Oggi:

2021-03-03 13:21

Messico e templi

ASPETTI SOCIALI E AMBIENTALI DEL TURISMO DEVOZIONALE

di: 
Francesco Mauro

Templi, santuari, pellegrini e pellegrinaggi nel Messico di oggi, nel ricordo del Messico di ieri: somiglianze e differenze nel modo di vita, nella cultura, nella tradizione.

 

Dopo più di 30 anni dalla mia ultima visita, sono tornato in Messico. Non conto le volte che ci sono stato per brevi riunioni di lavoro dove la visita in pratica si esauriva in corse in taxi fra aeroporto e albergo e lunghe riunioni e cene di lavoro. In quella lontana esperienza, ero stato, in un certo senso, esaustivo: un viaggio in macchina, lungo la carretera interna nord-sud, uscendo dagli Stati Uniti a El Paso e giù da Juarez a Chihuahua, Torreòn, Durango, Guadalajara, fino a Città del Messico, e poi Puebla, Oaxaca, fino al confine con il Guatemala, e quindi  il ritorno a Città del Messico – senza deviazioni nello Yucatan: ci voleva troppo tempo e allora non era ancora di moda – e via su per Queretaro, Monterrey, fino al confine americano a Nueva Laredo.

Un gran viaggio, un viaggio lungo, entrando dal Nuovo Messico e riuscendo nel Texas, evitando la zona di diretta influenza nordamericana (Tijuana e Mexicali e la penisola della Bassa California). Ma il percorso era ben studiato: dai deserti del nord, con le città dei vaqueros, città coloniali ma barocche sul tipo di Lecce, agli altopiani centrali con la conca del Messico circondata dai vulcani, alle terre più tropicali ma polverose del sud. Lontani dalle coste, paludose, umide e salate sul Golfo, rocciose sul Pacifico.

Era un Messico diverso allora, visibilmente povero, con le strade di grande comunicazione strette e male asfaltate, con ancora poche auto e molti burros e capre vaganti che le rendevano pericolose. Si viaggiava fra i segni, i nomi ed il ricordo della rivoluzione, l’insurrezione di Francisco Madero contro Porfirio Diaz (1910), la reazione di Victoriano Huerta (1913), il vittorioso congiungersi delle forze rivoluzionarie di Pancho Villa dal nord e di Emiliano Zapata dal sud (1914), le interferenze degli Stati Uniti, i consiglieri militari europei. E ancora prima, il ricordo della lotta dei repubblicani di Benito Juarez (1864-1867) contro Massimiliano d’Asburgo sostenuto dall’avventura coloniale francese, in un momento storico in cui episodi come la Guerra di Secessione americana, i movimenti latino-americani, l’espansionismo di Napoleone III, si incrociavano con il procedere dell’indipendenza italiana.

In quel viaggio, la ricerca dei segni della storia mi aveva affascinato: ci si muoveva nello spirito del Vecchio Messico, il Mexico lindo, aiutati dal cinema: da Viva Zapata di Elia Kazan (1952) con Marlon Brando a Giù la testa di Sergio Leone (1971), a Major Dundee (in Italia Sierra Charriba) di Peckinpah (1965) con Charlton Heston, Richard Harris e James Coburn – una chicca – e, persino, l’incompiuto Que viva Mexico! di Eisenstein (anni ’30), e il tentativo di Villa in persona di interpretare se stesso in un film sulle sue campagne.

Vicino alla capitale, le piramidi di Teotihuacan erano ancora visitate da pochi turisti che vi arrivavano da strade polverose e mal servite; in città altrettanto polverosa era la spianata davanti al Santuario della Vergine di Guadalupe; nonostante tutta questa polvere, la città non era ancora la metropoli di oggi con oltre 20 milioni di abitanti ed un rilevante inquinamento atmosferico. Oggi il Messico, anche se afflitto in certe zone da una forte e crudele criminalità organizzata, dai cartelli della droga, da quelli che campano sfruttando gli emigranti, dalle difficoltà della situazione delle campagne e dal problema delle popolazioni indigene, è un paese emergente, già entrato nell’OECD, ormai uscito dal sottosviluppo, con tanti problemi da risolvere ma – sembra – lanciato verso il futuro.

Il mio viaggio di adesso è per ragioni professionali: un progetto di cooperazione universitaria, in un contesto ambientale, geografico, agricolo e territoriale difficile, nello stato di Hidalgo, vicino al Distretto Federale con la capitale. Il che è utile perché permette di vedere con calma zone che possono interessare senza l’affanno del turista, con sorgenti d’informazione locali a portata di mano. Per ragioni di lavoro, ho sviluppato un interesse, tra l’altro, nel turismo sostenibile (con una componente religiosa, rituale o devozionale), specialmente in zone a rischio per possibili disastri naturali (terremoti e eruzioni, qui sempre possibili).

E’ con piacere quindi che ho rivisto Teotihuacan (2.160 m sul livello del mare), un abitato del 100-250 d.C., che superava a quei tempi i 125.000 abitanti: le due piramidi, dette del Sole e della Luna, sono sempre imponenti, della stessa classe anche se diverse della Grande piramide egizia di Giza (detta di Cheope). Il posto è adesso ben attrezzato, con le strade di sampietrini, parcheggi adeguati fuori della vista, le guide diplomate, i venditori autorizzati, i ristoranti puliti e decenti (e un buon cibo). Nei dintorni, ci sono anche casette abitate dalle famiglie degli addetti ai servizi.  Non si vedono rifiuti in giro, nel recinto archeologico (di ben 83 km2) come nei villaggi dei dintorni. E’ un po’ triste dirlo, ma il pensiero va subito a Pompei, che appare ben diversa da Teotihuacan: nonostante la somiglianza per estensione delle città antiche dissepolte, la città messicana si presenta meglio per lo stato delle rovine, dei servizi ai turisti, del modo con cui è tenuta.

Ci sono poi cose diverse che fanno pensare a specificità locali: alcuni dei visitatori messicani, ad esempio, dopo la difficile salita sugli erti gradini fino alla cima delle piramidi, mostrano le palme delle mani al sole in quello che è chiaramente un gesto rituale (nulla a che vedere però con la denominazione di Piramide del Sole: quel nome è stato dato dai conquistadores spagnoli e poi usato dagli studiosi moderni, mentre invece il nome reale dovrebbe riguardare qualche dio di un pantheon molto complesso). Mi accorgo che ogni tanto salgono gruppi di studenti, inquadrati, quasi in formazione militare: mi spiegano che è un gesto collettivo di patriottismo organizzato dalle scuole o dai villaggi rurali. Mi viene in mente il giuramento che le reclute israeliane fanno, quando inizia il loro servizio militare effettivo, nella fortezza di Masada, nel ricordo della resistenza estrema opposta ai romani.

L’imponente Piramide del Sole a Teotihuacan.
fonte: Francesco Mauro

Un gruppo di “pellegrini” che pratica il culto solare in cima alla Piramide del Sole.
fonte: internet

Il Messico è una nazione laica, con una storia di laicismo che talvolta ha sconfinato nell’anticlericalismo feroce, eppure ha sempre manifestato attenzione nei riguardi di due cose: il territorio, o meglio, la terra, la patria; e la devozione religiosa. In questi termini, Guadalupe si dimostra ben più importante di Teotihuacan. Anche qui la situazione al contorno è cambiata. La collina del Tepeyac adesso è come un giardino pienamente inglobato da Città del Messico (2.240 m sul livello del mare), ma sembra che sia il governo e le autorità locali, sia la gerarchia cattolica, sia il volontariato abbiano agito bene. Ampi viali conducono verso l’ingresso del complesso del santuario della Vergine di Guadalupe – un accesso completamente rivisto e rifatto nel 2011. Lungo questi viali, muniti di larghi marciapiedi, si vedono ogni tanto, fra i pellegrini normali, gruppi in costume indigeno che avanzano danzando, fra lo scintillio delle piume e degli abiti dorati, cantando inni locali, canzoni popolari, ed anche le litanie lauretane della Madonna. Le auto vengono fatte parcheggiare nelle vie laterali ed i viali incominciano a ribollire di folla. La stragrande maggioranza dei pellegrini sono messicani, molti come intere famiglie, classi di studenti, gruppi di oratorio o di varie organizzazioni.

Secondo il racconto tradizionale, la Madonna sarebbe apparsa a Juan Diego Cuauhtlatoatzin, un azteco convertito al cristianesimo tra il 9 e il 12 dicembre 1531, pochissimi anni dopo la conquista da parte di Cortès. Un tempo molto duro, con tanto sangue versato in guerra, dall’implacabilità degli spagnoli, dalla resistenza e dai sacrifici umani da parte degli aztechi, con le altre popolazioni indigene schierate da entrambe le parti, anche con gli spagnoli contro il regime azteco. Il nome Guadalupe sarebbe stato dettato da Maria stessa: forse è la trascrizione in spagnolo dell'espressione azteca Coatlaxopeuh, "colei che schiaccia il serpente", un appellativo biblico applicato alla Madonna. D’altra parte, pare che la manifestazione della Madonna fosse correlata nello stesso luogo a un precedente, pre-conquista e pre-colombiano culto indigeno di To-nan-tzin, la dea madre o madre degli dei.

Sul luogo fu subito eretta una cappella, sostituita nel 1557 da un'altra cappella più grande, e poi da un vero e proprio santuario consacrato nel 1622, affiancato nel 1976 dalla Basilica moderna di Nostra Signora di Guadalupe. Nel santuario è conservato il mantello (tilmàtli) di Juan Diego, sul quale è raffigurata l'immagine di Maria, ritratta come una giovane india con la pelle bruna: la Virgen morenita ("Vergine meticcia") o la Morenita del Tepeyac. L’immagine è sopravvissuta nel 1921 agli effetti di una bomba di matrice governativa.

La zona era paludosa (lago di Texcoco) ai tempi della conquista e lo è tuttora sotto la terra di riporto. Grossi lavori sono stati fatti soprattutto al soccorso della vecchia basilica, che tende a sprofondare asimmetricamente e pende vistosamente in una certa direzione. Sembra che il complesso regga bene ai numerosi terremoti. La spianata è oggi tutta ben pavimentata e ben tenuta, i servizi funzionanti, il vicino mercato organizzato e pulito, la sicurezza operativa. Di nuovo, non si vede un filo di mondezza, e tutti questi aspetti ambientali e di sicurezza ci fanno pensare con tristezza al Napoletano e ad altre zone del Sud.

Il santuario è di gran lunga il luogo più frequentato da pellegrini e visitatori – circa 20 milioni all’anno - dei siti cattolici o cristiani: San Pietro in Vaticano è solo al quarto posto (6 milioni), in mezzo ci sono l’Aparecida di Sao Paulo e Padre Pio. La Madonna di Guadalupe è venerata dai cattolici come patrona e regina del Messico e del continente americano. Essa è chiaramente per il Messico molte cose: un simbolo religioso cristiano ma anche azteco, un simbolo globale dell’espansione spagnola ma anche un simbolo dell’identità nazionale messicana, un simbolo cattolico mariologico ma anche un simbolo cosmologico-shamanico, un atto compensatorio per la spiritualità indigena, un simbolo nazionale (Maria come “originaria del paese e prima donna creola”), al centro delle insegne indipendentiste di Hidalgo e di Morelos, delle insegne rivoluzionarie di Zapata, usato da gruppi filo-cattolici conservatori e al tempo stesso anche dal subcomandante Marcos nel Chiapas. 

Il complesso della Basilica della Vergine di Guadalupe: sullo sfondo a sinistra (edificio circolare) la basilica moderna, a destra nella parte intermedia la basilica antica (con le 4 torri), sempre a destra il santuario parrocchiale, a sinistra in basso  i propilei di ingresso alla spianata.
fonte: Basilica della Vergine di Guadalupe

Un gruppo di volontarie al servizio del santuario.
fonte: Basilica della Vergine di Guadalupe

Un gruppo di pellegrini in costume.
fonte : Basilica della Vergine di Guadalupe

In conclusione: volontari per i servizi
Nel complesso del santuario, sulla vasta piazza d’accesso rimessa a posto di recente, operano volontari di organizzazioni religiose e di altre organizzazioni, distinte dai diversi colori delle casacche: se necessario, il pellegrino viene soccorso, accudito, nutrito, dissetato, guidato, nello spirito delle antiche confraternite. L’organizzazione non è facile: in media, nel corso di un anno, sono registrati ufficialmente almeno 1.890 gruppi o nuclei di pellegrini “strutturati”, dei quali fino a 100 diocesani, ma gli altri di natura molto eterogenea: provenienti da situazioni lavorative, scolastiche, sindacali, comunitarie, religiose, associative, oltre che da altri paesi latino-americani o di immigrazione. I volontari sono tanti, provenienti da tutte le classi sociali, ma soprattutto dalle comunità ancora riconoscibili come indigene. Sono organizzati in associazioni diverse, coordinate dalle strutture della Basilica per il lavoro di assistenza e per gli aspetti devozionali, ma altrimenti autonome e legate all’origine etnica o sociale. Parlando con alcuni dei volontari di provenienza rurale, ci ha colpito il desiderio di apprendere le tecniche e le tecnologie, la voglia di essere in grado di utilizzare a pieno gli strumenti della modernità e le disponibilità delle reti, e al tempo stesso – in un modo all’apparenza non contraddittorio – l’intenzione ferma di mantenere l’atteggiamento comunitario ed i saperi antichi delle popolazioni locali caratterizzate da modi di vita tradizionali e con radici nella ruralità.