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2021-10-21 04:30

Un Mose di Vetro per Salvare Venezia. Dalle Acque Alte e dalle Ideologie.

POLEMICHE APOCALITTICHE E REALTA’

di: 
Antonio Gesualdi

L’autore, giornalista e responsabile dell’ufficio stampa del Consorzio Venezia Nuova durante l’Amministrazione commissariale Anac, ci spiega che il Mose ha funzionato, smentendo tutti i catastrofisti che lo hanno osteggiato, ma che la sfida per una sicurezza stabile della città e della laguna è ancora aperta e difficile da vincere: più ancora della buona ingegneria serve una politica alta. E trasparente.

Foto di Copertina: fonte Consorzio Venezia Nuova

Il Mose funziona. I professionisti dell’anti-Mose sono stati sconfessati dai fatti. Anche dalla teoria; perché il principio di Archimede è scientificamente verificato da sempre. La disputa teologica “funzionerà - non funzionerà” si può archiviare. Uno dei più terrificanti spauracchi, lanciato da Paolo Cacciari, veneziano, architetto, esponente di spicco, a suo tempo, del Partito comunista e, poi, dei suoi derivati, finora non si è avverato e non si avvererà mai. Cacciari ipotizzò che le furie dei venti e dei mari avrebbero fatto sganciare una paratoia e questa, portata dalle onde, si sarebbe abbattuta contro la basilica di piazza San Marco. L’Apocalisse.

Nella realtà le acque di Venezia, quando crescono, si gonfiano lentamente e non avrebbero la forza di sballottolare una paratoia, tra l’altro, piena d’acqua e che, se anche fosse, affonderebbe. Le “alte maree” non sono tsunami. Ma fanno danni. Come nel novembre del 1966. Come è stato nel novembre del 2019. E come sarà, probabilmente, in qualche anno prossimo venturo. E contro questi probabili prossimi danni che si è realizzato il Mose. E con rischio-beneficio ancora a favore del beneficio nonostante la spesa abbia oltrepassato i 6 miliardi di euro.

 

La svolta c’è stata ma i problemi non sono finiti
Dall’ottobre 2020, la svolta c’è stata: le barriere alle bocche di porto, tutte perfettamente allineate, hanno fermato per venti volte “l’acqua granda” più o meno eccezionale. Si possono archiviare, dunque, annate decennali di polemiche ideologiche e pretestuose. Addirittura fantasiose.

Ma non si può archiviare tutto con tranquillità perché c’è una data altrettanto rilevante, divenuta indimenticabile e di monito, è quella dell’8 dicembre scorso, quando si è verificato il peggior livello raggiunto del 2020: 149 centimetri. Quel giorno, per un marchiano errore di previsione o di organizzazione o di (non) decisione, il Mose non è stato attivato e Venezia è finita, di nuovo, sott’acqua. Prima di tutto piazza San Marco, poi col passare delle ore le Guglie, Rialto e così via fino all’ultimo scaffale non rialzato. Per giunta, poco dopo che i veneziani si erano tolti il peso e la paura dell’“acqua granda”, venivano presi in contropiede e tanti - troppo fiduciosi – avevano persino lasciato a casa gli stivali o non si erano premuniti di mettere le paratie (non paratoie!) alle porte.

Sono seguiti, come sempre, grotteschi rimpalli di responsabilità. Polemiche. Proposte di nuove soluzioni. Alla fine, al sogno realizzato si è subito sovrapposto il solito incubo: la possibile morte di Venezia. Non è questo il luogo dove spiegare in dettaglio o affrontare le questioni tecnico-organizzative. Ciò che ci interessa è di dirimere qualche questione in modo pragmatico e serio e soprattutto cercare di rispondere all’apparente paradosso del Mose che funziona, ma anche non funziona. Perché?

 

Un collaudo in progress

Perché il Mose non è un’infrastruttura stabile, costruita una volta per tutte. Addirittura, per questa sua caratteristica, non è neppure collaudabile. A quale altezza di marea dovrebbe essere, ad esempio, collaudato? A tutte quelle per le quali è stato progettato. Ma le altezze di marea non sono comandate da esseri umani; dunque, il Mose si collauderà, funzionando, nel tempo. È un’infrastruttura in progress. Non c’è bisogno di sprecare ulteriore denaro per collaudatori che si limiterebbero a parti di esso - cosa tra l’altro già fatta e profumatamente pagata e per “pezzi di opera” neppure per “lotti funzionali” - ma non all’intero Sistema.

Un ponte, ad esempio, si costruisce. Si collauda facendoci passare sopra determinati pesi e si apre all’uso pubblico. Certo - l’abbiamo visto a Genova - nel tempo, serve fare una scrupolosa manutenzione. Ma questa manutenzione non ne pregiudica l’uso ad ogni passaggio di un’automobile o di un camion. Il Mose, invece, per come è stato progettato (questo è ancora un altro tema che andrebbe approfondito) necessità di una manutenzione costante proprio per poter funzionare quando serve.

 

Il Mose come la Ferrari

Il professor Pier Vellinga, olandese, scienziato di fama internazionale, esperto idraulico e di cambiamento climatico, ha paragonato il Mose a una Ferrari: unicità italiane, ma che hanno bisogno di bravi piloti. Ebbene si può dire anche di più: il Mose è una vera e propria “machina”; un’espressione della nostra civiltà, un “congegno” complesso. E i congegni sono, per antonomasia, delicati perché formati da più parti collegate tra loro. Se se ne inceppa una, anche le altre possono malfunzionare o non funzionare. Vale per la Ferrari - che da anni non vince più un titolo - e varrà anche per il Mose. Perché la Ferrari non vince più come prima? Chi sa spiegarlo con oggettività?

Il Mose funziona. È dimostrato. Ma potrebbe non funzionare se qualcosa - anche una piccola parte - del congegno si inceppa. E si inceppa non solo perché qualche pezzo si rompe o non gira come dovrebbe, ma si inceppa perché ci sono quelli che lo gestiscono che arrivano tardi. Quelli che pensavano ad altro. Quelli che non avevano titoli, ma sono lì. Quelli che non erano pronti. Quelli che la prossima volta faremo meglio. Quelli che non c’hanno lasciato lavorare...

 

Non è adatto alle passerelle: deve durare almeno un secolo

Dunque, il Mose di Venezia, nell’autunno inverno 2020, ha cancellato buona parte delle obiezioni cinquantennali di coloro che lo davano per completamente inutile se non pericoloso. Ma non dimentichiamo che si è trattato soltanto di qualche giro di prova. Non lo abbiamo ancora visto funzionare nella vera emergenza e in condizioni meteo-marine veramente avverse.

Non dimentichiamo la faccia bruciata dal sole, con l’impronta stampata della mascherina, con la quale il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si era presentato all’incontro con il collega olandese Mark Rutte la sera del 10 luglio 2020. Il nostro Presidente era ridotto così perché era stato tutta la mattina ad attendere - troppo tempo - sotto il sole, che le paratoie di Treporti si sollevassero. Cosa che andava bene per una passerella politica, ma non per il vero funzionamento del Mose.

Le barriere dovrebbero durare almeno un secolo - come da progetto - e in questo tempo guadagnato dovrebbe consentirci di pensare e programmare altri congegni per salvaguardare Venezia e la sua laguna. Potrebbe essere una macchina del tempo che ci consente di prendere tempo per potere intervenire sempre meglio e con migliori conoscenze a tutela dell’ambiente e delle popolazioni che risiedono nella gronda lagunare. Ma questo tempo che il Mose si è preso per essere costruito e che potrebbe restituirci, per poter progettare migliori interventi in futuro, ci sarà soltanto se tutto il “congegno” che lo fa funzionare, funzionerà.

E tutto questo “congegno” non è fatto soltanto di apparati tecnico-ingegneristici: le paratoie e le cerniere in acciaio, gli impianti elettromeccanici, i cassoni in calcestruzzo, le connessioni via cavo o via etere. Devono funzionare anche le scelte del personale, la formazione degli operatori, la gestione amministrativa, finanziaria e politica. Perdere di vista anche soltanto un solo ambito di tutto il “congegno” significherà correre velocemente verso la non praticabilità dei sollevamenti e l’implosione di tutto il Sistema Mose. Cosa niente affatto teorica come l’8 dicembre 2020 ha già dimostrato. Per giunta con un’acqua alta più alta di tutte le altre dello scorso autunno-inverno.

 

Scelte “politiche” per l’intero Sistema della laguna

Ecco perché, soprattutto in questi mesi, siamo in una delle fasi più delicate della realizzazione delle dighe mobili: si devono fare scelte “politiche” per la gestione e la manutenzione dell’intero Sistema. E per Sistema si intenda “non-solo-il-Mose”, ma l’intera laguna. Un habitat complesso nel quale è inserita la “machina” e che insieme interagiscono. Ecco perché è importante anche quanto da tempo va dicendo il professor Luigi D’Alpaos secondo il quale gestioni sbagliate rischiano di distruggere la morfologia della Laguna di Venezia “producendo effetti irreversibili sull’equilibrio del sistema”.

Forse è inutile ribadirlo, ma l’evidenza dei fatti porta, invece, al dovere di farlo: è necessaria una dose massiccia di libertà dalle ideologie e posizioni preconcette altrimenti gli eventi volgeranno al peggio. Lo scandalo che ha travolto coloro che si sono occupati delle dighe mobili fino al 2014 è la dimostrazione che non si possono fare infrastrutture funzionanti se i finanziamenti e l’organizzazione non sono, anch’essi, funzionali e pragmatici. Le distorsioni ideologiche, di politiche di piccolo cabotaggio o di interessi limitati finiscono per ripercuotersi anche sulla qualità della costruzione.

Il Sistema Mose, oggi, conta innumerevoli criticità e manca, soprattutto, una visione unitaria di gestione e manutenzione. Le cerniere erano progettate per durare 100 anni. Le ultime stime, per l’avanzare delle ossidazioni e delle ruggini, parlano di massimo 20 anni. Le paratoie dovrebbero essere revisionate ogni 5 anni. Finora alcune paratoie sono state lasciate sott’acqua da 8 anni e mai cambiate perché non è stato ancora deciso dove e chi deve farne la manutenzione. È in corso una gara proprio per affidare la manutenzione che avanza lentamente tra ricorsi e contro ricorsi al TAR. Filiere di tubazioni sono, addirittura, attaccate da batteri corrosivi. Sono state individuate valvole malfunzionanti nell’impianto di flussaggio. Sono ancora da ultimare gli impianti elettrici, di antintrusione, di ventilazione, di condizionamento e di spegnimento incendi. E nell’ultimo summit tra Provveditore alla Opere Pubbliche di Venezia, Commissaria “Sblocca-cantiere” e Commissario liquidatore (tutte figure che decidono, autonomamente, del destino del Mose!) non è ancora dato modo di capire cosa ne sarà del Piano Europa; che prevede interventi di compensazioni ambientali e interventi paesaggistici di ripristino. A dire il vero non è dato sapere neppure che fine faranno le 250 persone che vi lavorano e le imprese che dovrebbero completare l’opera.

 

Buona ingegneria e, soprattutto, alta politica

In questo panorama a volo di drone - ravvicinato, ma non dettagliato - chiunque può vedere dispiegarsi una certa complessità della situazione. Situazione che non si può pensare possa essere risolvibile da singole persone o da interventi sporadici. Paradossalmente, oggi, il Mose necessità più di alta politica che di buona ingegneria. Serve una capacità di visione e di indirizzo verso il superamento della contrapposizione tra chi si è limitato a guardare soprattutto i profili ingegneristici ed operativi dell’opera e chi ha insistito sulla sola astratta idea di conservazione della laguna nel suo complesso. È pur vero che contemperare i due aspetti non è facile, ma la vera sfida è proprio questa: tentare di conciliare l’ambiente con le soluzioni ambientali!

Nel caso concreto, l’alternativa Mose-Laguna è stato il vero nodo, non ancora sciolto, che ha creato ritardi, sprechi e permesso comportamenti devianti di molti decisori. Sciogliere questo nodo è la prossima sfida per Venezia. In termini più diretti: il Mose è una grande, unica, infrastruttura tecnico-idraulica. Geniale. Una diga a scomparsa che si vede soltanto quando serve e non impatta sul paesaggio nel quale è inserita. Ma non si può ignorare che opera in un habitat lagunare particolarmente fragile, dagli equilibri complessi che richiede, sempre e comunque, continui interventi di monitoraggio e conservazione. Il Sistema Mose non è solo Mose.

Meno ideologia e pregiudizi, serve un confronto razionale

Un’ultima considerazione. Il passato ci insegna che il ricorso a enti terzi avrebbe potuto favorire una migliore progettazione e una realizzazione più organica e attenta ai tempi e ai modi. Le singole personalità internazionali alle quali si è fatto ricorso, i comitati di saggi, le équipes di scienziati e ingegneri idraulici sono state tutte diminuite dalla polemica ideologica. Se Tizio ha dichiarato che… allora è perché è stato pagato dal Consorzio Venezia Nuova che realizzava l’opera. Se Caio ha dichiarato che… allora è perché è espressione di quel tipo di ambientalismo. Ogni opinione, appunto, è rimasta tale e le vere, uniche, decisioni per la realizzazione - così come è oggi il Mose - sono state prese esclusivamente in ambito di governo nazionale con tutte le devianze che lo scandalo del 2014 ha portato alla luce, comprese quelle che sono rimaste ancora nell’ombra.

Credo di poter tranquillamente sostenere che il Mose è la dimostrazione che l’ambientalismo, in quanto categoria a sé, non esista. Forse non può proprio esistere. Esistono le diverse soluzioni ai tanti problemi, anche simili. Si veda come gli inglesi hanno risolto le esondazioni del Tamigi. Come hanno risolto gli olandesi o i russi problemi simili. Ognuno a modo proprio. Ognuno similarmente agli altri. Non è detto che debbano essere tutte poco o molto costose. Tutte diverse o uguali. Più che un dibattito emozionale, perfino teologico, andrebbe perseguito un confronto razionale e sereno. E se si facessero, seriamente, i Dibattiti Pubblici prima di avviare un’infrastruttura pubblica?

 

Trasparenza: un Mose di vetro

Su questo, nel caso concreto, credo abbiano ragione da vendere coloro che, da anni, chiedono di poter facilmente accedere alla documentazione riguardante il Mose sia di quella in capo al Provveditorato di Venezia sia quella custodita dal Consorzio Venezia Nuova. E non intendo l’accesso agli atti che, di fatto, ha finito per riguardare solo gli avvocati specializzati. In molti di questi documenti, sapendoli leggere, potrebbero esserci delle chiavi per non ripetere errori grossolani e per costruire le nuove soluzioni future. Una su tutte comunque va indicata: la trasparenza. Nessun Mose potrà essere realizzato con efficacia se non viene assicurato un decente livello di trasparenza degli atti e dei comportamenti dei decisori. Perché è nell’oscurità che si nascondono gli sprechi, le tangenti, le corruzioni e le opere malfatte.
Una vecchia formula già indicata da Filippo Turati nel 1908 diceva che una buona Amministrazione doveva essere “come una casa di vetro”. Ecco: quando il Mose diventerà di vetro allora, solo allora, funzionerà sempre e perfettamente e fermerà ogni acqua alta che si presenterà, salvando Venezia.