Oggi:

2021-03-04 01:01

Morte sul campo

In ricordo di Piermario Morosini

di: 
Francesco Mauro e Nicola C. Moricca

Dalla morte improvvisa di un calciatore all’uso corretto dell’epidemiologia.

 

Siamo stati, come molti, colpiti e rattristati dalla morte improvvisa, sul campo da gioco, del giovane calciatore Morosini, bergamasco dell’Atalanta prestato al Livorno, durante la partite di serie B con il Pescara. Ci ha colpito e rattristato ancor di più in quanto si trattava di un giovane e di uno sportivo, morto proprio mentre praticava il suo sport, da professionista e quindi, in un certo senso, morto “durante” il lavoro. Già per questo, è sorta in noi la domanda se non si sia trattato di una morte “sul” lavoro o “di” lavoro.

Questa domanda non ci ha stimolato a riflettere sulle reazioni dei mezzi di comunicazione e dell’opinione pubblica a questo episodio. Per dirla francamente, ci siamo chiesti, a parte le legittime richieste di procedere a tutte le verifiche del caso, se non stessimo assistendo ad un ennesimo esempio di epidemiologia per acclamazione favorita da suggerimenti a mezzo stampa. Abbiamo cercato quindi di documentarci e di utilizzare le competenze disponibili, come forse avrebbero dovuto fare molti – ma solo alcuni lo hanno fatto - dei giornalisti e commentatori.

La “morte cardiaca improvvisa” è una “morte che sopraggiunge inaspettata, che avviene entro un’ora dall’inizio della sintomatologia acuta, in soggetti in pieno benessere o in soggetti il cui stato di malattia cronica non faceva prevedere un esito così repentino.”  La morte improvvisa può verificarsi senza segni premonitori e può colpire persone attive apparentemente sane, come chi pratica discipline sportive. Nello sport, questo evento determina un impatto emotivo nei familiari, negli amici e colleghi, nell’opinione pubblica e negli stessi medici, per la sua imprevedibilità e per la drammaticità e visibilità dell’esito. Negli ultimi anni, si sono verificati casi nel ciclismo, l’atletica, la pallacanestro ed il calcio. In certi casi, sta diventando possibile diagnosticare, in fase precoce, malattie cardiache silenti di cui la morte improvvisa rappresenta il sintomo.

La morte cardiaca improvvisa colpisce circa 57.000 persone all’anno in Italia (ossia 1 caso ogni 1.045 persone) e da 180.000 a 350.000 negli Stati Uniti (stime variabili a seconda delle indagini). Ricerche epidemiologiche negli USA hanno indicato che nella popolazione in generale con età maggiore di 35 anni l’incidenza della malattia è di circa 1 caso ogni 1.000 persone, mentre nei giovani (con meno di 35 anni di età) è da 0.3 a 3.6 per 100.000 persone (a seconda degli studi). Nello stesso gruppo di giovani, le morti improvvise in totale (cardiache e non) sono risultate da 1.5  a 6.5 per 100.000.

Studi particolari sono stati condotti su atleti scolastici (età da 12 a 24 anni) degli Stati Uniti: l’incidenza della morte cardiaca improvvisa è risultata di 0,5 su 100.000. Un’indagine su atleti competitivi in Italia (età da 14 a 35 anni) ha dato un valore di 3,6 su 100.000, ed altre indagini in Paesi Scandinavi per giovani fisicamente attivi tra 0,9 e 1,2 su 100.000. Inoltre, negli USA, la frequenza sembra essere di circa 2,2 volte più alta in atleti rispetto a non-atleti, più alta (fino a 5 volte) negli atleti maschi rispetto alle atlete femmine, e più alta (il doppio) negli studenti universitari rispetto a quelli della scuola media superiore. Altre osservazioni suggeriscono, come nel caso italiano, una maggiore incidenza nei Paesi Mediterranei. Inoltre, l’incidenza sembra in ascesa, nei paesi in via di sviluppo rispetto ai paesi industrializzati.

La cause della morte cardiaca improvvisa sono diverse. Negli adulti con più di 40 anni d’età, la causa di gran lunga più frequente è la malattia coronarica. Nei giovani atleti, le cause maggiori sono anormalità cardiovascolari silenti come la cardiomiopatia ipertrofica, le anomalie coronariche congenite e la displasia ventricolare destra aritmogenica; e più raramente cardiomiopatie, miocarditi, disordini valvolari, ecc. Di queste cause, solo una, l’aritmia, sembra poter essere collegata all’uso di sostanze proibite (steroidi anabolizzanti, stimolanti, peptidi).

In tutti i paesi industrializzati sono stati attivati screening per individuare individui non idonei all’attività sportiva dal punto di vista cardiovascolare. In genere, il protocollo di monitoraggio è più stretto in Europa che negli Stati Uniti, ed il più rigoroso è proprio quello applicato in Italia, in seguito al quale è stato riportato un abbassamento dell’incidenza da 3,6 a 0,4 morti per 100.000 persone. Il costo di queste attività preventive e delle misure per gli interventi in emergenza è considerato nei limiti economici in genere usati “per vita salvata” nella salute pubblica. La situazione appare molto diversa in Asia per le diversità economiche e culturali ma anche per un diverso peso, per ragioni probabilmente genetiche, delle cause della morte cardiaca.

In conclusione, la morte cardiaca improvvisa nei giovani atleti è un evento raro ma drammatico. Esso è preoccupante, da un punto di vista epidemiologico, non perché si verifichi nei giovani, ma piuttosto negli atleti più che nei non-atleti. L’attività sportiva agisce quindi come un fattore di rischio per coloro che hanno una anomalia cardiovascolare silente. Cause come l’uso di sostanze proibite sembrano non essere molto rilevanti.

Nei paesi industrializzati, Italia compresa (che anzi è all’avanguardia), sono già in opera protocolli di screening adeguati, e la disponibilità di defibrillatori a bordo campo per interventi di emergenza è in aumento (e si tenta di abbreviare il ritardo nel soccorso medico) come pure la presenza di medici e personale in grado di praticare il massaggio cardiaco-polmonare. Si tenga presente che il 23% della popolazione italiana pratica attività fisica con continuità ed il 10% lo fa saltuariamente.

D’altro canto, l’incidenza della malattia è ancora rilevante. Noi crediamo che sarebbe un errore che un’aumentata pressione dell’opinione pubblica, sulla spinta dell’emotività, si traduca soltanto in ulteriori sforzi nelle direzioni già seguite. Sforzi, energie, professionalità e risorse dovrebbero essere impiegati anche per seguire approcci nuovi. Ci sembra, ad esempio, che la questione della familiarità di anomalie cardiache congenite – un evento più frequente di quel che si creda - meriterebbe una maggiore attenzione, come pure la diversità tra gruppi etnico-nazionali e fra comunità, sia su base genetica che culturale-comportamentale, e quindi la definizione di nuovi indicatori predittivi, come suggerito da recenti analisi.

E’ interessante infine notare come un corretto uso dell’epidemiologia e delle conseguenti indicazioni per la prevenzione, la sicurezza e l’emergenza siano un problema ricorrente nelle questioni ambientali e sanitarie.

Per i dati sono stati consultati:
Asian J. Sports Med. 2: 1, 2011
Cardiology 105: 196, 2006
Cardiol. Rev. I9: 312, 2001
JAMA 296: 1593, 2006
Med. Sci. Sports Exerc. 27: 641, 1995
Prog. Cardiovasc. Dis. 51: 213, 2008
Sports Sci. Exchange 12: 74, 1999
emedicine.medscape.com/article/151907-overview