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2020-07-14 05:48

A che servono questi quattrini?

BENI CONFISCATI ALLA MAFIA

di: 
Beniamino Bonardi

A più di trent’anni dall’approvazione della legge Rognoni – La Torre, che introdusse il reato di associazione di tipo mafioso e la possibilità di sequestrare e confiscare i beni di cui non sia stata dimostrata la legittima provenienza, si registra un nuovo fallimento nella gestione e nel riutilizzo dei beni immobili e delle aziende confiscati. Sinora il messaggio che è passato è che quando interviene lo Stato per sottrarre un’azienda o un bene al mondo dell’illegalità e portarlo in quello della legalità, questo si traduce nel gran parte dei casi in uno stallo burocratico e in un fallimento.

“Fino ad ora, i beni confiscati sono serviti, in via quasi esclusiva, ad assicurare gli stipendi e gli emolumenti agli amministratori giudiziari, perché allo Stato è arrivato poco o niente.” Queste parole dell’allora presidente dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, Giuseppe Caruso, già questore e prefetto di Palermo, ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia il 18 gennaio 2012, fotografano il fallimento della legge che nel 2010 istituì l’Agenzia nazionale, nel tentativo di porre rimedio ai fallimenti precedenti.

Due anni dopo la situazione è rimasta immutata, con l’85% dei beni confiscati che rimane inutilizzato e che ha spinto Caruso a rinforzare la sua denuncia, con una dichiarazione riportata il 31 gennaio scorso dall’edizione palermitana di Repubblica: “Alcuni hanno ritenuto di poter disporre dei beni confiscati come “privati” su cui costruire i loro vitalizi. Non è normale che i tre quarti del patrimonio confiscati alla criminalità organizzata siano nelle mani di poche persone che li gestiscono spesso con discutibile efficienza e senza rispettare le disposizioni di legge. La rotazione nelle amministrazioni giudiziarie è prevista dalla legge così come la destinazione dei beni dovrebbe avvenire entro 90 giorni o al massimo 180 mentre ci sono patrimoni miliardari, come l’Immobiliare Strasburgo già del costruttore Vincenzo Piazza, da 15 anni nelle mani dello stesso professionista che, per altro, prendeva al tempo stesso una parcella d’oro (7 milioni di euro) come amministratore giudiziario e 150 mila euro come presidente del consiglio di amministrazione. Vi pare normale che il controllore e il controllato siano la stessa persona?”.

Questa dichiarazione e la sostituzione di alcuni amministratori giudiziari decisa dall’Agenzia hanno portato alla convocazione di Caruso da parte della Commissione parlamentare antimafia, per un’audizione immediata, in apertura della quale la presidente Rosy Bindi ha chiesto al direttore dell’Agenzia se fosse “consapevole che le sue dichiarazioni gettano ombre o creano interrogativi non soltanto sulla gestione degli amministratori, ma anche sull'autorità giudiziaria che li ha nominati e che avrebbe dovuto controllare e vigilare sulle azioni di questi amministratori (…)  Le sue dichiarazioni rischiano di indebolire, in un momento alquanto delicato, tutto l'apparato istituzionale che svolge un compito di lotta alla mafia, in maniera particolare quello dei beni confiscati, che è uno dei punti più delicati”.

Al termine dell’audizione, il vicepresidente della Commissione, Claudio Fava, ha constatato l’esistenza di “un quadro desolante, ossia il fallimento sostanziale di questa legge”.

Siamo al terzo fallimento in trent’anni nel tentativo dello Stato di riutilizzare i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Prima si affidò l’incarico al Ministero delle Finanze, poi all’Agenzia del demanio, poi fu istituita la specifica Agenzia, di cui oggi si constata il fallimento e che si pensa di commissariare, in vista di una sua riforma. Sinora il messaggio che è passato è che quando interviene lo Stato per sottrarre un’azienda o un bene al mondo dell’illegalità e portarlo in quello della legalità, questo si traduce nel gran parte dei casi in uno stallo burocratico e in un fallimento.

Tutto iniziò nel 1982, con la legge Rognoni - La Torre, che introdusse il reato di associazione di tipo mafioso (art. 416 bis) e la possibilità di sequestrare e confiscare i beni di cui non sia stata dimostrata la legittima provenienza e che sono nella disponibilità, diretta o indiretta, di indiziati di appartenere ad associazioni di tipo mafioso.

Nel 1996, una nuova legge stabilì che i beni immobili confiscati devono essere destinati a fini sociali, mentre le aziende devono essere destinate all’affitto, alla vendita o alla liquidazione. Nel 2006, una nuova legge ampliò i destinatari dei beni immobili confiscati, individuando, oltre ai Comuni, le Regioni e le Provincie, che possono utilizzare i beni per finalità istituzionali o sociali, quali comunità, enti, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e associazioni ambientaliste. Nel 2010 fu istituita l’Agenzia nazionale per la gestione e l’assegnazione dei beni sequestrati e confiscati, compito sino ad allora svolto dall’Agenzia del demanio e, ancor prima, dal Ministero delle finanze.

La gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia è stata oggetto di due indagini della Corte dei conti, nel 2005 e nel 2010. Nel 2005, la Corte evidenziò “gravi ritardi procedurali sia per giungere alla confisca definitiva dei beni, sia per la loro assegnazione, generando una mole considerevole di arretrato riconducibile per lo più a carenze organizzative dei soggetti che nel tempo si sono succeduti nella gestione della materia, a difficoltà operative nei rapporti tra diverse amministrazioni competenti e a lentezza causata da problemi esterni nella gestione”.

Cinque anni dopo, la situazione non era migliorata e la Corte scrisse che era “di tutta evidenza che l’iter amministrativo fino ad ora seguito si presenti dilatato nei tempi, complicato nelle procedure e oltremodo dispendioso nei costi”. I tempi che intercorrevano tra il sequestro e confisca definitiva andavano dai sette ai dieci anni, “a causa sia della sovrapposizione di competenze nelle amministrazioni investite di responsabilità, sia per la pluralità di soggetti chiamati ad intervenire”. Una volta arrivati alla confisca del bene, l’Agenzia territoriale del demanio doveva acquisire i pareri del prefetto e del sindaco, per individuare la migliore destinazione dei beni confiscati. Una volta decisa la destinazione, l’Agenzia del demanio doveva sentire il parere dell’amministratore giudiziario, dopo di che poteva procedere all’assegnazione definitiva del bene. A questo punto, potevano passare anche degli anni, prima della consegna del bene all’assegnatario, “per ragioni di varia natura: immobili locati o occupati; quota indivisa; immobili gravati da mutuo; terreni con mancanza di delimitazioni di confini; immobili da ristrutturare, etc…”.

Per snellire le procedure, nel 2010 si decise di istituire l’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità, affidandole il compito di censire i beni, amministrarli, custodirli e poi destinarli. Oggi, a distanza di quattro anni, si pensa di commissariare l’Agenzia, in vista di una sua riforma, visto che i problemi sono rimasti immutati, sia per gli immobili, sia per le aziende sottoposte a confisca. Nel 2010, la Corte dei conti scrisse che “nella pratica è possibile rilevare una scarsezza delle informazioni tale da porre le aziende e i relativi beni sottoposti a confisca in una condizione di disinteresse e abbandono fino all’oblio, dal quale raramente riescono a risalire, con conseguente precipitazione nello stato di dissesto”. Oggi, la Commissione parlamentare antimafia registra che la situazione è immutata e che “le diverse difficoltà che le aziende sottoposte a sequestro o confisca affrontano durante il percorso di emersione alla legalità (…) conducono al fallimento del novanta per cento delle attività produttive sottoposte a sequestro seguito da confisca definitiva.

La difficoltà di riutilizzo dei beni confiscati è esemplificata da questa vicenda interna all’Agenzia nazionale. Sei mesi dopo la sua nomina a direttore dell’Agenzia, nel gennaio 2012, il prefetto Caruso raccontò alla Commissione parlamentare antimafia di essersi arrabbiato quando aveva scoperto che la sede secondaria dell'Agenzia, in via dei Prefetti a Roma, era in un immobile in affitto, con un canone annuo di 295.000 euro, cioè circa 21.000 euro al mese. Caruso disse che da mesi si stava battendo per risolvere questa situazione, considerando anche che in via Ezio c’erano due appartamenti confiscati e abusivamente occupati da un avvocato, e spiegò che erano state avviate le procedure, tramite l’Avvocatura dello Stato, per sgombrare quegli appartamenti. A oltre due anni di distanza, la sede romana dell’Agenzia è ancora in Via dei Prefetti.

La sede nazionale dell’Agenzia, che ha un organico di trenta persone, è a Reggio Calabria e nel corso degli anni sono state aperte sedi secondarie anche a Palermo, Napoli, Roma e Milano. Ora, l’intenzione manifestata dalla Commissione parlamentare antimafia, è di andare verso una nuova Agenzia, con un carattere più manageriale, più snella e con un’unica sede a Roma, che si rapporti con le prefetture, creando lì dei punti di riferimento territoriali.

Intanto, però, alla Regione Sicilia è in avanzato stato discussione una proposta di legge per l’istituzione di un’Agenzia regionale per i beni confiscati. Un’agenzia regionale, l’Abecol, fu istituita dalla Regione Lazio nel 2009, prima della creazione dell’Agenzia nazionale, con un’attività praticamente nulla. Solo nel dicembre 2013 è stata consegnata la prima struttura confiscata alla criminalità e riqualificata con il contributo dell’Abecol. Pochi giorni prima di questa inaugurazione, la Corte dei Conti aveva pubblicato la sua relazione sul rendiconto generale della Regione Lazio per il 2012, scrivendo che “nella galassia di Enti ed Agenzie, con funzioni spesso parallele o sovrapponibili a quelle delle Direzioni regionali, spicca il caso di Abecol (Agenzia regionale per i beni confiscati alle organizzazioni criminali nel Lazio), istituita dalla legge regionale n. 24 del 2009, in questi anni rimasta inattiva ed il cui mantenimento non risulta giustificabile per il sopravvenuto mutamento del quadro normativo”, che dal 2010 aveva affidato la competenza esclusiva su questa materia all’Agenzia nazionale. Sino allo scorso gennaio, quando è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta sui rifiuti nel Lazio, presidente dell’Abecol era il dirigente regionale Luca Fegatelli. Quattro giorni dopo questo arresto, la Giunta regionale del Lazio ha dichiarato l’intenzione di presentare una proposta di legge per abrogare la legge istitutiva dell’Abecol. Nel 2012 la Corte Costituzionale  ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di un’analoga Agenzia istituita dalla Regione Calabria nel 2011.

In questo panorama di Agenzie che nascono e muoiono, il dato di fatto è che, come dichiarato dall’ex-direttore dell’Agenzia nazionale, Giuseppe Caruso, i beni confiscati sono pari al 20-25 per cento di quelli sequestrati. Una volta arrivati alla confisca definitiva, ha affermato la presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, i beni che vengono assegnati e destinati sono pochissimi. A ciò si aggiunge che di questi beni si sa molto poco, perché, afferma Rosy Bindi, “è venuto meno uno dei compiti principali che l’Agenzia aveva, quello di fornirci di dati esaustivi in materia, non portando a termine anche un investimento sostanzioso che è stato fatto in materia con i fondi europei”. Secondo la presidente della Commissione antimafia, “i dati di cui disponiamo, anche quelli che ci sono stati offerti nelle varie audizioni, sono tra di loro contrastanti. È sufficiente rileggere le audizioni dei vari ministri e dei comandanti delle forze di polizia per verificarlo.  
In questa relazione noi riteniamo che l’unico dato davvero attendibile, ancorché non completo, di cui disponiamo sia quello presso il Ministero della giustizia, a cui arrivano i dati dalle sedi giudiziarie. Questo, di fatto, è l’unico dato certo di cui disponiamo”.

A fronte di questa situazione, la proposta della Commissione parlamentare antimafia è che, in attesa della legge di riforma, l’Agenzia nazionale sia commissariata, col compito di avviare il sistema informatico e il censimento dei beni, oltre che di elaborare le prime linee guida per i beni da gestire adesso.