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2020-07-16 02:24

Protesta nuova, cultura vecchia

REWIND. IL “LUNGO FALLIMENTO” VERDE (II)

di: 
Mario Signorino

“Finita l’ebbrezza dei primi successi, di fronte alle difficoltà della politica svanivano quei tratti originali che distinguevano l’ambientalismo dai tradizionali movimenti di protesta. Tutte promesse mancate, svanite nella zona d’ombra della cultura protestataria e alternativa, risucchiate da una ripresa virulenta di guerre ideologiche. C’è dunque da pensare che l’avventura ambientalista abbia finito con l’intercettare difetti o malattie più grandi di essa, fattori di regresso presenti nel sottosuolo culturale dell’Europa; e ne sia stata alla fine travolta”.

 

L’ambientalismo politico degli anni ’70 e ’80 era un movimento dalle cento facce, un caotico arcipelago. Si vedeva di tutto in quelle assemblee: alternativi, obiettori, nonviolenti e pacifisti di tutti i generi, terzomondisti, animalisti, femministe, macrobiotici e bioagricoltori, reduci del ‘68, cattolici di sinistra, regionalisti; importante la presenza di ricercatori scientifici che sperimentavano per la prima volta la militanza politica. In Italia, in assenza della sinistra comunista – allora ostile in tutte le sue componenti, dal Pci al Pdup – la posizione “rivoluzionaria” era tenuta dagli autonomi, che vedevano nel nucleare civile la versione tecnologica del Palazzo d’inverno ed erano peraltro propensi a giudizi sprezzanti sull’“inganno ecologico”. Un contesto prevalentemente minoritario, dunque, ma caratterizzato dal conflitto permanente tra le posizioni “fondamentaliste” e quelle “realiste”.

La corrente riformista (o realista) aveva una forte presenza in Italia, in forza di una specificità nazionale: il partito radicale. Non ha riscontro in altri paesi europei il fatto che, nella prima fase di sviluppo del movimento, la leadership politica sia stata esercitata da un’associazione d’indirizzo riformista – gli Amici della Terra - che agiva in sinergia con il partito e con i parlamentari radicali. L’effetto di questa azione andò molto al di là della consistenza numerica dei radicali, perché ruppe il fronte dei partiti e indusse un cambiamento di rotta nel partito socialista e, in seguito, anche nel Pci.

Si sapeva che questa diversità di presenze costituiva un problema, tuttavia la si accettava come una caratteristica strutturale del nuovo movimento. Nel campo delle idee la diversità era la norma, ma c’era spazio per tutti e ognuno poteva lavorare in autonomia. Proprio per questo gli Amici della Terra, che avevano iniziato con una formazione politicamente eterogenea, dichiararono ben presto la loro appartenenza all’area radicale, fino a mettere a disposizione della campagna elettorale di quel partito nel 1979 il simbolo del sole che ride, di cui avevano il copyright per l’Italia. Anche il messianismo di certa predicazione ambientalista appariva in qualche modo giustificato dalla scoperta di un punto di vista del tutto trascurato dalla politica, oltre che dal primo contatto con problemi non sufficientemente conosciuti neanche da parte degli esperti. Insomma, poteva trattarsi di peccati di gioventù superabili con il tempo.

Ma il fatto che contava era un altro. Tutti i problemi apparivano secondari rispetto all’impressione di aria nuova che il primo impatto con le istanze ambientaliste produceva. Ci sembrava di vivere un sogno diverso da tutti quelli che in passato avevano mosso le generazioni della protesta, più creativo, leggero, liberatorio. In fin dei conti, anche l’eterogeneità del movimento poteva essere una ricchezza; non bisognava mica fare un partito autoritario. Né c’erano “rivoluzionari di professione”, gli alternativi erano anzi la negazione della tradizione culturale terzinternazionalista.

Gli ambientalisti che operavano allora in Europa e negli Stati Uniti costituivano una società dinamica e aperta; e mentre in Germania e in Italia si consumava la vicenda del terrorismo, sembrava di vivere lontano, in un’altra dimensione. Spiccavano tra gli altri i francesi: Brice Lalonde, Bernard Laponche, Alain Hervé. Se li ricorderà Emma Bonino, che ci aiutò in quei primi anni a mettere su la nostra baracca. Più pedanti, qualcuno un po’ tetro, i militanti del centro-nord Europa (ma il “sole che ride” lo inventarono i danesi), con i tedeschi più forti di tutti - Rudolf Bahro, Petra Kelly, Joschka Fischer. C’erano i fricchettoni delle comuni, ma c’erano anche grandi professionisti, soprattutto USA: tecnici del nucleare, quelli veri, che avevano lavorato nell’industria e poi “tradito”, e gli esperti di energia con il più grande di tutti, Amory Lovins, che aveva iniziato i suoi studi sull’efficienza energetica e sulle “energie dolci”. E poi il guru di Cuernavaca, Ivan Illich; il vecchio scrittore Robert Jungk, quello dello “Stato atomico”, che incontrammo nel ’77 a Salisburgo e subito, alla radicale, gli mettemmo un cartello addosso e improvvisammo un sit-in. Li portammo quasi tutti in Italia, per sostenere la nostra iniziativa.

Non c’erano – né ci si pensava – coordinamenti burocratici tra i vari gruppi, ma ci si aiutava da un paese all’altro con naturalezza. Sul piano del metodo, alle tipologie dure della militanza di sinistra o di destra, si andavano sostituendo modalità più soft derivate dalla tradizione anglosassone, a cominciare dalle tecniche del lobbying. In soffitta anche i simboli truci, pugni chiusi, fucili spezzati o altro, e al loro posto il simbolo leggero del sole che ride e parole d’ordine accattivanti: “A vous de choisir”, lo slogan di René Dumont alle elezioni del 1974 in Francia, “Le pouvoir de vivre” quello di Brice Lalonde nel 1981. Niente più ideologie, ma problemi concreti, contenuti. Per queste cose, la forma partito non serviva a niente. Anzi, in tutta Europa, i più politici eravamo noi, che ci richiamavamo al partito radicale e usavamo i suoi metodi di lotta.

L'isola con un gatto
Con l’involuzione del movimento, è venuto a mancare un approccio culturale innovativo, una visione come quella di Alain Hervé, il fondatore degli Amici della Terra francesi. Non si trattava di una visione reazionaria, anche se utilizzava con maggior convinzione di noi i moralisti – Illich, Schumacher, Fromm – che alimentavano il punto di vista ambientalista. I suoi paradossi, la sua riscoperta della natura, non erano ingenui ma esplicitavano una critica della condizione umana nella società industriale di massa, enfatizzavano i problemi etici che l’irruzione del benessere nella vita degli individui cominciava a portare in primo piano; ci inducevano a interrogarci sui valori tradizionali, “frettolosamente ripudiati come appartenenti al passato e quindi all’oscurantismo”.

Quello che Hervé perseguiva, sull’onda di una riflessione sulle relazioni tra il biologico e il tecnologico, tra l’uomo e i suoi strumenti (Illich li definiva “protesi”), era un allargamento della sfera di libertà personale, di libertà anche fisica, animale, per sgravare l’individuo dal peso delle necessità quotidiane. Attraverso il contatto con la natura, l’Homme Sauvage perseguiva la ricerca di un antidoto al modo di vita industriale, “il desiderio di vivere in maniera diversa e di scoprirne da soli il modo”. Contrastava le tecnologie e lo sviluppo, per rimpadronirsi del tempo di vivere - “il tempo è lusso, lusso assoluto” – e coltivare i propri miraggi facendo “pratica della libertà”. Hervé non diceva: torniamo alla miseria. Il richiamo ricorrente ai tropici, alle isole era un miraggio di libertà assoluta.

“Non resusciteremo un passato agreste e selvaggio – dichiarava nel maggio 1979 intervenendo alla grande conferenza “Verdi di tutto il mondo” da noi organizzata all’università di Roma -. Non abbiamo né desiderio né possibilità di tornare a modi di vita arcaici”. Ed enunciava i tre punti principali del primo ambientalismo: promuovere “il progresso dei costumi, del saper vivere, della prospettiva di vivere meglio”; rivedere le grandi priorità dei governi; garantire trasparenza alle scelte economiche e tecnologiche. Polemico contro la destra e la sinistra, contro il produttivismo a oltranza e l’etica del lavoro e del sacrificio, il manifesto di Hervé era provocatorio e disarmante: “ho la pretesa di perorare un sistema sociale utopico, i cui strumenti vitali siano l’amaca, il ventaglio e il guanciale”.

Era sogno, poesia, poco da spartire con la politica. Certo, i suoi paradossi non reggevano a un’analisi obiettiva; le esigenze della polemica lo spingevano a mettere in luce solo gli aspetti negativi dello sviluppo industriale. Ma i poeti non sono tenuti al rigore e alla completezza delle analisi. Almeno finché non passano alla politica, finché non si assumono la responsabilità di determinare le priorità del paese. In fin dei conti, è a questa assunzione di responsabilità che ci si riferisce, quando si parla di maturazione di un movimento. Questo passaggio non è avvenuto, se non in poche occasioni; l’ambientalismo politico non è mai diventato adulto. Si è invece involuto tradendo via via la propria dichiarata diversità, fino a cadere in un vortice di estremismo politico.

Le ragioni sono diverse e non tutte interne al movimento. C’è innanzitutto, un difetto di cultura politica. La cultura democratica di derivazione liberale era sostanzialmente estranea al movimento, non dava un punto di riferimento, un qualsivoglia canale di comunicazione, anche perché gli esponenti di quella cultura avevano subito rigettato le nuove problematiche. Devo dirlo, anche se mi rideranno dietro: gli ambientalisti non hanno in genere il senso delle istituzioni.

In secondo luogo le posizioni ambientaliste, anche nelle espressioni più razionali, erano aperte alle suggestioni estremiste, presentavano due facce in precario equilibrio, quella dei contenuti e quella dello schema ideologico – la critica generale al sistema - in cui venivano organizzati (e deformati). Il che configurava un’ambivalenza tra nuovo e vecchio, tra ragione e settarismo, due possibilità, due destini diversi o anche opposti.

Lo si può riscontrare anche nei singoli esponenti. L’Hervé che rifiutava i “soli dell’avvenire” e sognava “un’isola con un gatto”, che riaffermava il diritto dell’individuo “al libero arbitrio, al libero giudizio, alla libera decisione, il proprio diritto all’errore, il proprio diritto alla differenza, alla diversità”, era lo stesso che proclamava il teorema duro dell’estremismo: la società industriale è nata dallo sfruttamento dell’uomo, poi si è data a sfruttare la natura, è incapace di risolvere i problemi che affronta o provoca ed è dunque destinata al fallimento. “La società industriale non è amabile. È questo il suo punto debole. Abbrutisce, aliena, uccide gli uomini individualmente e collettivamente. E gli uomini l’abbandoneranno. Ci si ricorderà di essa per le sue distese di rovine, che le generazioni future non andranno a visitare come le rovine greche. Se ne terranno anzi lontane, perché saranno radioattive”. La fede in questa profezia ha fatto perdere il contatto con la realtà, indebolendo le difese rispetto al contatto ravvicinato con l’estremismo.

L'illusione e l'ascesa
È stato questo contatto culturale, insieme con le continue risse ideologiche, a sconquassare il movimento, esasperando le carenze interne e incoraggiando il riversamento dei nuovi temi ambientali in vecchi schemi ideologici. Molto hanno pesato anche le regole grottesche, persecutorie ed ipocrite, imposte in tutte le occasioni assembleari dagli “alternativi”, che hanno conferito a tutta l’area un carattere irrimediabilmente settario. Tuttavia, l’elemento più importante da considerare è quello della delusione rispetto alle eccessive aspettative iniziali.

Il movimento ambientalista – il complesso cioè delle ONG e dei partiti verdi – ha fatto breccia nell’arco di pochissimi anni, utilizzando come volano la controversia nucleare, ma beneficiando anche del processo di costruzione delle politiche ambientali in corso nelle istituzioni. Una serie di eventi eccezionali gli ha garantito una fragorosa presa di contatto con la politica. Nel 1973 e ‘79 i due primi shock petroliferi, che sembravano confermare l’ineluttabilità della crisi energetica. Nel 1976 l’incidente alla ICMESA di Seveso. Nel 1978 l’Amoco-Cadiz. Nel 1979 l’incidente nucleare di Three Miles Island. Nel 1984 Bhopal. Nel 1986 il gran botto di Chernobyl. Nel 1989 la Exxon Valdez. In Italia tutta la chimica sul banco degli imputati: Montedison, Farmoplant, ACNA di Cengio, Stoppani, Porto Marghera, Priolo, Gela. E ancora, le predizioni angosciate sulla morte delle foreste, i primi allarmi sul cambiamento climatico e, con una progressione che sembrava non dovesse finire mai, la scoperta del problema dei rifiuti e, via via, di tutte le altre emergenze ambientali.

In questo quadro allarmante - determinato dal primo contatto con pericoli mai rappresentati prima all’opinione pubblica e alla stessa classe politica – anche questioni minime assumevano i colori della tragedia. Basti pensare, per l’Italia, alla mucillagine nell’Adriatico o alla grottesca vicenda delle “navi dei veleni” nel 1988.

Si contava molto allora, le associazioni ambientaliste avevano un ruolo importante (in Italia, ottenevano il riconoscimento istituzionale con la legge 349/86), mentre la crescita elettorale delle liste verdi cominciava a convincere la classe politica a fare i conti con il nuovo movimento.

Fummo anche illusi, in Italia, dalla portata del successo ottenuto contro il programma nucleare, unici tra i grandi paesi industrializzati (a parte il caso austriaco); dalla facilità con cui, anche prima dell’incidente di Chernobyl, noi quattro straccioni riuscivamo a mettere alle corde nei dibattiti pubblici un’intera classe di esperti e di grandi professionisti. Chernobyl poi fu l’atout decisivo: quel che importava non era che l’incidente fosse avvenuto nell’Unione Sovietica – notoriamente lontana dagli standard di sicurezza occidentali -, ma piuttosto che la possibilità di un simile incidente fosse stata sempre esclusa dai nuclearisti nostrani anche per l’URSS. Ci convincemmo così di poter raggiungere qualsiasi traguardo.

La scena internazionale sembrava ancora più promettente. Il lobbying condotto prima sulla Banca Mondiale e poi direttamente sul G8 veniva enormemente  amplificato dalla partecipazione alla preparazione della conferenza dell’ONU sull’ambiente e lo sviluppo (UNCED, Rio de Janeiro 1992), la più grande conferenza della storia, decisa dall’assemblea generale dell’ONU dopo la pubblicazione del rapporto Brundtland “Our Common Future”. Con l’affermarsi dell’ecodiplomazia, assai sensibile alle ragioni degli ambientalisti, si aprivano praterie sterminate per la loro iniziativa. Quella di Rio fu la massima opportunità data all’ambientalismo di sfondare politicamente. Invece…

La caduta
Invece, la delusione per l’esito della conferenza di Rio e per i suoi seguiti fu fortissima: mai si era sperato tanto, per avere così poco. Nessuna costituzione ambientale mondiale, neanche la parvenza di quel governo mondiale dell’ambiente di cui Rio avrebbe dovuto porre la prima pietra. Di tutte quelle sfrenate utopie rimanevano solo l’Agenda 21, la convenzione sulla diversità biologica e quella sul clima con il successivo protocollo di Kyoto, deludente nei contenuti e indebolito dal rifiuto degli Stati Uniti. Il grande gioco del lobbying planetario aveva fatto cilecca.

Poco contavano i successi sostanziosi conseguiti in passato in tutto l’occidente, poco visibili, poco gratificanti per le correnti alternative e rivoluzionarie del movimento. Valeva la pena di dedicare il proprio tempo a quei complicati problemi ambientali che non si potevano risolvere con un sì o un no, com’era avvenuto per il nucleare in Italia, ma piuttosto con la buona amministrazione?

Oltretutto, era già iniziata una trasformazione culturale nell’universo delle ONG, alla quale non era forse estraneo il diffondersi del professionismo ai vertici delle associazioni, specie internazionali. I frequenti passaggi di fund-raiser e manager da un’associazione all’altra hanno fortemente contribuito ad accentuare gli elementi di convergenza, a scapito delle diversità dei singoli gruppi, fino a produrre una sostanziale uniformità di posizioni.

Ma anche in questo fu l’evento di Rio a giocare un ruolo decisivo. La lunga fase preparatoria dell’UNCED, infatti, e l’impostazione stessa della conferenza che aveva come finalità la sottoscrizione di un compromesso, un patto, tra l’occidente e i paesi in via di sviluppo, avevano causato un arretramento delle questioni ambientali rispetto a quelle dello sviluppo e della solidarietà con il Terzo mondo. Nel primo, grande confronto tra le ONG dell’ambiente e quelle terzomondiste, le prime accusarono un vero e proprio cedimento culturale. Il tradizionale senso di colpa europeo portò all’abdicazione di fronte all’estremismo antioccidentale. Nello stesso tempo, la delusione per gli esiti di Rio provocava la radicalizzazione della protesta e la progressiva marginalizzazione della pratica del lobbying.

Questi fatti sconvolgevano il fragile equilibrio tra le diverse culture presenti nell’ambientalismo, a danno delle correnti realiste, più lucide ma minoritarie; e l’arcipelago verde scivolava verso un’omologazione culturale di tipo estremista. All’interno delle ONG gli europei cedevano la leadership ai sudamericani, in taluni casi (come nella federazione internazionale degli Amici della Terra) si verificava una vera e propria estinzione dei vertici originari. Aveva così il sopravvento la vecchia cultura della protesta antagonista e il nuovo movimento rientrava nelle caselle del tradizionale schema destra/sinistra. Inevitabile, pochi anni dopo, la resa nei moti di Seattle, nell’happening di Porto Alegre, a Genova. Il movimento dell’ambientalismo politico, come presenza autonoma, non esisteva più.

Nel teatro della realtà, dunque, finita l’ebbrezza dei primi successi, di fronte alle difficoltà della politica svanivano quei tratti originali che distinguevano l’ambientalismo dai tradizionali movimenti di protesta. Il verde avrebbe potuto essere libertario sul piano culturale, realista cioè riformista e pragmatico sul piano politico. Avrebbe potuto spingere la politica a una maggiore comprensione delle implicazioni sociali delle innovazioni tecnologiche, migliorare la qualità delle politiche di governo, battersi per ampliare la sfera di libertà dell’individuo. Tutte promesse mancate, svanite nella zona d’ombra della cultura protestataria e alternativa, risucchiate da una ripresa virulenta di guerre ideologiche. C’è dunque da pensare che l’avventura ambientalista abbia finito con l’intercettare difetti o malattie più grandi di essa, fattori di regresso presenti nel sottosuolo culturale dell’Europa; e ne sia stata alla fine travolta.

(2.Continua)