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2020-06-07 07:45

Le Spalle Larghe della Transizione

GREEN DEAL EUROPEO E RUOLO DELLE UTILITY

di: 
Stefano Venier*

Il comparto delle utility, che nelle proprie realtà di eccellenza ha addirittura anticipato molti degli indirizzi assunti dall’Unione Europea, sarà un soggetto protagonista del Green New Deal. Per questo, l’autore, AD del Gruppo Hera, auspica contesti normativi stabili e agibili, politiche industriali coordinate e percorsi di transizione coerenti e graduali. Occorre costruire un Piano Nazionale Industria e Ambiente con le imprese, e favorire la riduzione della frammentazione: solo utility dalle dimensioni adeguate saranno in grado di accompagnare una diffusa transizione verso modelli di sviluppo sostenibili.

1. Lo scenario internazionale, fra treni persi e nuove visioni strategiche

In ragione dei servizi erogati e per la natura stessa dei loro business, le utility si trovano al centro della grande lotta al climate change, caricate di una responsabilità che passa anche e necessariamente da alcune domande preliminari, che non dobbiamo temere sembrino – almeno sulle prime – un po’ banali.

Com’è, per esempio, questa lotta? Impari? Inutile? O forse possiamo ancora vincerla? E soprattutto è davvero così grande? Negli obiettivi, ogni giorno più sfidanti, pare proprio di sì, ma possiamo dire lo stesso delle forze mobilitate per il loro conseguimento? Mentre andiamo al fronte, per così dire, ci siamo chiesti che aspetto abbia l’esercito che marcia al nostro fianco? È nutrito, motivato, capace? Più ancora: siamo sicuri che sia davvero un esercito?   

Fare luce su tali problemi e capire come risolverli, non è semplicemente importante, è l’unica cosa che conta davvero. Nessuno che proceda da solo o in piccoli gruppi, infatti, ha reali chance di successo, quindi gli sforzi di ciascuno devono trovare percorsi comuni e organizzati, in cui immettere un contributo - potremmo chiamarlo un “coefficiente di transizione” - che trovi di che moltiplicarsi e, così facendo, di che avere senso.

Nulla di tutto questo, però, sembra oggi al centro dell’attenzione e tantomeno a portata di mano.

Se COP21 ha commesso un errore di prospettiva, indicando obiettivi il cui eventuale conseguimento non sarebbe comunque sufficiente a contrastare il climate change[1], Cop25 ha fatto se possibile addirittura peggio, non riuscendo nemmeno, per così dire, a prendere la mira. Il sostanziale fallimento delle trattative, in particolare, ha tradito qualcosa che di fatto era già nell’aria, cioè il ritardo strategico e culturale di tanti attori chiave della scena globale. Il dato, emerso anche in occasione dell’ultimo World Economic Forum, era stato sottolineato dalla stessa Laurence Tubiana, fra i principali architetti dell’Accordo di Parigi, che calando un triste sipario sull’appuntamento spagnolo ha tuttavia voluto salvare l’alleanza degli Stati insulari, europei, africani e latinoamericani[2], cui andrebbe il merito d’aver quantomeno strappato “il risultato meno peggiore”.

 

1.1 Bruxelles vs Madrid

Da tempo il tema dei cambiamenti climatici impegna ad ampio raggio l’azione politica delle istituzioni europee. Consapevoli di aver messo a punto politiche e interventi insufficienti a risolvere il problema in via definitiva, esse hanno già stimato in 260 miliardi di Euro gli investimenti aggiuntivi all’anno che dovranno essere messi in campo per centrare i target comunitari al 2030. Tali target parallelamente sono stati ritraguardati al 2050, abbracciando una logica di lungo periodo che entro quella data si prefigge la neutralità ambientale del continente, con una differenza sostanziale: non solo un’asticella più alta, ma anche una spinta per saltarla. Ne è derivata una strategia che, per quanto ancora migliorabile e dettagliabile, appare matura, capace di non ridurre tutto al solo comparto energetico ma, al contrario, di interessare l’impianto complessivo del nostro sistema economico. Accanto alle misure individuate nel Clean Energy Package e allo sviluppo di tutti i vettori energetici puliti, infatti, tale strategia introduce leve ulteriori e complementari, focalizzate sull’economia circolare e, in particolare, sulle policy tese a preservare e rigenerare il capitale naturale del Continente. Inoltre, negli stessi giorni di dicembre in cui COP25 consumava la propria débâcle, la Commissione Europea mostrava di meritare tutti i plausi di cui sopra, varando con largo anticipo il proprio manifesto di Green Deal, atteso in origine per i primi mesi del 2020.

Non è dato sapere se l’accelerazione impressa da Ursula von der Leyen sia stata esplicitamente dettata dalla mera volontà di intitolarsi quella speranza che altrove andava contemporaneamente scemando, in ogni caso gli auspici per il nuovo anno, così come per quelli a seguire, sembrano venire assai più da Bruxelles che non da Madrid.

 

1.2 Mai spaventare quelli che devi ingaggiare

Fra l’altro il percorso che in 30 anni dovrebbe decarbonizzare l’economia del Vecchio Continente sembra ispirato, nelle sue stesse parole guida, dal desiderio di tracciare una strada che anche i più scettici al mondo possano poi tentare. Il Green Deal ha il merito di non disegnare battaglie ideologiche e, senza proporre iniziative dagli esiti deindustrializzanti, pone le basi di una transizione bilanciata e coerente nel tempo, concentrata sui fini e solo dopo sugli strumenti e, soprattutto, attenta a non respingere nessuno[3]. La (non) cultura dello short term, in altre parole, ne risulta combattuta con astuzia e intelligenza, ricordando a ciascuno di noi che non potremo mai “ingaggiare” qualcuno che dal nostro stesso appello si senta spaventato o additato come l’ultimo della classe se non, peggio, come un malfattore. Dando invece ascolto e diritto di cittadinanza a preoccupazioni sociali ed economiche misconosciute da tanti sedicenti ambientalismi, il Green Deal crea le condizioni per portare quelle istanze a bordo di una visione nuova, che nel loro stesso interesse sovverta alcune delle regole del gioco. Se letta in filigrana, cioè, la novità del messaggio lanciato da Bruxelles ricorda un po’ le parole di Reiman (2013), per il quale concentrarsi sul prossimo quarto di secolo significa attrezzarsi nel migliore dei modi affinché ad andare bene sia, in primis, il prossimo trimestre[4].

2. Le utility al servizio dello European Green Deal

Messaggi di questo tipo sono senz’altro provocatori, e il Green Deal, in molti dei suoi passaggi chiave, sarà tutt’altro che indolore, ma il suo impianto programmatico appare solido e ben cadenzato in grado, per questo, di gestire la complessità delle tante sfide che abbiamo davanti. Istituzioni pubbliche, cittadini e imprese, è auspicabile vi possano trovare nella sua completa articolazione coordinate leggibili, dalle quali comprendere il contributo atteso da ognuno. Questo vale anche per il comparto delle utility, che nella road map tracciata dalla Commissione trovano gli indirizzi di un percorso comune al quale esse possono contribuire non soltanto in termini attuativi ma anche attraverso idee, esperienze e competenze che migliorino ulteriormente una piattaforma di fatto ancora in fieri.

 

2.1 L’economia circolare

Le premesse, in ogni caso, sono promettenti. In particolare, quegli operatori che nel corso degli anni hanno abbracciato una concezione olistica dell’economia circolare quale riferimento per l’evoluzione del proprio modello di business – incardinandola in uno spettro di azioni non riducibile alla sola gestione dei rifiuti – non possono che salutare con favore le prime bozze del nuovo Piano d’Azione per l’Economia Circolare 2.0. Con questa piattaforma, infatti, l’Unione sposa un approccio integrato al tema delle risorse e del loro uso efficiente e sostenibile, affrontando in modo particolare il nodo rappresentato da quei settori che, come ad esempio l’industria tessile e l’edilizia, faticano a sganciarsi da modelli di sviluppo lineari, con impatti importanti sul consumo delle risorse, sull’utilizzo del suolo, ma anche sull’uso dell’acqua – risorsa sempre più preziosa – con crescenti conseguenze sul servizio idrico e sulla gestione della disponibilità di questa risorsa.

Tutto questo andrà a coniugarsi con impegni, se vogliamo, più tradizionali e già instradati, come quelli relativi al tema delle plastiche e all’implementazione della Plastics Strategy europea. Su questa partita, tanto delicata quanto decisiva, le utility giocano ruoli diversi: da un lato devono studiare e implementare interventi industriali sempre più avanzati, tali da realizzare – su scale sempre più grandi – le soluzioni basate sull’impiego delle tecnologie più tradizionali come di quelle in fase di messa a punto nel riciclo molecolare; dall’altro lato, per quel tanto che rientri nelle loro possibilità, devono contribuire ad alimentare un dibattito pubblico, scevro da semplificazioni e demonizzazioni e attento a costruire risposte capaci di distinguere fra bad e fair plastic.

 

2.2 Contro “l’emorragia di suolo”

Un altro tema decisivo è quello del consumo di suolo, ancora sottostimato, nei suoi gravi effetti, dalla gran parte dell’opinione pubblica dei Paesi più avanzati. Per ottenere dieci centimetri di suolo fertile ci vogliono duemila anni, mentre i terreni vergini si riducono nel mondo al ritmo di mille chilometri quadrati all’anno; con il risultato che, ad oggi, il 33% dei suoli del pianeta è degradato, privato cioè della sua capacità di assorbire carbonio e, anzi, fonte di ulteriore inquinamento[5]. Il 23% delle emissioni globali, secondo gli scienziati dell’IPCC, proviene infatti da agricoltura, allevamenti e altri usi della terra, e la sola perdita di suolo pesa ogni anno sull’economia mondiale in misura pari a 490 miliardi di dollari. Le prospettive, senza un cambio di rotta radicale, sono disarmanti: nei prossimi 30 anni, ad esempio, si stima che 4 miliardi di persone vivranno in zone aride.

Che fare? In attesa di una direttiva europea che protegga adeguatamente il suolo, per esempio responsabilizzando e premiando gli agricoltori in quanto “custodi della terra”, e di scelte che portino le “riforestazioni” dentro e intorno le città, occorre dunque attivarsi per invertire la rotta, anche con soluzioni semplici e coordinate “dal basso”.

In difesa del suolo anche le utility possono giocare un ruolo importante, non solo favorendo il riuso per le proprie infrastrutture, ma anche attraverso la ricerca di partnership che favoriscano l’uso di compost di qualità, realizzato a partire dai rifiuti organici: secondo i dati della 4X1000 Initiative: soil for food and security[6], infatti, basterebbe incrementare dello 0,4% la quota di materia organica immessa ogni anno nei suoli agricoli per compensare le emissioni di gas serra di natura antropica. Non solo: “la resa delle colture – aggiunge il rettore del Politecnico di Torino Guido Saracco – è aumentata fino al 250% mediante applicazioni a lungo termine di alti tassi di compost da rifiuti solidi urbani.”[7] E in questo senso ci sono già diverse esperienze promettenti, come la collaborazione di Hera con la cooperativa di produttori bieticoli Coprob.

 

2.3 ll comparto energetico

Non meno complessa, del resto, si presenta la sfida collegata alla decarbonizzazione del settore energetico, rispetto alla quale organi comunitari, Paesi membri e aziende del comparto devono “trovare la quadra” per intraprendere un’azione congiunta ed equilibrata, che non trascuri nessuna delle leve a disposizione. L’obiettivo, ambizioso ma irrinunciabile, è quello di risolvere o quantomeno di gestire al meglio il cosiddetto trilemma energetico, trovando un equilibrio tra le esigenze di sostenibilità economica, sostenibilità ambientale e sicurezza degli approvvigionamenti. Anche in questo caso l’upgrade richiesto ha una significativa componente tecnologica, che oltre a interessare le tradizionali fonti rinnovabili energetiche, consenta di produrre sempre più vettori energetici sostenibili, dai gas “decarbonizzati” – come il biometano – fino ai biocarburanti. Necessariamente in prima fila, le utility impegnate in questa sfida avranno anche il compito di sfruttare al meglio le materie di scarto gestite (organico, oli vegetali e altro) e vagliare con attenzione la possibilità di adeguare i sistemi di distribuzione e sfruttare in maniera congiunta rete elettrica e rete gas, mettendo a valore la tecnologia del power-to-gas.

 

2.4 L’efficienza energetica

Non di solo produzione energetica, però, vive la decarbonizzazione. Abbiamo detto della quota di emissioni in capo ad agricoltura, allevamenti e usi della terra, ma anche l’industria non è da meno. Al di là di qualche sporadica iniziativa, tuttavia, questi settori risultano orfani di politiche da cui derivino azioni coerenti con il target della carbon neutrality.

Soprattutto per l’industria, la strada maestra è quella dell’efficienza energetica, tema ampio, intrinsecamente legato a quello dei comportamenti e dell’innovazione e, per questo, di grande prospettiva industrializzante, su cui le migliori aziende del comparto utility possono esprimere competenze, esperienze e progettualità importanti, non solo e non tanto con riferimento ai propri asset ma anche e soprattutto al servizio di soggetti terzi, pubblici e privati. Primo combustibile di questo millennio risvegliatosi “a corto di futuro”, l’efficienza energetica costituisce infatti una sfida che interroga in maniera trasversale la totalità dei soggetti implicati nelle emissioni di anidride carbonica. In Italia, in particolare, questa sfida ha prodotto l’efficace esperienza dei certificati bianchi, uno strumento dall’ottimo rapporto fra costi e benefici e che, dunque, va quanto prima rilanciato, vincendo l’impasse in cui per varie ragioni si è arenato[8].

 

2.5 Le risorse a cui attingere

Per centrare i target ambientali le tasse, le imposizioni, i tetti e i divieti non sono mai stati sufficienti, e di questo l’Europa sembra aver ormai fatto tesoro, complici anche le esperienze non sempre felici di alcuni Stati membri. Lo dimostra il Sustainable Europe Investment Plan, che rappresenta se vogliamo il principale “bazooka” con cui nei prossimi dieci anni l’Unione, senza accontentarsi di indicare le strade da non prendere, traccerà e asfalterà quelle che invece bisogna assolutamente percorrere. Dei 1.000 miliardi di Euro già previsti, in particolare, il 30% sarà orientato al contrasto del climate change e ben 100 saranno dedicati a far funzionare i meccanismi di accompagnamento con cui in alcuni Paesi è necessario governare la riconversione dei processi ad alta intensità di carbonio, un tema a cui il documento di presentazione del Green Deal fa ampio e dettagliato riferimento. Ulteriori buone notizie vengono dalla Climate Bond Initiative, che per i green bond “vede” l’obiettivo dei mille miliardi di dollari a portata di mano, raggiungibile entro il 2022, dopo un 2019 chiuso a 255 miliardi.

Un punto, in ogni caso, dev’essere chiaro: non esistono economie che da un momento all’altro possano essere semplicemente “spente” (se insostenibili) o “accese” (se virtuose). Si tratta, semmai, di un percorso laborioso, che ha bisogno di ingenti risorse economiche ma anche di ferrea volontà politica, nonché – anche – di utility dalle spalle larghe, che fungano da elementi abilitanti del valore. Ad esse, in particolare, spetterà accompagnare la transizione delle loro aree di riferimento, esercitando una preziosa funzione di cerniera fra le tante realtà produttive disseminate sui territori, i cittadini e i “disciplinari di sviluppo” definiti in sede europea, lavorando sulla predisposizione delle infrastrutture e dei servizi, nonché sullo sviluppo di modelli di gestione resilienti e rigenerativi.

Per tale comparto, proprio in questa direzione, diventa particolarmente interessante lo sviluppo di una Strategia per la finanza verde, nell’ambito della quale si sta pensando di trasformare parte della BEI in una Banca Climatica europea, facendo sì che entro il 2025 la quota di investimenti orientati al contrasto del climate change cresca dal 30%, soglia attualmente prevista a piano, al 50%. Un indirizzo, del resto, che avrà poi bisogno di un ulteriore “salto” di prospettiva: dal finanziamento dei progetti al finanziamento delle imprese capaci di assicurare determinate performance ambientali.

 

2.6 Premiare le soluzioni quick win per avvicinare il carbon peak

Le strategie finanziarie messe in campo dall’Unione Europea, d’altronde, sono ancora migliorabili, perché alle intenzioni che le orientano fanno seguito scelte e decisioni non del tutto coerenti, figlie forse dell’illusione che l’unica data su cui concentrarsi per la neutralità climatica del continente sia il termine ultimo fissato per la stessa, cioè il 2050. Non è così. Un obiettivo intermedio come il picco del carbonio, infatti, dev’essere essere raggiunto anche nel minor tempo possibile, perché nella misura in cui riduciamo questo lasso di tempo aumentiamo la quota di percorso più “in discesa”, incrementando ipso facto le complessive possibilità di successo dell’impresa. Peccato però che le più importanti soluzioni quick win – capaci cioè di apportare i vantaggi rapidi, concreti e tangibili richiesti dal target del carbon peak – non vengano adeguatamente premiate. È il caso, ad esempio, dello switch dal carbone al gas naturale, che rimane fuori dalla tassonomia con cui l’Unione Europea punta, in qualche modo, a “censire” attività e strumenti utili alla causa del Green Deal e, come tali, meritorie di accedere a finanziamenti agevolati o comunque dedicati. Mondo della finanza e opinione pubblica, in questo modo, rischiano di ricevere un messaggio inesatto, che non favorisce una corretta allocazione delle risorse e finisce per complicare il conseguimento dei risultati.

 

3. Conclusioni: sedersi ai tavoli giusti e guardare a una rinnovata politica industriale

I tavoli a cui il nostro Paese, fra i più metanizzati del continente, deve partecipare sono dunque e anzitutto europei. Prima ancora della qualità del nostro drafting normativo, necessario a porre in essere le direttive comunitarie, dovrebbe cioè interessarci l’oggetto stesso di tali direttive, sul cui merito sarebbe opportuno pronunciarci. Secondo molti osservatori, invece, molte delle energie profuse in patria vengono spese per l’elaborazione di una sorta di Green Deal “in sedicesimo”, assai più asfittico che miniato[9]. Dopo il Decreto Clima e i tanti nodi che esso ha lasciato insoluti, o gli approcci recenti alla plastic tax, destano in particolare preoccupazione i passi che ci attendono nel 2020, fra cui il recepimento delle direttive UE sull’economia circolare entro luglio e la legge sul consumo di suolo in programma per l’estate, così come la predisposizione della futura politica industriale europea già in discussione a Bruxelles. Il Piano Nazionale Integrato Energia Clima, licenziato alla fine di genna­io, muove sicuramente da premesse corrette ma, a sua volta, appare ancora sottodimensionato, per progetti e risorse, rispetto alla sfida che si propone di affrontare [10], così come troppo circoscritto per le sfide che abbiamo di fronte come paese manifatturiero.

Cautele che, se fossero eventualmente dettate da ragioni di bilancio, dovrebbero trovare il modo di inscriversi e correggersi all’interno di una traiettoria più ampia. In questo senso è poi interessante il rapporto sulle norme del Patto di Stabilità e Crescita appena presentato dalla Commissione Europea, nel quale si riconosce che per rispondere alle sfide attuali è opportuno modificare i vincoli di bilancio cui devono sottostare i singoli Paesi. Anche se per le soluzioni vere e proprie bisognerà attendere la fine dell’anno il segnale non può che essere positivo.

Il comparto delle utility, che nelle proprie realtà di eccellenza ha addirittura anticipato molti degli indirizzi assunti dall’Unione, sta già facendo in parte la sua parte, ma è chiaro che la sua azione, certamente e sempre migliorabile, sarà tanto più efficace quanto più stabili e agibili saranno i contesti normativi, coordinate e chiare le politiche industriali e gli obiettivi rispetto all’Europa, coerenti e graduali i percorsi di transizione verso un rinnovato sistema industriale entro i quali lavorare con comunità locali, clienti e aziende. Da questo punto di vista, bisogna certamente proseguire sulla strada intrapresa per conseguire riferimenti unitari – come fatto per l’autorità di regolazione – costruire un Piano Nazionale Industria e Ambiente con le imprese, nonché favorire la riduzione della frammentazione del settore. Solo utility dalle dimensioni adeguate, infatti, potranno essere in grado di esprimere le competenze e realizzare le soluzioni industriali e gestionali necessarie ad accompagnare una diffusa transizione verso modelli di sviluppo sostenibili e partecipati, nel cui ambito chi voglia fare sul serio – si tratti di un cittadino, di un’impresa o di una pubblica amministrazione – abbia intorno a sé gli strumenti, le risorse e gli interlocutori per farlo davvero. 

 

 

*Amministratore Delegato Gruppo Hera

NOTE


[1] Il quadro tratteggiato dall’Emission Gap Report, pubblicato a novembre 2019 dallo United Nations Environment Programme, è abbastanza sconcertante. Da un lato, per raggiungere l’obiettivo “parigino” sul contenimento dell’innalzamento della temperatura a 1,5°C sarebbe necessario quintuplicare gli attuali sforzi profusi a livello mondiale; dall’altro lato, quand’anche tutti gli impegni presi da Cop21 fossero coronati da successo, le temperature aumenterebbero in ogni caso di 3,2°C.

[2] https://www.agi.it/estero/clima_cop_25_fallimento-6741814/news/2019-12-15/

[3] Non pare sufficiente, in altre parole, limitarsi ad un semplice e continuo innalzamento degli obiettivi, perché questo presuppone un trasferimento implicito di obblighi a soggetti terzi, alimentando un meccanismo in base al quale la rincorsa verso nuovi target risulta via via più sfidante, quasi scoraggiante.

[4] Joey Reiman, The Story of Purpose, John Wiley & Sons, 2013; trad. it. Purpose, Vallardi Editore, 2019, p. 21

[5] Cfr., ad esempio, Roberto Giovannini, “Rigenerare il suolo”, La Stampa (inserto) del 26/01/2020. Nell’articolo vengono citati gli studi dell’IPCC e le proposte della Re Soli Foundation, un’alleanza fra ricerca e industria costituitasi tra Politecnico di Torino, Università Alma Mater Studiorum di Bologna e Novamont. Per approfondimenti https://resoilfoundation.org/

[6]https://www.4p1000.org/

[7] Vedi nota 5

[8] Cfr. Rapporto CESEF 2019, 2018.

[9] Cfr. Emanuele Bompan, “Italia, Green Deal debole”, La Stampa (inserto) del 26/01/2020.

[10] http://www.free-energia.it/w/wp-content/uploads/2020/01/Position-paper-su-Pniec_FREE.pdf