Oggi:

2020-07-10 03:04

Ad altezza di cane

LA FORNITURA DI ACQUA NELL’EMERGENZA ARSENICO

di: 
Francesco Mauro

L’arsenico a Roma Nord
Nell’articolo sulla presenza dell’arsenico nell’acqua potabile in borgate e zone rurali di Roma Nord, pubblicato nello scorso numero de L’Astrolabio, avevamo cercato di informare correttamente sulla presenza, rischi e danni di questo metallo tossico, e anche suggerire in prospettiva una soluzione al problema. Ma purtroppo, a nostro avviso, la situazione si sta evolvendo in direzione di una confusione sempre maggiore e di inadempienze sempre più gravi.  

A proposito delle inadempienze, non ci stancheremo di ripetere che i livelli di esposizione previsti come limiti dalla normativa (misurati come presenza di una determinata concentrazione di composto in una o più matrici specifiche), rappresentano, nelle intenzioni del legislatore europeo, non tanto e non soltanto una contaminazione inaccettabile dal punto di vista della protezione della salute, ma un segnale inequivocabile che un intervento di risanamento o di eliminazione dell’inconveniente è prioritaria, urgente e va intrapreso al più presto possibile. Questa è la teoria. Nella pratica, sono passati 25 giorni circa da quando l’ordinanza del sindaco di Roma è stata resa pubblica e 35 da quando è stata firmata e, considerando che l’ordinanza stessa proibisce l’uso dell’acqua fino al 31 dicembre 2014, possiamo dire che se ne è andato circa 1/10 del tempo utile per migliorare la situazione, meno se si considerano le vacanze estive. L’impressione è netta: l’ordinanza sembra mirare solo a mettere il sindaco in una posizione di (temporanea) legalità, mentre il traccheggio ed i relativi rimpalli sono destinati a continuare come già succede dal 1998.

I primi tempi della riforma agraria: per coltivare la terra si usano ancora  i metodi di una volta: al lavoro le maremmane (dall’Archivio dell’Istituto Loce)

Il contesto dell’Arsial
Negli ultimi giorni abbiamo cercato di monitorare la situazione in termini pratici. Il quadro istituzionale allo stato attuale è il seguente: gli acquedotti rurali sono ancora in mano all’Arsial (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione in Agricoltura) e il problema si intreccia con quello del ruolo di questo ente. L’Arsial è nato come l’ultimo successore (per la parte del Lazio) dell’”Ente per la Colonizzazione della Maremma Tosco-Laziale e del Territorio del Fucino”, istituito nel 1951 (DPR 66/51) per procedere all’espropriazione, bonifica, trasformazione e assegnazione dei terreni ai contadini in applicazione alla legge di riforma agraria 841/50. I successivi passi legislativi comportarono la separazione tra le competenze relative al territorio tosco-laziale e quelle inerenti al territorio del Fucino. Si costituirono così (Legge 639/54) l'Ente per la valorizzazione del territorio del Fucino, con sede in Avezzano, e l'Ente per la colonizzazione della Maremma tosco-laziale. Con l’esaurirsi delle funzioni degli enti incaricati di applicare e sostenere la riforma agraria, grazie ai riscatti trentennali con cui gli assegnatari dei poderi diventavano piccoli contadini proprietari, la parte meridionale di quello che era ormai noto con dizione corta “Ente Maremma” venne trasformata in Ersal (Ente Regionale di Sviluppo Agricolo del Lazio), un ente che aveva lo scopo, nel quadro più generale dei servizi di sviluppo agricolo (LR 616/87), soprattutto di condurre la ricerca di mercato e provvedere al coordinamento delle attività relative ai centri di dimostrazione agraria per singoli comparti produttivi. E’ questo un passaggio cruciale, perché l’Ente è arrivato in tal modo ad avere funzioni disomogenee (di gestione del patrimonio collettivo creato dalla riforma, di servizi all’agricoltura, di punto di riferimento sociale, ecc.). I problemi che ne sono derivati, la conseguente caduta di motivazione, la trasformazione burocratica, unite all’orientamento in sede regionale, hanno portato alla trasformazione in Arsial (LR 2/95 e 15/03).

In questa foto originale dell’Istituto Luce, si vede l’impianto dei poderi dell’Ente Maremma, appena costruiti, in una pianura altrimenti deserta.

L’Arsial ha, tra l’altro, ereditato il patrimonio dell’Ente Maremma, comprese – fatto questo di rilevanza come documentazione storica - circa 20.000 immagini (spesso dell’Istituto Luce) che raccontano l’intero processo messo in moto dalla riforma: le cerimonie di assegnazione delle terre, il lavoro nelle campagne,  i corsi di istruzione professionale, i corsi di economia domestica e di igiene, la sperimentazione agronomica e zootecnica, gli interventi di assistenza sociale, la nascita delle  cooperative agricole; e poi le feste rurali, e tra queste le  “feste della trebbiatura” promosse dalle cooperative degli assegnatari.

Comunque, negli ultimi anni, la crisi dell’Arsial si è manifestata e aggravata, nonostante il fatto che l’agenzia sia incaricata di gestire una fetta considerevole di finanziamenti europei, o forse proprio per questo, dato che da più parti si sostiene che, invece di fornire servizi essenziali ai cittadini rurali (tra cui, l’acqua), abbia sperperato le risorse finanziarie in risposta a pressioni politiche. E’ un dato di fatto che la Regione Lazio ha rifiutato di approvare il bilancio dell’Arsial degli ultimi due anni. Oggi, alla guida dell’agenzia, c’è un commissario scelto dal governatore Zingaretti, Antonio Rosati, proveniente dalla Provincia, e che dovrebbe gestire 700 milioni di fondi europei in arrivo, destinati – si sostiene in modo vincolato – al Piano di Sviluppo Rurale. Ma l’Arsial era commissariata da tempo: durante il commissariato di Erder Mazzocchi, nell’inizio del 2013, il direttore generale Carlo Gabrielli ha annunziato l’assunzione in blocco di 29 funzionari per una somma complessiva – secondo i dati forniti da Il Messaggero - di 348.000 Euro l’anno; che, sommati agli stipendi degli altri 5 dirigenti dell’agenzia, arrivavano quasi al milione l’anno. Varie altre inchieste sono in corso, già aperte sull’operato di singoli per azioni specifiche: assegnazione dei fondi rurali, distribuzioni dei finanziamenti europei, assunzioni, un problema di finanziamento di una società che opera a Capocotta, convenzioni con enti privati, azioni promozionali non giustificate ma mancata partecipazione a Vinitaly, ecc.

 

L’emergenza arsenico
Sulla questione degli acquedotti rurali con acqua contenente arsenico, chi scrive è andato a verificare personalmente alcune situazioni. La lista ufficiale delle piccole cisterne fisse con cui viene fornita acqua potabile alle popolazioni è fornita sul sito dell’Arsial nel modo seguente:

D’intesa con l’ACEA vengono posizionati nr. 7 serbatoi per l’erogazione di acqua a consumo umano nelle seguenti zone:


- via Arcore c/o stazione delle ferrovie, acquedotto Malborghetto;


- via Prato della Corte c/o serbatoio sopraelevato, acquedotto Monte Olivero;


- via Tragliatella n. 86, c/o scuola materna/asilo, acquedotto Tragliatella;


- via Braccianese km 12.270, angolo via Zanichelli (via Gasparo Barbera),

acquedotto Casaccia/S. Brigida;


- piazza S. M. di Galeria, acquedotto S. Maria di Galeria; 


- via E. Perino c/o serbatoio, acquedotto Brandosa;


- via Cherasco angolo via Ceva, acquedotto Piansaccoccia.

Inoltre, sempre con il supporto tecnico dell’ACEA si stanno definendo i possibili interventi finalizzati al miglioramento e monitoraggio delle caratteristiche  chimico/batteriologiche delle acque degli acquedotti Arsial.

La lista è esatta, a parte qualche discordanza toponomastica minore rispetto all’ordinanza originale del sindaco di Roma. Certo, 7 serbatoi sono nettamente pochi, sia rispetto al numero di utenti che alle distanze in gioco, tenendo presente che alcune strade (Via Tragliatella, Via del Prato della Corte) sono lunghe svariati chilometri e molto strette. Il problema è però rappresentato principalmente della quantità disponibile: dai calcoli che ci siamo fatti, l’acqua risulta a malapena sufficiente per bere  e cucinare, mentre di lavarsi non se ne parla. La questione più importante è quella di abbeverare il bestiame bovino (comprese Chianine e Maremmane) da carne e soprattutto da latte; e il bestiame ovino. Le stalle in zona sono diverse decine, fra cui alcune che producono latte che ottiene i più alti riconoscimenti di qualità del Lazio, e lo stesso dicasi per gli ovili permanenti o temporanei: d’altro canto, in molti casi, gli allevatori possono attingere ad un pozzo proprio, dove però l’arsenico è spesso presente.

Alcuni problemi minori riguardano poi l’imperfetta tenuta stagna dei serbatoi e – cosa più spiacevole – rubinetti gocciolanti posizionati, come dicono ironicamente i locali, “ad altezza di cane”, molto presente in zona anche a servizio delle greggi.

La “casetta” per la distribuzione d’emergenza di acqua potabile in Via Tragliatella. Si notino, all’interno del recinto della scuola materna/elementare, i giochi dei bambini. Sono ben visibili i rubinetti “ad altezza di cane”. Il cartella indica che la “casetta” è di proprietà Acea.

Come sopra riportato, la disponibilità di quest’acqua viene presentata come frutto delle collaborazione tra Arsiel e Acea (la municipalizzata dell’acqua, fognatura e elettricità), ma in realtà si tratta di materiale tutto Acea e manovrato esclusivamente dal personale di quest’ultima, che non manca di farlo notare in termini coloriti.

La condizione degli acquedotti, realizzati al tempo della riforma agraria è pessima. Le tubazioni sono in fibrocemento (fino agli anni ’70 standard nella costruzione di acquedotti), spesso quasi affioranti per erosione dell’humus nel corso degli anni; i coltivatori anziani conoscono a memoria le zone dei campi dove è possibile danneggiare la condotta con il passaggio dell’aratro.

Torre dell’acquedotto Casaccia – Santa Brigida. Lo stato dell’edificio è evidente. Le scalette arrugginite non sono percorribili e il serbatoio in alto non è raggiungibile.

Le torri serbatoio (come nel caso di quella a cui si riferiscono le fotografie) sono in pessimo stato non tanto per le condizioni della costruzione, quanto per le altre caratteristiche: le scale in ferro sono arrugginite,  mal fissate alle pareti e definitivamente pericolanti; questo impedisce di raggiungere la parte superiore del serbatoio e di compiere interventi di pulizia o di controllo dei piccioni e altri animali invasivi. I quadri elettrici sono quasi tutti stati revisionati nei giorni successivi all’interesse dei media per questi acquedotti, ovviamente da personale Acea “prestato” all’Arsiel, ma le condizioni di sicurezza dei cavi e dei contatti è pessima non solo per la fretta di questi giorni, ma per comportamenti pregressi. 

L’interno del pianterreno della torre dell’acquedotto. Sulla sinistra in alto: il quadro elettrico con lo sportello rotto e cavi e interruttori scoperti. Sulla destra in basso: il bidone dl cloro nuovo e riempito. Per terra rifiuti, muffa alle pareti. 

I contenitori del liquido per la clorazione sono tutti nuovi e riempiti da poco, chiaramente un’azione recente. I recinti ed i cancelli intorno alle torri sono in pessimo stato, talvolta staccati e giacenti per terra. La situazione della sicurezza e della manutenzione è tale da confermare autonomamente la richiesta di un intervento di bonifica.

Sulla base di una prima ricognizione, ci sembra che un intervento di bonifica non possa esimersi da una sostituzione completa delle tubazioni degli acquedotti e dei vari punti di snodo. Riconoscendo che la questione debba essere affrontata da un tavolo tecnico, ci sembra che la soluzione più percorribile sia quella di utilizzare l’acqua del Lago di Bracciano, la cui condotta è presente in zona.  La posizione dell’Acea è che tutta l’acqua del lago debba esser tenuta in riserva per Roma, ma nessuno offre soluzioni alternative per gli abitanti  della zona. Molti dei tecnici Acea sono risolutamente contrari al passaggio degli acquedotti dall’agenzia all’azienda in quanto non capiscono perché la loro azienda debba caricarsi di costi per cui l’Arsial  è già stata ampiamente foraggiata.  

 

Le misure sul latte e altre ispezioni
Dopo anni di trascuratezza, lo stato si è presentato in zona in tutte le sue articolazioni: municipio (detto circoscrizione in altre parti d’Italia), comune, regione, polizia urbana, polizia provinciale, carabinieri (locali e specializzati), forestali, guardia di finanza, asl (umana e veterinaria), arpa, magistratura, istituto zooprofilattico, ecc. Naturalmente, tutti controllano tutto e tutti, tranne quello che dovrebbe essere controllato per primo (l’arsenico e l’acquedotto). In compenso, vengono controllate con attenzione le strade rurali per verificare i materiali impiegati nella manutenzione e spulciati i registri degli allevatori, tutte cose importantissime ma che non c’entrano con l’emergenza. I commenti dei locali sono caustici: alcuni parlano di intimidazione tramite ispezioni per scoraggiare la “class-action”, altri dicono di attendersi presto una visita del presidente del consiglio alla scuola rurale. Scherzano, ma non troppo.

La razza bovina tipica della zona: la maremmana, al pascolo. Oggi è sostituita per la produzione di latte da altre razze tenute in stalla

Nel frattempo, su richiesta della ASL competente Rm E, analisi del latte sono state effettuate presso i laboratori dell'Istituto Zooprofilattico su 6 (secondo altre fonti 10) allevamenti serviti da acquedotti Arsial. Dati più precisi non sono disponibili, ma presumiamo si tratti di allevamenti nella zona di Tragliatella. Le analisi dei campioni hanno dato esito negativo: nel latte degli animali non sono state trovate tracce di arsenico. A nostro avviso, a fronte della situazione, andrebbe chiarito il criterio dei campionamenti, il metodo usato (quello standardizzato da EPA?), la zona dell’allevamento, il tipo di acqua e di foraggi e mangimi disponibili. Insomma, tutti quei dati – pubblici - che servono a rendere le analisi del tutto utilizzabili.

Le dichiarazioni degli enti tecnici coinvolti hanno oscillato tra la “comunque alta l'attenzione … dei Servizi Veterinari ASL e dell’Istituto Zooprofilattico Lazio e Toscana)” e l’”invito ad evitare inutili e infondati allarmismi” della ASL Rm E.

Intanto, l’allarme si estende ad altre zone. Nella limitrofa provincia di Viterbo, area vulcanica con il Vulcano Vulsino (Lago di Bolsena) ed il sistema Cimino-Vico, nei residenti del capoluogo e di altri 16 comuni del Viterbese, un recente studio dell’Istituto Superiore di Sanità ha indicati che la concentrazione dell’arsenico nell'organismo risulta oltre il doppio rispetto a quella nella popolazione generale: le analisi sono state condotte su campioni di unghie e urine di 269 soggetti sani (da 1 a 88 anni di età) residenti nelle aree a rischio e la concentrazione della sostanza nelle unghie è risultata essere in media 200 nanogrammi per grammo contro gli 82 nanogrammi di un gruppo di controllo nella popolazione generale. I ricercatori sottolineano però che queste misure riguardano sia l’arsenico organico che quello inorganico, e che di quest’ultimo vi è ancora incertezza circa i possibili effetti a queste concentrazioni.

Uno dei comuni con più alte concentrazioni di arsenico in provincia di Viterbo è Capranica, 7.000 abitanti, con 43 microgrammi per litro d’acqua. In teoria, questo territorio potrebbe risolvere il problema con due impianti di dearsenificazione ma nessuno è ancora funzionante. Non a caso, dati simili, sulla base di analisi recenti, si ritrovano a Sacrofano, poco più su 7.000 abitanti, con 46 microgrammi per litro, ma in provincia di Roma. Secondo i dati più recenti, a rischio per l'emergenza arsenico nell'acqua ci sono ancora 50 comuni del Lazio (45 della provincia di Viterbo e 5 di Roma con un totale di 260.000 residenti).

In conclusione, non ci sono scorciatoie. E’ legittimo chiedere più dati e dati più precisi sulla presenza, la concentrazione ed il tipo di arsenico, senza dimenticare la natura stocastica di almeno parte del danno (la cancerogenesi) e gli effetti nocivi concomitanti di altri agenti. Ma, nel caso dell’arsenico, i dati disponibili sono più che sufficienti per imporre urgentemente un intervento di risanamento o comunque di una soluzione al problema che appare di alta priorità. Laddove le indicazioni concordi di WHO, IARC e degli organi tecnici e del legislatore europeo e nordamericano non sono altro che una ulteriore conferma. Senza dimenticare, per quel che riguarda il comportamento degli enti, che i responsabili hanno il dovere di intervenire senza attendere che ci pensi la magistratura.