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2021-03-04 00:26

Il Giappone di Fukushima e quello della prevenzione sismica

APPUNTI DI VIAGGIO IN GIAPPONE

di: 
Francesco Mauro

Non è la prima volta che vado in Giappone, questa è la settima volta, il primo viaggio lo feci nel 1968 in un paese in parte ancora immerso nel dopoguerra.
Ma questa volta arrivo nel paese qualche mese dopo l’incidente di Fukushima, i cui effetti sono tuttora in corso. Non è mia intenzione scrivere una nota su Fukushima, ma l’incidente con i suoi effetti è un elemento rilevante del Giappone contemporaneo: forse più ancora del rischio sismico.

La geografia delle centrali. Arrivato da poco all’aeroporto internazionale di Narita, d’istinto, lungo il percorso del superespresso da Narita a Tokyo, cerco con lo sguardo la sagoma di qualche centrale nucleare, ma non ne vedo nessuna, solo un paio probabilmente ad olio combustibile. Dell’assenza di centrali nucleari lungo il percorso, in effetti, non c’è da meravigliarsi, data la peculiare distribuzione geografica delle centrali stesse in Giappone. Le localizzazioni sono scarse sulla costa del Pacifico. Infatti:

  • Soltanto 5 centrali con un totale di 19 reattori (compresi i 4 di Fukushima Daiichi), per la maggior parte nella metà settentrionale di Honshu (l’isola maggiore) in un’area a nord di Tokyo dove la città più importante è Sendai, sono sulla costa del Pacifico
  • La maggioranza delle centrali sta invece nella parte meridionale di Honshu sulla costa che guarda a nord-ovest verso il Mar del Giappone: 9 localizzazioni con 24 reattori operativi.
  • Altre centrali sono sempre sulla stessa costa: un reattore sull’isola del nord (Hokkaido), 2 localizzazioni con 8 reattori nell’isola del sud (Kyushu), ed 1 localizzazione con 3 reattori nell’isola più piccola (Shikoku).

La ragioni di questa distribuzione sono molteplici: fra l’altro, la costa del Mar del Giappone è meno popolata in quanto molto più fredda e con poca pianura costiera; c’è inoltre uno scarso collegamento fra il sistema di distribuzione dell’elettricità nelle due metà nord e sud del paese.


La localizzazione delle centrali nucleari.
(http://www.nei.org/resourcesandstats/documentlibrary/safetyandsecurity/g...)

Il momento è particolarmente delicato. Con il recente arresto del reattore n. 3 della centrale di Tomari nell’isola di Hokkaido, il Giappone, per la prima volta dal 1970, si trova con tutte le centrali nucleari spente.

Commenti sulla situazione energetica. Quando incontro persone con sufficiente padronanza dell’inglese, per loro stessa iniziativa il nucleare diventa l’oggetto della conversazione. Tutti mi raccontano che il razionamento dell’elettricità  - che, dopo l’incidente, era arrivato nel marzo scorso a interruzioni programmate di qualche ora al giorno nella regione del Kanto (Honshu centrale, nelle prefetture di Tokyo, Chiba, Gunma, Ibaraki, Kanagawa, Saitama, Tochigi, Yamanashi, Shizuoka) e riguardava case, fabbriche, uffici e persino trasporti su rotaia - non è più in corso. La maggioranza della gente che incontro dice che questo dimostra come il nucleare non fosse stato e non sia necessario, e l’elettricità attualmente prodotta per via convenzionale sufficiente, nonostante le affermazioni del governo.

Ma alcuni fanno notare come le fabbriche non vadano ancora a pieno regime. E tutti attendono con ansia l’arrivo del caldo afoso e umido – che in Giappone è più forte che in Italia per ragioni geografico-climatiche - e quindi dell’uso massiccio dei condizionatori. A parole, è in corso una propaganda capillare per prepararsi a resistere al caldo con l’impiego di “buoni vecchi rimedi”, che non comportino l’uso di energia elettrica. In realtà, questi rimedi sembra che si riducano all’iniziativa di far andare al lavoro gli impiegati statali e degli enti locali in maglietta e calzoncini anziché con i regolamentari giacca e cravatta.

Qualcuno più riflessivo ricorda come il condizionamento sia essenziale nelle fabbriche elettroniche e di apparecchiature di precisione. Altri dicono che forse ancora peggio sarà l’inverno prossimo (a Hokkaido e nord Honshu, che possono essere molto fredde), anche se i giapponesi sono abituati ad un riscaldamento parsimonioso nelle case (ma non negli uffici). Gli edifici mono-familiari, tutti impeccabilmente anti-sismici, non sono talvolta ben coibentati.

In sintesi, il clima del Giappone, è molto diverso da quello dell’Italia, nonostante la latitudine simile, le dimensioni simili e la forma allungata (anche se suddivisa su quattro isole) con una cordigliera longitudinale. Il Giappone, infatti, non si affaccia su un mare interno, ma è posizionato su un bordo continentale che guarda verso un oceano ad est, esposto a tifoni, con una forte stagione delle piogge, insomma un clima non-mediterraneo (ben diverso, ad esempio, da quello dell’Italia o della California). Di conseguenza, il bordo delle isole verso ovest o nordovest può essere molto più freddo del bordo verso il Pacifico, e stagionalmente Honshu settentrionale e Hokkaido affrontano un inverno molto freddo), e Honshu meridionale, Kyushu e Shikoku (e ancor di più Okinawa con la catena di piccole isole delle Riykiu) un’estate con caldo tropicale o semitropicale.

Finora il Giappone otteneva la propria energia:

  • per il 46% dal petrolio (di cui è il quinto importatore mondiale),
  • il 21% dal carbone (importato),
  • il 19% dal gas naturale (quasi tutto importato tranne una piccola produzione nazionale),
  • l’11% dal nucleare (che sale al 27% se si considera solo la produzione elettrica),
  • il 3% dall’idroelettrico (tradizionale),
  • l’1% da altre fonti rinnovabili.

Le principali centrali convenzionali per la produzione elettrica sono 29, i reattori nucleari di produzione 50.

Anche la situazione demografica è diversa da quella italiana: il Giappone ha più del doppio (127 milioni) della popolazione italiana (60 milioni) con una superficie di territorio simile (372.824 km2 e 301.317 km2, rispettivamente), e quindi con una densità assai più alta (343 invece di 198 abitanti per km2). In verità, tale densità è ancora più alta nei fatti, dato che la frazione della superficie più adatta all’insediamento umano è meno di un quarto del territorio (la fascia sul Pacifico di Honshu centro-meridionale e le due isole del sud) contro la metà circa  nel caso italiano.


La geografia amministrativa del Giappone.
(http://mapsof.net/map/japan-map)

La gente, comunque, appare complessivamente preoccupata per Fukushima anche se in modo composto. Vorrebbe essere rassicurata sugli stress test nelle centrali e sui radionuclidi negli alimenti, nell’ambiente, in mare. Tutti coloro con cui parlo, tecnici ed esperti o membri della popolazione (in genere contrari al nucleare), dicono che si aspettano un ritorno graduale e parziale al nucleare, magari puntando alla prossima generazione di reattori. Questo chiaramente non piace alla maggioranza dei giapponesi, ma ho visto in due settimane una sola piccola manifestazione antinucleare, peraltro scarsamente frequentata.

Alcuni si dicono preoccupati delle vicine centrali in Corea del Sud (3), nell’Estremo Oriente russo (2), nella Manciuria cinese (diverse), e degli impianti nucleari militari della Corea del Nord.

Alcuni effetti di Fukushima. Radiologi e radiobiologi mi dicono unanimi che non ci sono gravi problemi sanitari da radiazioni. Hanno reputazioni professionali impeccabili e le loro affermazioni sono corroborate dagli organismi internazionali. Alcuni di loro in pensione sono rientrati volontariamente in servizio nella zona dell’incidente. Mi dicono che gravi problemi sanitari li ha lasciati lo tsunami dal punto di vista igienico. La lista degli effetti sanitari sull’uomo dovuti ai reattori di Fukushima Daiichi è quella fornita dalla IAEA sulla base delle informazioni fornite dalle autorità giapponesi, ed è molto corta, anche se non definitiva: 2 dispersi, 19 feriti per cause non-radiologiche (soprattutto a causa di esplosioni), 19 contaminati, 1 molto contaminato e ancora ospitalizzato, 1 ancora sotto indagine. Un radioprotezionista senior mi presenta una serie di dati e mi fa notare come la distribuzione dei radionuclidi e le valutazione delle dosi siano più precise e quindi più cautelative di quelle diffuse dall’IAEA. La situazione viene descritta quindi come ben diversa da quella di Chernobyl con i suoi “eroi” volontari esposti alle radiazioni.

Diverso è stato l’effetto dello tsunami in quanto tale sul territorio colpito: nella prefettura di Miyagi si sono stimati tra morti e dispersi oltre 10.000 persone su una popolazione di 2,3 milioni di abitanti; altre grosse perdite sono state riportate per Fukushima e Sendai. Danni pesanti si sono anche verificati nelle centrali elettriche convenzionali e nelle altre infrastrutture energetiche. Per il Giappone “antisismico” è stata una grande sconfitta, ma il terremoto è stato di magnitudo 8,9-9, il quinto più forte mai registrato, ed il danno è stato causato non dal tremore ma dalle ondate dello tsunami.

Uno degli esperti di radioprotezione mi abbozza un calcolo: la probabilità che venga per incidente troncato un cavo che fornisce l’elettricità per il funzionamento del raffreddamento del reattore è di 10 x 10-2/anno, cioè una interruzione del funzionamento ogni 100 anni. La probabilità che ci sia un mancato funzionamento del generatore diesel di emergenza è di 1,2 x 103/generatore. Quindi il rischio di un incidente dovuto alla mancanza di elettricità per il raffreddamento è di 10-5/anno, ossia considerando i circa 50 reattori, si ha 1 incidente (grave) ogni 2.000 anni. Il che si è verificato. Aggiunge che i dati storici sugli tsunami sono molto scarsi rispetto ai terremoti: quindi un grande tsunami, come quello verificatosi, non era stato previsto. Anche se le ricerche storiche sembrano indicare un Jokan-tsunami (nell’era Jokan, forse si verificò un altro terremoto con tsunami a magnitudo così alta come quello di Fukushima) nell’anno 896 d.C., uno nel 1611 (era Keicho), uno nel 1896 (nell’era Meiji, che aveva colpito nella prefettura di Iwate, con più di 23.000 morti corrispondenti in certe zone al 20% della popolazione), uno nel 1933 nel Sanriku, e infine nel 1960 quello proveniente da molto lontano, dalle coste del Cile attraversando tutto il Pacifico. Ma nessuno degli tsunami recenti aveva raggiunto in Giappone la magnitudo 8.

Torniamo al problema energetico: oggi, è già aumentata l’importazione di carbone (australiano, forse cinese nel prossimo futuro), olio (arabo), gas (russo, indonesiano, australiano, del Brunei, arabo, ecc.). Il gas sembra candidato ad essere il sostituto principale del nucleare (o della parte che non verrà riaperta). Le stime suggeriscono come ordini di grandezza un incremento di 230.000 barili di petrolio al giorno e 1,2 miliardi di piedi cubici di gas naturale al giorno. Potrebbe inoltre interrompersi lo sforzo, finora di successo, per una tecnologia del carbone più pulita.

Tutti si aspettano un’intensificazione dello sforzo estrattivo giapponese all’estero per idrocarburi e carbone (e rischi sul piano geopolitico), con interventi di ammodernamento tecnologico; ed uno sfruttamento massimo delle energie rinnovabili: ma l’idro è già al massimo, eolico e fotovoltaico sono sottomessi ad un clima particolarmente intermittente, l’agricoltura è riservata all’essenziale riso. Forse c’è qualche prospettiva di sviluppo per il geotermico-geodinamico, vista la natura vulcanica del paese. L’impressione è che l’efficienza energetica (soprattutto termica) non sia ancora del tutto stata “scoperta”.

L’elettricità è necessaria al complesso sistema pubblico di trasporto su rotaia - dagli Shinkansen (i treni veloci), che servono tutto il paese o quasi, alle ferrovie regionali, alle metropolitane - che ha liberato i giapponesi dalla dipendenza dalle auto: l’automobile viene lasciata a casa durante la settimana. Già sono aumentate le importazioni energetiche e le tariffe dei trasporti. Tutti dicono che delle scelte dovranno essere fatte presto.

Commenti sulla sismica. Gli ingegneri sismici e i sismologi sono interessati all’Italia: mi dicono che la sismologia (e la vulcanologia) sono italiane, mentre l’ingegneria sismica è giapponese. Non sono sorpresi degli effetti dei terremoti in Italia sui centri storici e sui beni architettonici. Dicono che il Giappone ha meno problemi perché ha rari edifici antichi in pietra e perché è potuto passare dal legno, impiegato nei templi come nelle casette tradizionali, direttamente al cemento armato. Il palazzo imperiale di Kyoto, quello in cui l’imperatore Meiji preparò ed “accettò” la rivoluzione di modernizzazione nel 1868, è bellissimo ma quasi tutto in legno.

Gli ingegneri mi dicono che un problema più serio dei terremoti (e delle eruzioni vulcaniche) è quello degli incendi urbani a causa dell’uso del legno. Infatti, soprattutto nei centri storici (ad esempio, a Nara), accanto ad ogni porta di casa o di negozio o di tempio, c’è almeno uno o diversi secchi dipinti di rosso attentamente impilati contenenti acqua o sabbia per i primi interventi. I parafulmini e la rete di scarico dei fulmini per templi, santuari e castelli sono visibili e massicce, diffuse le stazioni dei vigili del fuoco con autopompe mini che si possano muovere nei meandri delle stradine, praticamente è vietato fumare per strada onde evitare le cicche.

Shikoku e i suoi ponti. Shikoku (la quarta isola, 18.783 km2 con 4.039.000 abitanti, più piccola della Sicilia, 25.711 km2 con 5.030.000 abitanti) è stata unita all’isola maggiore (Honshu) da tre sistemi di ponti:

Sistema

Ponti

Anno

Campata sospesa(m)

Lunghezza totale (m)

Kobe-Naruto

Akashi-Kaijyo

1998

1991

3911

Onaruto #

1998

 

876

Great Seto*

Shimotsui-Seto

1998

940

1400

Innoshima

 

420

790

Iwakurijima

 

420

790

Yoshima

 

847

in 5 balzi

Kita Bisan

 

900

1536

Minato Bisan

 

1100

1648

Nishiseto

Shin-Onomichi

1979-1999

215

546

Innoshima

 

770

1270

Ikuchi

 

490

790

Tatara

 

890

1480

Ōmishima

 

279

328

Hakata-Ōshima

 

145

325

triplice ponte di Ohahima-Kurushima-Kayko

 

600

960

# con vortici più forti di Cariddi
* stradale-ferroviario

Questi tre complessi di ponti uniscono le zone di Osaka-Kobe, Okayama e Hiroshima rispettivamente al nord-est, centro e sud-ovest Shikoku con l’obiettivo di potenziarne l’industria (compresa la cantieristica), l’agricoltura (subtropicale) e lanciare il turismo. Shikoku è ricca di montagne intatte, con gole spettacolari, ospitalità tradizionale, castelli pre-Meiji, spiagge sul Mare Interno, treni turistici, persino oliveti (decorativi); il triplice sistema di ponti è grandioso.


Il sistema dei ponti tra Shikoku e Honshu.
(http://www.jb-honshi.co.jp/english/guide/use.html)

Nessuno dei ponti realizzati raggiunge le dimensioni di quello progettato per Messina (3.300 m la parte sospesa, 5.070 m la lunghezza totale), ma molte cose sono simili: il braccio di mare, le dimensioni dell’isola da collegare, la zona
sismica. Gli ingegneri che incontro dicono che queste infrastrutture sono essenziali per rompere la marginalità insulare e che il problema italiano per la costruzione del ponte non può essere la sismicità perché sono disponibili le tecnologie atte a controllarla; ma ammettono che lo Stretto di Messina, con un percorso di attraversamento semplice, si presta molto meglio del Mare Interno giapponese ad un servizio di ferry. Nel caso dell’Oresund, il ponte tra Danimarca e Svezia, la lunghezza totale è di 7.845 ma la campata più lunga è di soli 490 m.

I beni culturali e la cultura del legno. I siti storici di Shikoku ci portano a parlare dei beni culturali del Giappone che sono costituiti in maggioranza da manufatti basati su tecnologie non-edilizie: pittura, decorazione, arredamento, oggettistica, oreficeria e gioielleria, numismatica, calligrafia e “arti della carta”, giardinaggio e “terra-formazione paesaggistica” (landscaping and terraforming), artigianato delle armi, abbigliamento, cosmetica, design, manifestazioni cerimoniali, estetica quotidiana. Vi è uno sconfinato “amore di popolo” per i fiori, i giardini, le piante, gli alberi, gli ecosistemi, i paesaggi: basta andare a vedere un giardino pubblico per rendersene conto.

I beni architettonici ed i correlati beni archeologici rivestono quindi un ruolo relativamente minore rispetto a quello riscontrabile in Italia. Purtuttavia, essi comprendono le residenze imperiali (Nara, Kyoto, Tokyo), i castelli-fortezze dei lord feudali (daymo) e dello shogun (capo militare), templi e santuari (buddisti e scintoisti), complessi educazionali (in genere confuciani), monumenti e tempietti funebri-familiari e animisti, archi simbolici, porte e tratti di mura. Queste
costruzioni sono per lo più realizzate in legno, sia per tradizione culturale che
per disponibilità del materiale, mentre le pietra è usata essenzialmente solo per le mura difensive e dei terrapieni dei castelli, e per ornamento nei giardini e negli spazi aperti dei templi. L’impiego di materiale lapideo di origine vulcanica, come
in Italia, non si è sviluppato.

Il legno comporta una manutenzione accurata continua ed una vera e propria ricostruzione totale periodica, in genere ogni 20 anni, in modo che la passata e futura generazione dei costruttori lavorino insieme e mantengano la conoscenza delle tecniche. Questo ha causato una lunga sopravvivenza degli stili ed il “mantenimento” di manufatti (uguali all’originale) anche per periodi di duemila anni, paragonabili in anzianità (ricostituita) a quelli di età romana e greca. La scelta del “mantenimento” è stata aiutato dal lungo periodo dello shogunato e dalle caratteristiche “forzate” della immediata e omogeneamente diffusa modernizzazione Meiji nella seconda metà dell’Ottocento.

Forte era stata in precedenza anche l’influenza “conservatrice” cinese, in genere di origine confuciana, con in più tendenze isolazioniste nei riguardi di elaborazioni non-cinesi e non-giapponesi, e tendenze anche anti-mongole nel periodo dei governo dei successori di Gengis khan (vedi la resistenza, trattata da Marco Polo, ai tentativi di Kublai Khan di invadere il Giappone).

I beni architettonici “periodicamente rinnovati” hanno così superato anche gli interventi militari europei (portoghesi, spagnoli, olandesi, statunitensi) e i bombardamenti americani dell’ultima guerra. I beni archeologici sono anch’essi divisi fra architettonici e “visuali” e la loro conservazione ha seguito percorsi analoghi.

La rigida regolamentazione edilizia anti-sismica negli ultimi decenni, attentamente controllata dal governo, ha liberato risorse finanziarie e umane non più necessarie alla gestione del dopo-terremoto permettendo di migliorare ancora la manutenzione dei beni architettonici e la loro ricostruzione straordinaria quando necessaria. D’altronde, le costruzioni in legno sono spesso tali da resistere a certi fenomeni sismici. I musei sono rigorosamente antisismici.

I Siti UNESCO “patrimonio dell’umanità” in Giappone sono 16 (di cui 4 siti esclusivamente a carattere naturale) su un totale di 936 siti (183 naturali) in 153 paesi.

E’ opportuno ricordare i periodi storici in cui gli studiosi giapponesi suddividono la loro storia:

 

Periodi storici

 

Note

Jummu primo imperatore

660 a.C.

 

Yayoi

III sec. a.C. – III sec. d.C.

 

Kofun

III – VI sec

arrivo del Buddismo

Asuka

592-710

 

Nara

710-784

capitale a Nara

Heian

794-1185

capitale a Nagaoka

Periodo dei samurai

1185-1336

 

“Stati in guerra”

1336-1582

 

Nanban

XVI sec

i “Barbari del sud” = portoghesi

Shogunato

1582-1864

capitale a Kyo = Kyoto

Meiji e post-Meiji

1864-1945

capitale a Edo = Tokyo

Giappone contemporaneo

1945-

 

A proposito dell’Italia. L’attenzione per i beni culturali italiani è molto alta, per il grande amore che viene espresso nei riguardi della storia, archeologia, architettura (in edilizia come in altri campi), arte e design italiani. Il numero di giapponesi che ha studiato, per brevi o lunghi periodi, architettura, decorazione, belle arti, restauro e design in Italia nell’ultimo dopoguerra, soprattutto negli anni ’70, è più alto di quanto si pensi. Alcune università erano molto stimate, come pure l’Istituto del restauro ed alcune delle “scuole d’arte” di allora. E’ del 1962 l’Istituto di cultura giapponese a Roma, primo del suo genere all’estero, non a caso collocato a Valle Giulia di fronte alla Facoltà di architettura.

Da parte giapponese, viene auspicata un’attenzione particolare italiana per la preservazione del patrimonio culturale da disastri sismici, vulcanici, marini (acqua alta) e alluvionali, mentre non risulta chiaro ai loro esperti, a fronte della loro esperienza, perché sia necessario in Italia concentrare i finanziamenti sulla post-emergenza per interventi ricostruttivi.

L’esperienza di un “piccolo terremoto”. La mia visita si conclude con un esperienza singolare. Un giorno prima di rientrare in Italia, venerdì 1 giugno 2012, mi sono trovato in un terremoto, del tutto non citato dai media italiani. Ero a Tokyo, alle ore 17.48, nella zona settentrionale della città, abbastanza vicino all’epicentro (circa 25 km). Il terremoto è stato classificato di magnitudo 5,2 sulla Scala Richter, con epicentro a 52 km di profondità nella prefettura di Saitama, ed è stato sentito intorno a Tokyo, da Yokohama (sud) a Koriyama (nord, abbastanza vicino a Fukushima) e da Takasaki (ovest) a Chiba (est, compreso l’aeroporto internazionale di Narita). Un tipico terremoto della costa sul Pacifico dell’isola di Honshu.

Personalmente, l’ho avvertito chiaramente, ma non mi sono agitato perché nessuno si è scomposto. Mi trovavo al sesto piano di un edificio abbastanza moderno, un conoscente mi ha detto con calma: “lo senti il terremoto?”. L’edificio ha oscillato vistosamente, così gli edifici più alti che si vedevano dalla finestra, per un tempo che mi è sembrato molto lungo. Nessun rumore particolare all’interno dell’edificio. La televisione era accesa: molte stazioni, entro al massimo un minuto o 2, hanno dato la notizia, interrompendo brevemente il programma in corso, mostrando una mappa immediata ed un tabulato della situazione in termini precisi, di cui ovviamente erano informati in tempo reale. La gente, sulla base dell’esperienza personale e delle notizie della televisione, non è corsa da nessuna parte, né si è rifugiata in zone particolari dell’edificio o tantomeno è corsa all’aperto. Dopo qualche minuto, la televisione ha informato che i treni veloci e la metropolitana erano stati fermati per precauzione da 1 a 5 minuti, ed erano già stati riattivati a seguito delle indicazioni positive dei sistemi di monitoraggio strumentale sulla rete. L’aeroporto non si è fermato. Ho saputo poi che, in qualche scuola, avevano attuato le procedure di emergenza, ma “solo a scopo di esercitazione”, e che alcuni reparti dei vigili del fuoco erano usciti dalle caserme solo per verificare i tempi di uscita, rientrando subito dopo. Ogni monitoraggio è avvenuto tramite videocamere e sensori già predisposti.

Della cosa, già in serata, non se ne è parlato più. Le notizie diffuse subito dopo il sisma hanno confermato l’assenza di danni quantificabili, di crolli negli edifici pubblici, edifici storici (che però qui sono spesso costruiti in legno), abitazioni, uffici, fabbriche, nemmeno di un capannone industriale. Nessun panico, nessuno si è sentito male a causa dell’evento, nessuna corsa agli ospedali, nessun assembramento. Il traffico (visto con i miei occhi) si è fermato un istante o ha solo rallentato, niente ingorghi (oltre a quelli soliti). Non ci sono state polemiche di alcun tipo, nonostante che il governo sia criticato da buona parte dell’opinione pubblica e da molte associazioni ambientaliste. L’imperatore è partito regolarmente per presenziare al giubileo della regina Elisabetta. Nessuno ha intervistato esperti “alternativi”, nessuna procura ha aperto indagini se il sisma non sia stato “previsto”. Di eventuali indagini si sono occupati sismologi, ingegneri civili, esperti ambientali e della protezione civile. Nessuno ha chiesto sgravi, sovvenzioni, rimborsi, finanziamenti, interventi del volontariato.

So bene quanto sia difficile paragonare eventi diversi in paesi diversi. Ma, al mio rientro, ho trovato l’Italia sommersa (anche), a seguito del sisma in Emilia, non solo dai danni ma dalle polemiche. La tentazione di “comparare” è forte. Molto semplicemente: il sisma italiano è stato di magnitudo 5,8. Questo lo rende più grave di quello di Tokyo - e so bene che, sulla scala, fra i valori 5 e 6 c’è un fattore 10 di ampiezza delle onde. Ma so anche che (dalla U.S. Geological Survey):
"magnitudo 5.0-5.9, descrizione: sisma moderato, può causare in zone limitate danni maggiori a edifici costruiti male ma solo danni molto leggeri a edifici ben costruiti; se ne verificano 1.319 all’anno su tutto il pianeta".

Ora, il Giappone, i suoi politici e i suoi oligopolisti hanno commesso errori gravi prima e durante l’emergenza di Fukushima: ma la reazione dell’opinione pubblica si è fatta sentire e per il momento tutte le centrali sono ferme. In Giappone la prevenzione antisismica per i terremoti “normali” funziona. E in Italia?

Qualche conclusione

Parlo con amici, tra cui un ex consigliere scientifico di un primo ministro, del Giappone contemporaneo. Diversi tipi di Giappone – mi dicono - si sono succeduti dopo la caduta dello shogunato nel 1868 (nella stessa epoca della caduta dei vecchi stati italiani – mi fanno notare), con la Rivoluzione Meiji contemporanea e forse influenzata dal Risorgimento e dalle rivoluzioni europee a partire dal 1848. Da allora,  al Giappone dell’era Meiji in via di modernizzazione era seguito: il Giappone grande potenza, il Giappone militarista-imperialista, il Giappone sconfitto e occupato, il Giappone democratico del miracolo economico e tecnologico. Fin dal 1974-1975 nel G6, poi G8, oggi con il 12,5% è il secondo contributore, dopo gli Stati Uniti, all’ONU.

Ma Fukushima sembra aver segnato l’emergere di una crisi profonda: in primo luogo, sul ruolo degli oligopoli “combinati”, dei “keiretsu”, attori finanziari e industriali finora intoccabili, ma la cui crisi, insieme alla più generale crisi globale, ha portato alla disaffezione verso i liberal-democratici al governo, alla fine della fidelizzazione personale lavoratore-impresa della durata di una vita, ad un avvenire politico-sociale non più certo, anche se permane un atteggiamento da parte della popolazione di ordine, disciplina, studio, forza collettiva. C’è poi l’emergere forte della questione ambientale, non limitata al nucleare.


L’imperatore Meiji promulga la costituzione.
(http://www.artelino.com/articles/meiji-period.asp)

Dietro l’ombra di Fukushima, si intravvede l’ombra di Meiji, della rivoluzione per ordine imperiale, della modernizzazione per via autocratica, del cambiamento organizzato. C’è solo un altro caso vagamente paragonabile nella storia, la modernizzazione per azione rivoluzionario-militare della Turchia di Ataturk, dove però oggi sembra riemergere un passato che si credeva superato. Ecco, una crisi del modello moderno giapponese, con il riemergere del vecchio Giappone, sembra essere un rischio da considerare insieme al rischio sismico e al rischio nucleare.

Post-scriptum. Ho appena terminato di rivedere queste note di viaggio che mi giunge notizia (16 giugno 2012) che il primo ministro giapponese Yoshihiko Noda “ha fatto appello al paese di accettare” la rientrata in funzione di due (o delle prime due) centrali nucleari – Ohi n. 3 e Ohi n.4, situate nel Giappone sud-occidentale – “per proteggere l’economia e le condizioni di vita della popolazione” con l’arrivo della stagione calda, assicurando la sicurezza di queste centrali in caso di terremoto o tsunami.