Oggi:

2024-05-22 18:39

L’origine dell’Universo

NOTO&IGNOTO

di: 
Paolo Saraceno

Nessuno scienziato dubita ormai dell’esistenza del Big Bang e del fatto che 13,7 miliardi di anni fa l’universo fosse molto piccolo e che da allora abbia continuato ad espandersi. La storia che la scienza racconta è quella dei fatti avvenuti dopo quell’istante; non sa dire nulla su quello che è successo prima o sull’esistenza stessa di un prima perché non sa come misurarlo. Nei primi istanti di vita dell’universo le leggi della fisica hanno permesso di costruire due soli atomi: Idrogeno ed Elio. Da essi deriva tutto quello che conosciamo, inclusi i viventi che abitano il nostro pianeta.

L’origine del tempo. La questione dell’Origine dell’Universo è un problema antico, affrontato sin dagli albori della civiltà da tutte le culture e da tutte le religioni. E’ la domanda che ogni pensiero filosofico si pone ed è forse la ragione stessa dell’esistenza della filosofia. L’interpretazione che i filosofi hanno dato all’origine del cosmo ha oscillato nel tempo tra due estremi: una visione immanente per cui il principio dell’Universo è nell’Universo stesso, che per questa ragione esiste da sempre e sempre esisterà, e una visione creazionista per cui il mondo è opera di un Demiurgo che è fuori dell’Universo e lo crea per cui il mondo ha un’origine e quindi una fine.

La filosofia greca era permeata del primo atteggiamento, negava la possibilità che ci fosse un inizio del mondo e quindi una fine. Ciò che è eterno – sostenevano - “ha una perfezione superiore” di ciò che è creato (che dipende dal suo creatore). Poiché l’Universo è la sede delle massime leggi concepibili, a cui anche gli dei sono sottoposti (neanche gli dei potevano sottrarsi al loro “destino”), deducevano che esso dovesse essere perfetto e quindi eterno.

In questo Universo, che era sopra tutto e tutti, riconoscevano un principio fisico immanente ed eterno da cui derivava tutto. Per Talete, il primo dei filosofi della scuola di Mileto, il principio era l’acqua: tutto cominciava dall’acqua e finiva nell’acqua perché – osservava - tutto quello di cui le piante e gli animali si nutrono è umido; in un certo senso era il precursore delle moderne teorie sull’origine della vita. Per Eraclito il principio era il fuoco, ciò che variava era solo la sua forma, dal fuoco nascono i gas che precipitano in acqua e quando l’acqua evapora lascia dei residui che sono i solidi. Gas, liquidi e solidi sono quindi tutte forme diverse del fuoco. Per Anassimene il principio era l’aria: in essa osservava i processi di rarefazione e condensazione in cui vedeva il divenire la sintesi degli opposti. Analoghe teorie erano proposte da tutti gli altri filosofi: per Empedocle il principio erano i quattro elementi, per Democrito gli atomi, per Pitagora l’ordine matematico.

I filosofi greci studiavano il mondo da veri scienziati ed erano colpiti dai fenomeni fisici, chimici e biologici che osservavano e da questi facevano derivare un principio primo. Essi avevano una concezione concreta del mondo che Aristotele riassumeva nella semplice frase: dal nulla non può nascere nulla. Per i Greci, se l’Universo esisteva, allora era sempre esistito e non poteva neanche finire perché, se non si può passare dal nulla all’esistente, è vero anche il contrario: non si può passare dall’esistente al nulla. Se l’Universo esiste da sempre allora esisterà per sempre, il tempo non ha un inizio e non avrà mai una fine. Il Big Bang come origine del tempo non va d’accordo con il pensiero aristotelico. 

Figura 1

   Aristotile                               Agostino di Ippona                       Galileo Galilei

Sant’Agostino e i teologi cristiani avevano invece un’impostazione opposta, di tipo creazionista. Per loro Dio è fuori dallo spazio e dal tempo, che esistono solo perché Lui li ha creati. La domanda che molti si pongono: “cosa faceva Dio prima di creare il mondo?” per Sant’Agostino non aveva nessun senso, perché, non essendo stato creato il tempo, non esisteva un prima. Un ragionamento che non convinceva i suoi ascoltatori e spesso, quando il Santo arrivava alla fine delle sue lezioni, c’era qualcuno che ripeteva la domanda, non riuscendo ad accettare l’idea di un istante che non avesse un prima. La storia racconta che Sant’Agostino, esasperato da queste domande, alla fine rispondesse che, prima di creare il mondo, Dio era occupatissimo a costruire un inferno abbastanza grande da contenere tutti quelli che ponevano simili  questioni.

Quello che non piaceva ai discepoli di Sant’Agostino e che non piace neanche oggi, è l’idea del nulla implicita nel dire che il tempo ha un’origine. Domandarsi cosa c’era prima risponde solo al desiderio di avere delle radici su cui basare il nostro mondo.

C’è però una forte differenza tra la visione di Sant’Agostino e quella della scienza; la scienza si occupa solo di quello che è osservabile. Per Sant’Agostino, il “prima” non esisteva perché il tempo non era stato creato, per la scienza invece domandarsi  se c’era un “prima” non ha senso perché non riesce a concepire una misura per osservarlo.

Galileo ci ha insegnato che la scienza deve basarsi sui fatti, cioè sulle misure, e ciò che non è misurabile non rientra nell’ambito della scienza; poiché quello che c’era prima del Big Bang non è oggi osservabile, su di esso la scienza non può dare risposte. Si possono formulare ipotesi e teorie ma, sin tanto che non si identifica un osservabile, cioè una misura, si resta nel mondo della fantasia. Risalire a cosa c’era prima del Big Bang appare oggi come voler ricostruire la strada che si è percorsa nel deserto dalle orme che si sono lasciate sulla sabbia: è possibile farlo, anche se con qualche approssimazione. Si può andare indietro nel tempo, ma non per sempre, si può ricostruire il passato solo fino all’ultima tempesta di sabbia, le tracce di quello che è successo prima non ci sono più, cancellate dal vento, perdute per sempre. La tempesta del nostro Universo è stato il Big Bang. Questo non significa che qualcosa non possa essere esistito prima ma solo che su di esso la scienza non ha nulla da dire almeno con le tecniche che oggi riesce a concepire.[1]

L’Universo stazionario. Le teorie sul Big Bang non negano quindi l’esistenza di un Universo precedente, si limitano solo a dire che esso non è osservabile; malgrado questo, nella teoria ci sono forti aspetti creazionisti, cui si aggiunge l’assurdità della singolarità iniziale: se l’Universo è in espansione, andando indietro nel tempo esso ha occupato spazi sempre più piccoli sino a divenire meno che infinitesimo, una cosa difficile da accettare, che non piace neanche agli scienziati, che la chiamano “singolarità”. Si capisce quindi come mai scienziati di talento abbiano cercato di dimostrare in tutti i modi che la teoria fosse sbagliata. L’idea di un Universo Aristotelico, magari in divenire, che esiste da sempre e che esisterà sempre, appare ancor oggi più che plausibile.

Nel 1928, a pochi anni dalla pubblicazione delle misure che mostravano che l’Universo era in espansione, apparvero le prime teorie di Thomas Gold e Herman Bondi che spiegavano le osservazioni con un modello di “Universo stazionario”, in cui il tempo non aveva un inizio e il mondo in cui viviamo non nasceva da un punto piccolissimo in cui tutta la materia dell’Universo era concentrata.

Per riuscire a spiegare l’espansione osservata, senza ammettere il Big Bang, essi arrivarono a postulare una creazione continua di materia dal nulla. Questa materia riempiva lo svuotamento prodotto dall’espansione, formando in continuazione nuove stelle e nuove galassie che mantenevano l’Universo simile a se stesso e la sua densità costante nel tempo. Essi dimostrarono che, per spiegare le osservazioni, bastava la  creazione continua di una quantità piccolissima di massa, percentualmente  insignificante rispetto la massa dell’Universo; per questo – sostenevano - non la si era ancora  osservata. A chi obbiettava che il loro modello violava il principio aristotelico della conservazione della massa (dal nulla non può nascere nulla), loro obiettavano che anche il Big Bang lo faceva, creando tutta la materia assieme all’inizio. Loro postulavano un processo analogo, solo che era diluito nel tempo, un processo che agiva da sempre in un Universo praticamente infinito, nel tempo e nello spazio, che aveva il pregio di evitare un’origine del tempo e la singolarità iniziale; il Big Bang, creando tutta la materia assieme - sostenevano - era molto più assurdo della creazione continua.

Figura 2. Diagramma spazio-temporale dell’Universo. A sinistra si vede la rapida espansione dello spazio tempo avvenuta dopo il Big Bang, mentre la lieve divergenza a destra dalla struttura conica, indica la fase di accelerazione che l’Universo sta oggi attraversando. Sul lato superiore del cono è riportata la temperature dall’Universo e in basso la sua età. Sotto la figura sono riportati i principali fatti avvenuti dal Big Bang ai nostri giorni.

Tra i paladini dell’idea dell’Universo stazionario ci fu anche l’astrofisico inglese Fred Hoyle (1915-2001), anzi sir Hoyle, essendo stato, per i suoi meriti scientifici, insignito del titolo di “sir”; a lui va il merito involontario di aver inventato il nome “Big Bang” (in italiano: grande botto). Egli lo scelse, in aperta polemica con George Gamow e gli scienziati che, nel 1948, avevano proposto questo modello di Universo, con l’intento di ridicolizzarlo. Il nome era però così azzeccato che finì per contribuire al successo della teoria e Big Bang è ormai il nome che tutti usano.

Da buon scienziato, Hoyle sostenne che la questione dell’esistenza o meno del Big Bang andava risolta sul piano delle osservazioni. Così facendo però, non solo non riuscì a distruggere il modello, ma finì col trovare elementi a favore della sua validità.  I suoi studi su come si creano gli elementi chimici dentro le stelle, lo portarono a calcolare la quantità di Elio che si poteva creare con il Big Bang ed a dimostrare che essa sarebbe stata enormemente superiore a quella che si poteva creare con le reazioni nucleari che avvenivano dentro le stelle.

Figura 3. Hubble deep field. Immagine HST (1996) di un quadrato di cielo di lato pari a 1/30 del diametro della luna. E’ l’immagine più profonda che sia mai stata ottenuta dall'uomo, l'oggetto meno luminoso che vi appare è 4 miliardi di volte più debole del limite dell'occhio umano. Quasi tutti i puntini che si vedono sono galassie come la nostra, contenenti miliardi di stelle. Foto HST. Credit: Robert William, the Hubble Deep Field Team and NASA.

Le misure mostrarono che la quantità d’Elio che si misura nell’Universo è proprio quella calcolata da Hoyle e che solo il Big Bang poteva averlo prodotto. Il Big Bang ha reso l’Elio il secondo elemento per abbondanza in natura (dopo l’idrogeno), di gran lunga più abbondante di tutti i restanti elementi messi assieme. Per essere creato, l’Elio ha bisogno di temperature superiori ai 20 milioni di gradi, temperature che consentono ai protoni (che hanno la stessa carica elettrica e quindi si respingono) di avvicinarsi tra loro sino a consentire alle forze nucleari di legarli assieme per produrre un nucleo di Elio. 

Figura 4: Il ciclo protone-protone con cui 4 nuclei di Idrogeno (11H) si trasformano in un atomo di 4He, passando attraverso due elementi intermedi 21D ed 32He. I tondi blu con N indicano i neutroni che non hanno carica elettrica. Quelli rossi con un + sono  i protoni (nuclei dell’atomo d’Idrogeno) che hanno un massa quasi identica a quella dei neutroni, ma carica positiva; e+ sono i positroni, particelle di massauguale a quella degli elettroni ma con carica positiva. Il numero in alto a sinistra, accanto al simbolo dell’atomo, è il peso atomico, ossia il numero di neutroni e protoni di cui l’atomo è costituito; quello in basso a sinistra è il numero atomico, ovvero il numero di protoni contenuti nel nucleo corrispondente alla carica elettrica del nucleo e al numero di elettroni (e-) che l’atomo deve avere per essere neutro. 

Ha anche bisogno di alte densità per rendere probabili gli urti tra i protoni. Secondo la teoria, dopo il Big Bang, durante i suoi primi 3 minuti di vita, l’Universo, ha avuto le temperature e le densità necessarie a questa reazione. Quei 3 minuti sono stati sufficienti a trasformare circa un quarto della massa dell’Idrogeno dell’Universo in Elio. Nei 13,7 miliardi di anni che ci separano dal Big Bang, le reazioni nucleati avvenute all’interno delle stelle sono riuscite a trasformare solo il 2.3% della materia in atomi più pesanti dell’Elio; oggi le misure mostrano che l’universo attuale è costituito per il 73% di Idrogeno, il 24,7 di Elio. Il modello di Universo stazionario non avrebbe prodotto una simile quantità di Elio e nessun altro processo noto avrebbe potuto farlo (Figura 5).

Figura 5: Le abbondanze relative degli elementi, espresse in massa: come erano dopo il big Bang (Idrogeno per 3/4 ed Elio per 1/4) e come sono ora. La massa totale degli elementi più pesanti dell’Elio costituisce oggi il 2.3% della massa dell’universo. Nella figura i volumi sono proporzionali alle masse relative.

All’interno delle stelle la materia tende a concentrarsi per effetto della gravità e raggiunge la densità e la temperature necessaria per trasformare l’Elio in Carbonio e da esso, se la stella è abbastanza massiccia, gli altri atomi. Per cui l’elio che si forma nelle stelle si trasforma almeno in parte atomi più pesanti e comunque le reazioni nucleari avvenute nelle stelle hanno riguardato solo il 2.3 % della massa dell’Universo, non avrebbero mai potuto formare la quantità d’Elio che oggi si osserva che, come si è detto, può essere formato solo da un processo simile al Big Bang.

Un altro colpo alla Teoria dell’Universo stazionario venne poi dalla scoperta della radiazione fossile che solo il Big Bang poteva produrre. Malgrado questi risultati, Hoyle continuò a spiegare quello che le misure dicevano attraverso modelli di “Universo stazionario”, sempre più sofisticati, aiutato in questo da illustri scienziati come Burbidge che, come lui, non accettavano l’idea che il tempo avesse un origine. Solo verso la fine del secolo scorso, davanti a tante evidenze sperimentali, egli dovette cedere, ma non cedette completamente. Sino alla sua morte, avvenuta nel 2001, egli sostenne che il “Big Bang era solo una parte della verità ma non tutta” e, in fondo, le nuove misure che mostrano l’ accelerazione dell’espansione dell’Universo e l’esistenza dell’energia oscura gli danno ragione.

Età dell’Universo ed evoluzione biologica. Tra gli argomenti che portarono alcuni scienziati (tra cui Hoyle) a contrastare l’idea di un universo in espansione c’era anche la necessità di riuscire a rendere concettualmente possibile l’esistenza della vita sul nostro pianeta, un fatto questo che non si può negare. Se si ammette infatti che l’evoluzione procede attraverso mutazioni casuali, selezionate poi dall’ambiente, come previsto dal Darwinismo, ci si trova rapidamente davanti alla difficoltà di riuscire a spiegare come una molecola di DNA possa essersi formata attraverso combinazioni casuali degli atomi che la compongono: i casi possibili sono rappresentati da un numero di 100 cifre. Per avere un’idea quanto sia grande questo numero, si pensi che il numero di atomi che compongono l’Universo è un numero di “sole” 80 cifre ... 

Per capire quanto piccola sia la probabilità di creare, attraverso un processo completamente casuale, una simile molecola, si considerino 5.5x1021 litri d’acqua, sufficienti a coprire tutta la superficie della Terra con un oceano profondo 10 km (mentre la terra è coperta per 2/3 della sua superficie da un oceano la cui profondità media è di 3.8 km); supponiamo che per 10 miliardi di anni (la Terra ha solo 4 miliardi d’anni) per ogni litro di questo oceano si siano prodotte 1 miliardo di catene di DNA al secondo tra loro diverse. In tutto questo tempo, si sarebbero prodotte solo 1048 catene. Siccome le possibili sequenze di DNA sono 10100,solo una piccola frazione dei casi possibili (1/1052) sarebbe stata esplorata.  

 In altre parole, la molecola di DNA è troppo complessa per essersi formata “casualmente” nei 4 miliardi di anni di vita della Terra. Ma se 4 miliardi di anni sono pochi per creare in modo casuale molecole tanto complesse, un Universo che è solo 3 volte più vecchio (circa 13,7 miliardi di anni) è altrettanto  insufficiente;  per spiegare l’esistenza di una simile molecola, serve un Universo che esista da un tempo enormemente più lungo, praticamente da sempre.

Questo è uno dei grandi problemi che la scienza e le teorie evoluzionistiche devono spiegare, capire come sia possibile che sulla Terra esistano forme di vita animale evoluta e come sia possibile che questo sia avvenuto in un universo che ha “solo” 13,7 miliardi di anni, e su di un pianeta come la Terra dove la vita esiste da “soli” 3,6 miliardi di anni.

Figura 6: Un batterio procariote in riproduzione: nelle due cellule figlie è visibile il DNA.

La singolarità iniziale. Nessuno oggi mette più in dubbio l’espansione dell’Universo, sono però ancora molti gli scienziati che rifiutano l’idea della singolarità iniziale che sembrerebbe contraddire le leggi della fisica.

Oggi non si sa descrivere, dal punto di vista teorico, il comportamento della materia nelle condizioni di alta densità e temperatura raggiunte dal Big Bang;  per farlo, serve una teoria quantistica della relatività che oggi non esiste; questa teoria potrebbe impedire all’universo di andare al di sotto di una certa dimensione risolvendo così il problema della singolarità iniziale. Un fatto questo che avviene negli atomi, che essendo particelle cariche che si muovono attorno ad un nucleo, dovrebbero irraggiare, perdere energia e cascare sul nucleo: non lo fanno perché le leggi della meccanica quantistica l’impediscono. Una teoria quantistica della gravità potrebbe dimostrare  che qualcosa del genere avviene anche per la materia a grandi densità e la materia potrebbe per questo non andare al di sotto di una certa dimensione, risolvendo così il problema della discontinuità iniziale perché l’universo avrebbe cominciato al sua espansione da una dimensione finita. Resta comunque il fatto che questo riguarda il Big Bang e non quello che è successo prima, che non è accessibile alle misure,  e su cui la scienza non sa che dire.

Il paradosso di Olbers. L’idea che l’Universo sia in espansione e che derivi da una grande esplosione iniziale è oggi accettata da tutti, anche se ci sono stati 50 anni di battaglie e discussioni per convincere i più scettici (che infondo seguivano il loro buon senso ...). Le misure che hanno fugato ogni dubbio  sono state quelle fatte negli ultimi 20 anni. Esse mostrano che questa espansione ha un’origine fissata nel tempo e che il satellite americano WMAP ha fissato nel 2004, a 13.7 miliardi di anni fa.  

Ma l’universo è veramente in espansione? Gli scienziati sostengono che le galassie attorno a noi si stanno tutte allontanandosi, che quindi in passato dovrebbero esser state più vicine. Una misura che solo gli scienziati possono fare e questo potrebbe far nascer qualche dubbio tra chi non lo è.  Esiste però una misura, accessibile a tutti che  ha come sola spiegazione l’espansione dell’universo: il paradosso di Olbers, un problema che ha tormentato gli scienziati per secoli. L’astronomo tedesco Wilhelm Matthias Olbers (1758 - 1840), riprendendo un’idea di Keplero, si domandò perché  mai  il cielo di notte fosse  buio.  Noi siamo abituati a vederlo buio ma, a pensarci bene, se l’Universo è grande e popolato in modo abbastanza uniforme (e, su grande scala, l’Universo è uniforme) il cielo di notte dovrebbe essere luminoso.

Si può capire il ragionamento di Keplero e di Olbers guardando la Figura 7. In un cielo riempito di stelle in modo uniforme è posta la Terra (indicata con T), attorno alla quale è disegnata una serie di sfere concentriche. Se dalla Terra guardiamo in una certa direzione e in quella direzione c’è una stella, da quella direzione verrà luce e il cielo in quel punto non sarà più scuro. Guardando la Figura si intuisce che, se consideriamo solo le stelle contenute nella sfera 1, la probabilità d’incontrare una stella è bassa, ma se consideriamo anche quelle della sfera 2, la probabilità aumenta e così via all’aumentare del numero delle sfere prese in considerazione. Per chi ricorda un po’ di algebra e di fisica, nella didascalia della Figura 5 è data una dimostrazione un po’ più quantitativa. 

Olbers concludeva dicendo che, se l’Universo è popolato di stelle in modo uniforme, al crescere delle sue dimensioni cresce la luce che raggiunge la terra. Al limite, per un Universo infinito, il cielo dovrebbe essere infinitamente luminoso.

Figura7: Il paradosso di Olbers: si consideri una serie di sfere concentriche attorno alla terra T (non in scala) di cui in figura è rappresentata la sezione. Se la densità delle stelle (o galassie) è uniforme il loro numero aumenterà con il volume della sfera cioè come D3, dove D è la distanza dalla terra; la luminosità delle singole stelle diminuisce invece come 1/D2  per cui la luminosità totale del cielo crescerà come D3/ D2 = D. Per una sfera di diametro infinito D la luce che arriverà sulla terra dovrebbe essere quindi infinita.

Ma tutti sappiamo che, anche se l’Universo è enorme e popolato in modo abbastanza uniforme, di notte è buio. Allora dov’è l’errore? Non c’è nessun errore, il ragionamento è corretto. Il paradosso è stato spiegato dopo 150 anni proprio dalla scoperta che l’Universo è in espansione e che, per effetto dell’espansione, la luce delle stelle più lontane (che sono più lontane perché si allontanano da noi a velocità maggiore), è “spostata” a causa dell’effetto Doppler verso le frequenze dell’infrarosso e delle microonde, frequenze che l’occhio umano non percepisce. In altre parole, più ci si allontana dalla Terra e maggiore è la velocità di allontanamento delle galassie e maggiore è lo spostamento delle loro emissioni verso le microonde. Quindi la luce emessa da questi oggetti lontani c’è, ma l’occhio non la vede. Questo spiega il paradosso di Olbers: da una certa distanza in poi la radiazione non è più visibile e il cielo appare buio. 

Figura 8: Il satellite  Herschel, costruito dall’Agenzia Spaziale Europea (a sinistra nella fase di assemblaggio),  lanciato il 14 maggio 2009  da un Ariane V da Kourou nella Guaiana Francese (l’immagine del lancio ). Il satellite ha tra i suoi obiettivi trovare e studiare le galassie più lontane, quelle previste da Olbers che emettono nell’infrarosso. A bordo c’è il più grande telescopio spaziale mai costruito.

Il satellite Herschel, lanciato nel 2009 con strumenti che osservavano il cielo nell’infrarosso e nelle microonde, ha mostrato che la luminosità del cielo cresce a quelle lunghezze d’onda. La densità delle sorgenti che Herschel ha scoperto è talmente elevata che nel campo di vista dello strumento capita più di una galassia, per cui nell’infrarosso e nelle microonde le misure non sono più limitate dalla sensibilità degli strumenti ma dalla capacità di separare una galassia dalle altre galassie che le stanno accanto, proprio come pensava Olbers. La luminosità che si misura non è però infinita, perché l’Universo che si osserva, anche se grande, non è infinito (almeno quello che noi osserviamo) e ha quindi una luminosità finita. 

Figura 9: Immagine nel lontano infrarosso ottenuta dal satellite Herschel di una zona di cielo scelta per essere quasi vuota nelle misure nel visibile. Gli oggetti che si vedono sono tutte galassie che emettono nell’infrarosso. La loro densità è ancora più alta di quella che si vede in figura, perché quelle non risolte spazialmente, sono state assimilate al fondo ed eliminate nell’analisi dati. Si consideri che l’immagine è più piccola di quella della luna (circa 30 arcmin).

Se un giorno si dovesse scoprire che l’Universo è molto più grande di quello che supponiamo, come alcune teorie sostengono, che fosse al limite infinito, il risultato non cambierebbe. Il fatto che la velocità della luce è finita (cioè nulla può andare più veloce della luce) e che l’Universo in cui viviamo ha un’origine nel tempo fa sì che noi possiamo vedere solo una parte di esso. Non vedremmo le Galassie che sono così lontane da far sì che la luce, per arrivare sino a noi, ha impiegato un tempo superiore all’età dell’Universo. Quindi, anche nell’ipotesi di un Universo infinito nello spazio, ma finito nel tempo, quel che vedremmo sarebbe una parte finita di esso e la quantità di luce che riceveremmo sarebbe anche in questo caso finita. Il paradosso di Olbers può così considerarsi risolto.


Testo adattato da: Paolo Saraceno, "Il Caso Terra", Mursia, Milano, 2007. 

[1] In effetti, ci sono teorie, come quella delle Stringhe, che fanno derivare l’Universo in cui viviamo da un precedente universo, ma con gli strumenti oggi esistenti non si riesce a dimostrare la fondatezza della  teoria. Se però un giorno questa teoria sarà dimostrata, la domanda potrebbe avere un senso.