libra verso il cielo trascinando con sé anche il protagonista. Al lettore il compito di trasferire la metafora alla gestione dei rifiuti, traendone le dovute conseguenze.

 

*Antonio.massarutto@uniud.it  DIES, Università di Udine