Oggi:

2018-10-23 23:22

Chi Ha Paura delle Scienze Naturali?

BIODIVERSITA’ E RICERCA

di: 
Enzo Moretto

Per motivi economici, ma anche per non entrare in conflitto con l’ideologia animalista, le Università e il mondo della ricerca stanno abbandonando lo studio delle scienze naturali. L’autore, studioso di entomologia e ideatore della Casa delle Farfalle e di Esapolis, esprime il suo punto di vista in modo aperto e appassionato.

Sta succedendo anche in Italia. Nella scuola, nell’università, nella ricerca, si abbandonano le scienze naturali. Abbiamo naturalisti e biologi che non vedono più un organismo vivente. Che si rifiutano di raccogliere, conservare e perfino di dissezionare un insetto in nome di un animalismo che è diventato ideologia e di un presunto rispetto della vita del singolo individuo animale.

I ricercatori si rifugiano nelle molecole e nei geni, nelle analisi di laboratorio, incapaci di vedere il tutto, ma confidenti che la loro ricerca sarà finanziata. In pratica, l’istruzione universitaria è in funzione del business e non viceversa. Peccato che il business non sia lungimirante e non si preoccupi che  le nuove generazioni siano formate su modelli sostenibili e su una visione globale. La struttura educativa stessa sembra prigioniera di dogmi e incapace di produrre modelli di formazione alla responsabilità e all’indipendenza di giudizio, un approccio che aggrava il rischio di finire asserviti ad interessi particolari senza esserne nemmeno consapevoli.

Vorrei che si capisse che, così facendo, stiamo deragliando dalla conoscenza. Stiamo persino perdendo la capacità di capire quanto siamo ignoranti. Ci rifugiamo nell’ideologia e non siamo più capaci di moderare quelle scelte che oggi ci sembrano convenienti e moderne, ma sono solo dogmatiche e inconsapevoli dei veri danni alla natura.

Faccio un esempio semplice: per conservare la natura serve studiarla. Per farlo serve anche “raccogliere” esemplari viventi e preservarli per i necessari approfondimenti e confronti. Se oggi chiedo in giro se è giusto uccidere una farfalla per studiarla, tutti sono pronti a dire che non lo farebbero, senza sapere (o senza ammettere) che ogni azione, anche piccola che facciamo, toglie ambiente e vita, in modo spesso irreversibile, a molte forme di vita, incluse le farfalle. Basti pensare che una grande farfalla, allo stadio di bruco, per svilupparsi consuma l’equivalente una decina di foglie di media grandezza. Per produrre un semplice foglio A4 di carta (partendo dalla cellulosa vergine) si consumano l’equivalente di 100 foglie distruggendo ambiente e limitando la biodiversità.

I movimenti animalisti estremisti ispirano comportamenti molto diffusi perché basati su sentimenti che tutti proviamo. Il problema nasce dal rifiuto di affrontare i problemi con percorsi culturali e di ammettere “una verità limitata”. Un simile approccio,  non sorretto da una visione equilibrata, produce distorsioni di giudizio, regole balzane, limitazioni della libertà individuale, costi sociali inutili.

Indicativa è la questione dell’ostilità agli zoo, che ci dice anche come ci sia un animalismo che ci vuole separare dalla natura per una propria affermazione ideologica e, io aggiungo, per una affermazione personale, che non sono certo il bene dell’ambiente nel suo complesso. Uno dei movimenti estremisti che ne trattano, ma che interpreta appieno il sentimento di chi si professa moderato, è Born Free, che letteralmente significa nato libero.

A parte che nessuno è nato libero, potremmo quanto meno cercare di interpretare meglio quanto la vita sia una generazione continua di modelli di integrazione tra forme diverse che devono costantemente dimostrare il proprio successo sul campo, pena l’estinzione.  Born Free, anche se professa tutte le buone intenzioni del mondo per tutelare la sofferenza e il diritto di indipendenza dei non umani dagli umani, si dichiara contro l’uso degli animali insistendo per mettere sempre più regole, piuttosto che parlare di cultura ed educazione. I suoi attivisti si sentono degli eroi quando scoprono un animale in gabbia e considerano una missione liberarlo dalla sua schiavitù, soprattutto se la sua “detenzione” è per il piacere o per l’incontro con necessità umane.

Ecco che qui comincia a delinearsi quello che oggi resta di un naturalismo distorto, che partendo da un presunto amore per la natura arriva a pretendere uniformità di cultura e di comportamenti. In pratica, un macellaio è un nazista, ma anche voi che mangiate carne o avete tagliato la coda a una lucertola, siete equiparati. Per la storia, i nazisti sono tra i primi ad avere fatto leggi e messo regole animaliste.

Per tornare a Born Free, quest’anno ho visitato una riserva naturale gestita dai suoi associati, alle porte di Addis Abeba. Tutti gli animali erano tenuti in gabbie e recinti precari: leoni, ghepardi, aquile, tartarughe, ecc. Tutti lì per motivi di tutela, anche validi: “questo lo abbiamo sottratto a dei carnefici”, “quello ha un’ala rotta”, “quell’altro non ha l’habitat”, ecc.  e la visita al parco si faceva con il giro delle gabbie. Molte delle ragioni addotte sono le stesse su cui sono costituiti gli zoo che sono pure condivisibili. Peccato che Born Free abbia fatto della lotta alle gabbie la sua bandiera e che riservi a se le regole e i comportamenti che contesta agli altri. Quindi,“born free”, ma fino a un certo punto.  

Tornando a casa nostra, ma la storia vale per tutti i paesi avanzati, se oggi all’Università si tiene un pulcino nato da un uovo di un pollo da batteria (quelli che vengono allevati ammassati e che molti di noi comprano a prezzo economico al supermercato), questo viene gestito con regole etiche e spazi completamente diversi da quello in batteria. Qualsiasi cosa si voglia fare, anche fargli una foto da mandare su un social, va sottoposta ad un comitato etico che è quasi sempre contrario perché non vuole prendersi responsabilità di avere contro una parte di opinione pubblica che griderebbe allo scandalo e all’esempio negativo. Nelle università ci sono sempre più studenti che si oppongono all’utilizzo di animali per lo studio pratico dell’anatomia. In Germania serve un permesso governativo anche se devi maneggiare un insetto per la ricerca. In America i tipi allevati per la sperimentazione sono tenuti in gabbia e gestiti con protocolli rigorosi di animal welfare. Molti (tantissimi) topini scappano dalle gabbie. Dal momento in cui riacquistano la libertà, però, non hanno più gli stessi diritti e sono cacciati e sterminati letteralmente con ogni mezzo. Tutto quindi è fortemente squilibrato, sottomesso a un sentire comune che proviene da persone sempre più inesperte, sempre più “cittadine”, sempre più lontane dalle vere dinamiche naturali, quindi sempre meno capaci di dare giudizi e proporre modelli equilibrati.

Di fronte a questo disagio non c’è nemmeno un confronto aperto: sono tutti terrorizzati dalle contestazioni violente degli animalisti. L’università e la scuola cosa fanno? Tagliano le scienze naturali e mantengono solo le attività finanziate dal business del momento. 

Non è questo il mondo che avevo sognato. Non è nella tutela fanatica della natura che ho immaginato un mondo migliore. Non è la negazione dell'intelligenza, della curiosità e della voglia di esplorare e toccare, sia come naturalisti in erba o professionisti, che ci aiuterà a costruire un futuro migliore. Ogni giorno che guardo un organismo, un fiore, una roccia sono al contempo orgoglioso e felice di poterlo fare, ma al contempo mi rendo conto di quanto poco conosciamo della natura. Per questo, non mi sento ignorante, anzi mi sento meno ignorante e sono sempre più motivato perché ogni piccolo passo nella comprensione mi rende consapevole dei miei limiti e capacità di giudizio e mi fa sentire molto umano.

Penso che spesso ci sia un eccesso di regolamentazione e di coercizione nell’implementazione delle politiche di protezione e conservazione della natura. Non credo che la galera, le norme rigide e la creazione di un corpo di gendarmi  possano essere l’unica soluzione (o la migliore) per reprimere crimini ambientali o per scongiurare episodi di crudeltà immotivata.  Nulla da eccepire sul fatto che l’ambiente e natura vadano tutelati, ma anche qui serve equilibrio. Serve educare,  responsabilizzare e non creare sacralità e monopoli di stato.  Quello che constato è che l'imposizione con la forza è sempre una tentazione che troppo spesso sembra una soluzione. La cultura, la tolleranza, l'umiltà debbono contrapporsi in modo deciso a ideologia e arroganza che, spesso, sono anticamera di speculazione (che non va confusa con la possibilità di guadagnare e produrre ricchezza).

Prendiamo la CITES (Convention on International Trade of Endangered Species) come esempio di molte altre azioni volte alla conservazione. Premesso che chi opera nella applicazione della CITES lo fa con professionalità e dedizione, secondo me le misure educative sono troppo poche e quelle repressive sono eccessive e sproporzionate.  Ci sono costi, burocrazia, persone impegnate in azioni marginali e poca capacità di risolvere problemi con semplicità. Nel mio campo, l’entomologia, vedo che in CITES ci sono specie, come la farfalla Apollo, che sono oggetto di massima “protezione”  che invece sono comuni o che basterebbe un provvedimento locale a tutelare. Ho visto usare argomenti discutibili per giustificare la massima protezione e l’inserimento fra le specie protette del Papilo Hospiton delle Corsica e Sardegna. Ricordo che, oggi, il problema non è tanto quello di individuare ulteriori misure per la conservazione, ma la proporzione dei mezzi impiegati per la conservazione oltre che il fine educativo. Ovvero, è congruo pagare controlli e burocrazia per proteggere una singola specie invece di impegnare le scarse risorse disponibili per obiettivi più alti come, ad esempio, la protezione di habitat?

Oggi servono naturalisti che sappiano sporcarsi le mani consapevolmente, che abbiano una visione olistica e sappiano raccontare quello che vedono. E per questo che credo, ho sempre creduto, nella validità e attualità dei progetti che portiamo avanti, come la Casa delle Farfalle ed Esapolis, anche loro, messi sempre più a rischio dal nulla che avanza.

Conclusione: visitate i musei che parlano di natura, anche se vi sembrano imperfetti, non abbiate paura di interagire con la natura, fate tornare la ricerca e l’insegnamento della natura, puntate a una conservazione della vita selvatica basata su una visione d’insieme, non su singoli individui o soggetti empatici. E non sentitivi mai migliori degli altri, ma siate sempre disponibili a ogni confronto.