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2020-07-10 01:06

L’Ultimo Approdo dell’Azionismo

RICORDI DE L’ASTROLABIO SETTIMANALE, 1963-1970

di: 
Mario Signorino

Proponiamo il contributo scritto da Mario Signorino per il volume “Pagine Scomode”, curato da Alfredo Casiglia, pubblicato nel novembre scorso da Ediesse. Il volume è dedicato alla storia della rivista “L’astrolabio”, fondata da Ernesto Rossi e da Ferruccio Parri, a cinquant’anni dalla sua nascita e a trent’anni dalla definitiva chiusura. In questo suo pezzo, Signorino ricostruisce, nelle grandi linee, i primi otto anni di vita della rivista (1963-1970), quando dapprima partecipò, come redattore, alla fase iniziale di sviluppo, nel periodo in cui “L’astrolabio” fu diretto da Parri, e quando poi ne diventò egli stesso direttore.
L’astrolabio è uno strumento antico, che consente di prevedere la posizione dei corpi celesti, ed è stato quindi utilizzato per secoli nella navigazione. La scelta del nome rivela pertanto l’intento dei fondatori, entrambi con un passato di esponenti - tra i massimi - del Partito d’Azione: fare della rivista un punto di riferimento nell’elaborazione politica della sinistra italiana, pur posto (o proprio perché posto) al di fuori dei partiti tradizionali di allora, ed in particolare dei due maggiori di quell’area, quello comunista e quello socialista, ma indissolubilmente connesso alle grandi idealità che avevano portato alla nascita della Repubblica e sulle quali era stata fondata la Costituzione, l’una e l’altra a quel tempo ancora molto giovani.
Come si sa, la nostra newsletter ha ripreso quel nome. L’intento è stato ovviamente assai più modesto e delimitato, ma include, anche nella scomodità, qualche elemento di analogia e, se si vuole, di continuità: presentare le questioni ambientali anche da punti di vista diversi da quelli ormai tradizionali, confidando di contribuire con ciò ad una loro più compiuta e, se ci permettete, corretta percezione. È con questo spirito che abbiamo ritenuto di proporre il brano che segue.

 

 

1. Arrivo a Roma nella tarda estate del ‘62 su invito di Ernesto Rossi, direttamente da un’università di provincia, nel tempo di mezzo tra postfascismo e miracolo economico. Mi è stato proposto di lavorare in un giornale che non c’è ancora, collaborando con alcuni dei maggiori protagonisti dell’antifascismo democratico. Da quel che appare, non si navigherà in acque tranquille.

         Sono passati più o meno 20 anni dalla caduta del fascismo e dalla fine della guerra e della Resistenza - eventi lontani più di quanto non dicano i numeri -, e via via a scalare: 17 anni dalla proclamazione della repubblica, 15 dalla sconfitta delle sinistre nelle elezioni del 18 aprile 1948. Quasi 10 anni sono passati dalle politiche del 7 giugno ‘53 che hanno affossato la riforma elettorale consegnata alla storia come “legge truffa”; appena 2 anni dall’assalto al governo Tambroni. Da queste “scosse di assestamento” sono stati introdotti elementi di stabilità nel nuovo corso politico, insieme con la polverizzazione delle formazioni di minoranza nei due campi avversi.

         Le vicende di state-building interessano vivamente l’universo liberaldemocratico e impegnano direttamente i leader. Ferruccio Parri ed Ernesto Rossi si battono in prima linea nei conflitti politici che, anche a distanza di decenni dalla fine del Partito d’azione, continuano a produrre scissioni. Ma non si scontrano con fascisti: si scontrano con quelli del Mondo, gli antifascisti bene, i liberali che negli anni passati facevano parte dell’“esarchia” del CLN.

         Uno dei principali fattori di divisione è che, alla prova dei fatti, non ha retto il nesso, la formula del socialismo liberale di Rosselli. Non nella teoria, in applicazione della condanna crociana, bensì nella concretezza dell’azione politica. Così, una volta spezzata l’unità antifascista, il conservatorismo liberale diventava incompatibile con l’“azionismo” e il “giellismo” di carattere rivoluzionario. Come mettere d’accordo “Maurizio”, il capo militare della Resistenza, con Benedetto Croce e gli altri notabili del prefascismo ripescati dal Partito liberale? I liberali sono conservatori, gli azionisti rivoluzionari: e tali rimangono. Nessuna sintesi. L’esperienza ha detto che non era una strada praticabile o, meglio, che era una strada preclusa alle “terze forze”.

         D’altronde, nella verifica sul campo della formula strategica di Carlo Rosselli, anche il corno di sinistra, quello socialista, era caduto ben presto sotto i colpi della critica. Fin dalla debole politica dell’Aventino, Rosselli e i suoi compagni, come Parri, Salvemini, Rossi, hanno fatto del partito socialista – poco combattivo, passivo anche all’estero, sottomesso al Pci – l’oggetto principale dei loro attacchi. Non era un mistero che i fuorusciti di Giustizia e Libertà aspirassero a prendere il posto dei socialisti, al ritorno in Italia, come forza leader della sinistra democratica. Anche Parri inseguì fino agli ultimi anni di vita attiva questa aspirazione, senza fortuna. E bisogna riconoscere che queste aspettative non sembrarono a quel tempo, prima delle disastrose verifiche elettorali, temerarie.

 

2. La realizzazione de l’astrolabio inizia nel 1962, sostenuta da un semplice passaparola nell’ambito culturale e politico che fu del Partito d’azione e di Giustizia e Libertà. È una storia che appare fin dall’inizio contrastata. In quell’anno convergono infatti diverse vicende che condizioneranno il futuro giornale. Tra queste le “variabili indipendenti” della vecchiaia e delle malattie e gli imprevisti anche tragici che decidono al posto degli uomini le scelte politiche e di vita.

         L’astrolabio nasce dal turbine polemico generato dal “caso Piccardi”(1) che nel marzo 1962 ha portato alla dissoluzione del Partito radicale di Pannunzio e Cattani. Spaccato il partito, rotto l’asse politico e culturale su cui si reggeva Il Mondo. Rossi e Parri guidano lo scontro contro la maggioranza del Partito radicale e contro il gruppo del Mondo. La violenza dello scontro fa pensare che si vogliano regolare vecchi conti (basti pensare al ruolo decisivo avuto da Leone Cattani nel rovesciamento del governo Parri nel novembre ’45). Più semplicemente, l’unità antifascista non regge quando si tratta di decidere il destino del paese. Da qui nasce l’incessante lavorio delle scissioni e delle ricomposizioni, il turbinio delle sigle, molte delle quali già alla nascita irriconoscibili. Una vera e propria polverizzazione politica.

         Non è certo estranea alla sinistra la tradizione dei piccoli partiti che si affrontano intruppati dietro i loro giornali di battaglia come bandiere di pirati. Oltretutto, scenari familiari per degli antifascisti che hanno avuto un ventennio di tempo per impratichirsi nelle galere fasciste di teoria dei conflitti asimmetrici.

         Nel suo campo, è Rossi ad avere la leadership, e la esercita con durezza. Parri cerca di calmarne i bollenti spiriti, ma neanche lui ci va leggero: “Quelli del ‘Mondo’ sono dei mafiosi a lupara e dei farisei. Ma Ernesto stia calmo e tenga le manine lontane dalla penna … Pensa in concreto al tuo settimanale che può darti le soddisfazioni migliori”(2).

         Come dicevo, nell’estate 1962 ho il primo incontro con Rossi. Mi sono da poco laureato con una tesi su Salvemini politico e ho inviato il mio lavoro a Ernesto, che mi risponde con una lettera di 12 mila battute (4 agosto 1962). Fra le altre cose, m’informa della prossima uscita di un giornale. Parla di un settimanale politico che spera di varare ai primi di dicembre: “Ne assumerei io stesso la direzione”. “Penso che Lei potrebbe (…) collaborare al settimanale”. La cosa si tramuta in un’offerta di lavoro, che accetto.

         Nelle materie storiche l’università di Messina era un porto di mare: i docenti vi si fermavano finché non si liberava una cattedra importante sul Continente. C’era passato anche Gaetano Salvemini, che ebbe la sventura di perdere l’intera famiglia – la moglie, i cinque figli e la sorella - nel terremoto del 28 dicembre 1908. Mi era così capitato di crescere alla scuola di Giorgio Spini, di Gino Cerrito, storico del movimento operaio d’indirizzo anarchico malatestiano, e infine di Rosario Romeo, con il quale mi ero laureato, seguendolo poi come assistente volontario (cioè non pagato) all’università La Sapienza di Roma. Vi rimasi, se ricordo bene, quattro anni; poi le necessità economiche mi costrinsero a lasciare l’università e a lavorare a tempo pieno a L’astrolabio. Nell’occasione, il mio più grande dispiacere fu di dover abbandonare lo studio dell’archivio di Giustizia e Libertà, che mi era stato affidato da Rossi.  Giustamente Ernesto non me lo perdonò, ed io me ne vergogno ancor oggi, anche se so che questa disavventura è stata causata dalle ristrettezze economiche.

         In piena bagarre sul caso Piccardi, sono così finito in mezzo ai due fronti: Rossi e Parri da una parte, De Felice e Il Mondo dall’altra, che si scambiano botte da orbi. Distruttiva è la replica di Rossi agli attacchi di Pannunzio e dei suoi, che accusano lui e Parri di scarso rigore antifascista. Ernesto rispolvera le vecchie collezioni di Oggi e di Omnibus (i giornali di Pannunzio, Leo Longanesi e Arrigo Benedetti) e trasecola: “Ma questi eran fascisti!”. E mostra di essere talmente ingenuo da aver creduto – lui che di anni in galera e al confino ne aveva passati 12 – che il popolo italiano – ma soprattutto gli intellettuali -  avessero trascorso il ventennio fascista combattendo il tiranno.

         Mi ritrovo dunque a frequentare i due accampamenti nemici: quello di Parri e Rossi, da una parte, e dall’altra la cattedra di Rosario Romeo, di cui De Felice è assistente ordinario. Romeo dà pieno sostegno a De Felice, consapevole che si tratta di un conflitto politico e culturale che stava covando da tempo, simile a una resa dei conti. Il caso Piccardi è solo l’elemento clamoroso che deve mettere in difficoltà gli antifascisti duri e puri. Ma la vera bomba De Felice la prepara portando a termine il primo volume della monumentale biografia di Mussolini.

 

3. Oltre ai duelli, Rossi pensa al futuro. Da tempo, subito dopo la rottura col Mondo, ha pensato come sostituirlo; e nel numero dell’ottobre ’62 di Resistenza dà conto dei risultati del suo impegno pubblicando due avvisi: uno sulla nascita del Movimento Gaetano Salvemini, già formalizzata, l’altro sulla imminente pubblicazione de L’astrolabio. Astrolabio e Movimento Salvemini sono la risposta in positivo di Rossi e Parri all’attacco del Mondo: il ricambio dell’attrezzatura per continuare a far politica.

         C’è una differenza nella presentazione su Resistenza delle due iniziative di Rossi. Il Movimento Salvemini è presentato in chiave collettiva con tre firme: Gino Luzzatto, Ferruccio Parri, Ernesto Rossi. La presentazione del giornale porta una sola firma: “Ernesto Rossi direttore de L’astrolabio. Insomma, per lui, è questa la priorità, il giornale è suo. Non è un caso che la manchette de L’astrolabio appaia sull’ultima pagina di Resistenza interamente occupata da un mio articolo (chiestomi da Ernesto) sull’antigiolittismo di Salvemini.

         Anni prima era circolata un’altra ipotesi di rivista: ne aveva parlato Parri nell’ultimo numero di Nuova Repubblica (27 ottobre 1957), la rivista di Unità popolare. Avrebbe dovuto dirigerla Parri stesso. Ma l’iniziativa non andò a buon fine e cinque anni dopo, nel ’62, venne ripresa da Ernesto Rossi.

         Che cosa significa questo ritorno a Salvemini? C’è l’esigenza di definire chiaramente l’identità del soggetto progressista in contrapposizione al moderatismo liberale e al socialismo ideologico; e di ancorare il programma di riforme a una strategia di respiro storico, quale quella del grande maestro pugliese. Rossi vuole riproporre la centralità del “salveminismo”  - il “concretismo”,  l’attenzione per la classe politica, l’impegno per la “riforma democratica”. “L’esperienza della vita italiana post-fascista - scrive Rossi -, come l’esperienza di altri  paesi retti da analoghi ordinamenti, ci ha sempre più persuasi che i partiti politici sono strumenti essenziali per il funzionamento delle istituzioni democratiche; ma nei regimi di grandi masse, quali sono fatalmente tutte le democrazie moderne, i partiti sono condotti con molta facilità a trasformarsi in macchine elettorali.  Ciò impedisce ai partiti politici di svolgere altre funzioni ch’essi hanno storicamente esercitato, quali lo studio dei nuovi problemi che la realtà presenta, il continuo controllo delle idee al contatto con l’esperienza, la ricerca di nuovi sistemi di organizzazione sociale, politica ed economica, meglio rispondenti alle mutevoli condizioni della vita associata”. “Noi riteniamo che il tempo dei grandi conflitti ideologici, nel quale la sorte dell’umanità sembrava dipendere dalla scelta dell’una o dell’altra concezione, sia alla fine; che sempre più i popoli tendano a riconoscere certi valori ideali come essenziali a ogni convivenza umana, al di sopra delle diverse ispirazioni religiose e ideologiche. D’altro lato, la società sta attraversando, in tutti i paesi, una fase di profonda trasformazione, che richiede alle classi dirigenti doti di coraggio, di inventiva, di senso di responsabilità”(3).

         Lo Statuto (di 14 articoli) del Movimento Salvemini viene depositato il 16 ottobre 1962 presso il notaio Carlo Nannarone di Roma (il documento è pubblicato nel numero di ottobre di Resistenza insieme con l’elenco dei primi aderenti). La sede del Movimento è la stessa de L’Astrolabio: Roma, via XXIV Maggio 43, ai piedi del Quirinale.

         All’articolo 1, il Movimento si propone di contribuire “alla preparazione della classe politica ed allo studio dei problemi della vita pubblica italiana per indicarne soluzioni”. Nella sua azione, “si sforzerà di rimanere il più possibile fedele al metodo salveminiano della concretezza dell’impostazione dei problemi, del rifiuto di ogni mitologia e di ogni ideologismo politico, del rigoroso rispetto della verità”(4).

         Per Rossi, dopo la rottura con il Partito radicale e Il MondoL’astrolabio e il Movimento Salvemini sono l’ultima occasione d’iniziativa collettiva, l’ultima famiglia politica, l’ultimo sostegno. Invece sembra impostare L’astrolabio come un’avventura individuale. Che cosa lo spinge, perché gioca in proprio? Verosimilmente, punta sulle proprie doti di economista e di protagonista esemplare del riformismo italiano per condizionare la stagione di riforme che potrebbe aprirsi con il centro-sinistra.

         Malgrado affermi il contrario (“non sono un politico”, “non sono un leader”), Rossi ha un alto concetto delle proprie capacità e anche della propria diversità politica; e si propone di usarle per l’ultima battaglia delle idee. Ma non andrà lontano, il suo ruolo pubblico poggia su basi fisiche fragilissime, la sua salute è stata rovinata dai dodici anni trascorsi tra carcere e confino e lo espone periodicamente a crisi depressive devastanti che rendono impossibile qualsiasi attività. In quelle occasioni funeste – racconta la moglie Ada -, gli “esaurimenti nervosi” di Ernesto vengono affrontati con il ricovero in clinica e la “cura del sonno”, vale a dire con elettroshock. Dopo l’uscita dalla galera fascista ha avuto quattro gravissime crisi, innescate da momenti di grande stress. A breve, ne avrà un’altra, legata proprio alle difficoltà che L’astrolabio incontra sul suo cammino, in particolare per le risorse economiche.

 

4. Da redattore di primo pelo, impegnato in una redazione in formazione, non mi occupavo certo di strategie gestionali e politiche. Non ho perciò informazioni dirette e certe, ad esempio, sul finanziamento de L’astrolabio. Giorgio, il figlio di Parri, ha rivelato che i primi soldi vennero messi da un produttore cinematografico, Nellino Santi, amico di “Maurizio”; lo stesso che nel 1949 aveva aiutato finanziariamente la creazione della FIAP in funzione anticomunista, e nel 1953 la nascita di Unità Popolare contro la riforma elettorale di De Gasperi. Ma l’informazione è parziale: c’è una concatenazione di date e vicende che richiede chiarimenti; e c’è soprattutto una crisi tanto grave da interrompere all’improvviso il lavoro di preparazione del giornale e deviarne il corso. Devo ai miei imprecisi ricordi di quei giorni un’altra ricostruzione, meno facile, che poi è quella che circolava nelle stanze di via XXIV Maggio.

         Si tratta di una vicenda drammatica. Mentre la redazione lavora alla progettazione del giornale, nell’ottobre ‘62 Ernesto aggiorna al gennaio ‘63 la data di avvio de L’astrolabio e del Movimento Salvemini. Ma succede qualcosa e all’improvviso le attività iniziate s’interrompono, Rossi scompare dalla circolazione. Si verrà poi a sapere che è piombato in una gravissima depressione e il 16 novembre è entrato in clinica, per sottoporsi a elettroshock. Non è più in grado di lavorare e di badare alle proprie iniziative.

         Il tempo scorre senza notizie. In gennaio il giornale non si vede; si risente invece Rossi, che con un comunicato del 12 gennaio ‘63 informa che, per motivi di salute, non potrà assumere la direzione del nuovo giornale; L’astrolabio slitterà ulteriormente. Non dice nient’altro sulla malattia e la sua durata, né sul giornale; probabilmente non ne sa più nulla. Dice solo che l’affatica troppo anche solo scrivere una lettera e che è “costretto al riposo” per una durata che non può prevedere(5). È una resa. Ancora il 12 febbraio 1963, “non so se, come e quando (“L’astrolabio”) potrà uscire”(6) “L’astrolabio è ancora nelle nuvole dei pii desideri. Io non faccio più niente per farlo scendere sulla terra”(7).

         C’è senza dubbio un difetto di comunicazione tra Rossi e gli altri, che non riescono a informarlo tempestivamente: non sa infatti che il primo numero uscirà tra poco, il 25 marzo ’63.

         Ricapitolando: la coincidenza di date – a fine ottobre’62 Rossi è impegnato nel completamento dell’operazione Astrolabio, il 27 ottobre muore Enrico Mattei, subito dopo Rossi è colpito da una gravissima crisi - indica che c’è un elemento in comune tra i due fatti: probabilmente Mattei si era impegnato a sostenere finanziariamente il giornale e l’impegno è stato cancellato con la sua morte. Il rogo di Bascapè avrebbe dunque devastato anche il giornale di Rossi proprio nel momento in cui attendeva il finanziamento iniziale. Invece del trasferimento di denari, scompare il Donatore. L’astrolabio non c’è più e Rossi entra in clinica per la sua quinta “cura del sonno”.

         In questa situazione ci si rivolge a Parri, che per “le pressioni degli amici” accetta di fare il direttore facendosi carico di tutti i problemi, a cominciare dal finanziamento. La disponibilità di Parri è l’unica condizione che consente di non rinunciare all’iniziativa. Ma certo, nel “passaggio di gestione”, si perde molto tempo e, forse, un po’ di grinta. Il primo numero de L’astrolabio uscirà nella primavera del ’63 in forma ridimensionata, retrocesso da settimanale a quindicinale, striminzito, povero in canna: non solo nel formato, un giornale piccolo piccolo.

 

5. L’astrolabio dei primi anni è grigio, noioso, dimesso, con un approccio eccessivamente politicistico; non si distingue molto dai tanti fogli di partito che circolano a destra e a sinistra. È vero che, malgrado tutto, riesce a coltivare alcuni contenuti propri, che servono da munizioni per le polemiche sferzanti di Ernesto Rossi e per alimentare una posizione di riformismo nazionale. Tuttavia non riesce a costruire un discorso esemplare, capace di scaldare l’opinione pubblica. Nulla di originale si individua nella formula giornalistica e in quella politica, peraltro anch’esse modeste.

         Per i primi anni, dunque, L’astrolabio era e rimane decisamente brutto; nel primo anno e mezzo senza alcuna miglioria. L’adozione di copertine lucide, a partire dal 25 ottobre ’64, non migliora la situazione. Copertine decenti cominciano a vedersi solo nel 1966 e soprattutto a partire dal ’67. Altrettanto lento il miglioramento della grafica. Alla fine degli anni Sessanta, la brutta pubblicazione degli inizi si è trasformata, fino a potersi confrontare, quanto a informazione e cultura politica, con rivali assai più muniti di risorse economiche.

         L’astrolabio era un giornale interamente politico, dalla prima all’ultima pagina; e probabilmente nel periodo di avvio ne fu penalizzato, finché almeno non riuscì a imporre un suo modo non banale di leggere la politica. D’altra parte, l’obiettivo cui mirava non si trovava solo nelle edicole: era nel supporto all’elaborazione di una strategia socialista di riforme.

         Difficile un paragone puntuale con il Mondo di Pannunzio. Due parabole che s’incrociano: una (Il Mondo) in discesa, l’altra (L’astrolabio) in salita. I tempi sono cambiati, e anche Il Mondo stenta a vivere e si avvia al tramonto. La rottura con Ernesto gli ha sottratto contenuti e personalità determinanti; altri collaboratori di rango, come Salvemini, sono morti. Il giornale chiuderà i battenti l’8 marzo 1966. L’eleganza grafica, le belle foto, non bastano per garantirgli la sopravvivenza, mentre polemiche feroci e risse continue ne hanno eroso il carisma.

         In confronto alla vicenda finale del Mondo, si può affermare che il ruolo de L’astrolabio è stato finora eccessivamente sottovalutato. Peraltro, questo settimanale ha concorso all’estinzione del Mondo sottraendogli lettori, attenzione e autorevolezza. Ma non è riuscito a sua volta a svincolarsi dalla situazione di estrema precarietà economica.

         Anche riguardo alla diffusione, il nostro giornale usciva bene da un confronto. Secondo stime interne, L’astrolabio vendeva 12-15 mila copie in edicola, più 5 mila abbonati. Si può stimare un bacino di 100 mila lettori. Sono, più o meno, gli stessi numeri del Mondo. Il deficit annuale non toccava i 40 milioni. Altre stime parlano del doppio, tra 50 e 60 milioni.  

         Un bel capitale politico. Averlo azzerato è stato uno spreco imperdonabile.

         Precorrendo i tempi, il giornale coglie tempestivamente, già agli inizi del ’67, i segnali delle tumultuose vicende  che si scateneranno nel ’68 fuori del Palazzo. A questo proposito, è bene chiarire un equivoco in cui è caduto in quegli anni lo stesso Parri: pubblicare un testo non vuol dire necessariamente condividerlo. Sicché, alla luce di questo criterio di buonsenso, sarebbe apprezzabile che venissero corrette tante analisi sbagliate. Molti di noi e lo stesso Parri possono essere accusati di estremismo, ma L’astrolabio non ha mai fatto da ufficio stampa della contestazione.

         L’universo virtuale dei collaboratori de L’astrolabio mostra la ricchezza di contenuti tipica di quel giornale: tutte le voci delle sinistre europee, senza tabù, senza censure, non di rado con presenza diretta, i collaboratori esteri e quelli nazionali, quelli “prestati” da altri giornali. Su L’astrolabio scrivevano giornalisti comunisti, radicali, socialisti, azionisti, libertari, della sinistra extraparlamentare; e non solo giornalisti-spettatori: anche protagonisti; non solo giornalisti-scrittori, ma giornalisti dell’immagine, “quelli della Leica”, i fotoreporter a cui L’astrolabio firmava ogni foto come fosse un articolo.

         Giornalismo militante ma del tutto libero, senza condizionamenti. E si vedeva.

         Articolazione ampia di temi e soggetti: grandi inchieste, come quelle sulla condizione operaia a Torino, a partire dal gennaio ’67 (22 e 29 gennaio 1967), e a Genova (16 aprile ’67), o quelle sull’occupazione di Palazzo Campana e delle altre università; reportage, come quelli di Tiziano Terzani dall’Asia; campagne d’opinione (come per Valpreda, con motivazioni garantiste); temi riformisti: convegni e polemiche di Ernesto Rossi; scandalo Sifar, potere clericale. I testi degli articoli vanno spesso oltre le normali cronache politiche per dare spazio ad analisi storiografiche, ad esempio, sugli “antenati” de L’astrolabio: Giustizia e Libertà, i fratelli Rosselli, la guerra di Spagna; e poi i voli di propaganda, l’antifascismo a Firenze, e così via.

         Per L’astrolabio quindicinale del 1972, val la pena di segnalare gli interventi di Parri sul proprio ruolo politico nella lotta armata e a capo del primo governo dell’Italia libera.

         Ecco, in sintesi, il punto di forza de L’astrolabio: non è un giornale di partito, e tuttavia parla della politica, anche di quella dei partiti e dei movimenti, in modo tale che il nostro pubblico si fida di noi. È così che il giornale di Parri riesce sul finire degli anni Sessanta a diventare il settimanale della politica italiana – versione di sinistra, ovvio. Ovvero, come diceva una pubblicità del gennaio 1968, “Il settimanale politico più citato dalla stampa quotidiana”.

 

6. Nel 1966 Parri prepara l’ultima iniziativa, da cui uscirà la Sinistra indipendente, mentre nel Centro-Nord nascono i primi Circoli dell’Astrolabio. Rossi si prepara a morire.

         Muore il 9 febbraio ’67, e con lui se ne va una parte importante della storia del movimento democratico e riformista. Ma politicamente, a conferma dell’accordo con cui è stato diretto il giornale, cambia poco. Anzi, per il settimanale è quello il periodo di maggiore diffusione, quello che va da inizio ’67 alle grandi lotte operaie e studentesche.

         Quale Italia vanno cercando? Parri continua a riproporre l’obiettivo di una “rivoluzione democratica, premessa di ogni edificazione socialista”, con una ragionevole, anche se parziale giustificazione dello schieramento a sinistra: “Ma la vita politica si isterilisce, la società italiana si sfibra, si corrode e torna a nuove forme degeneranti di parafascismo, senza la vigile e combattiva presenza di una diffusa coscienza democratica”(8).

         Per la verità, L’astrolabio apparirà diviso sino alla fine tra PSI e PCI, tanto che “l’area socialista” finirà per caricarsi, a seconda dei momenti, di significati mutevoli. Ma, a dispetto degli equivoci, il Parri che pubblica L’astrolabio ha già fatto le sue scelte, spostandosi dal centro alla sinistra. Per una singolare coincidenza, quando nella primavera del ’63 uscì il primo numero de L’astrolabio ricorreva il decennale della svolta politica di Parri. Era frutto del caso, ma era un caso significativo. Fino al 1952 infatti Parri si era assestato nell’area di centrosinistra, entrando su diversi aspetti in diretta competizione col PCI.      Due esempi del 1949: la fondazione dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (INSMLI); e la creazione della FIAP/Federazione italiana associazioni partigiane, per scissione dell’ANPI/Associazione nazionale partigiani italiani, egemonizzata dal PCI. Due iniziative decise deliberatamente per rompere il monopolio comunista sulla memoria storica della lotta di liberazione. Altro atto di rottura strategica la piena adesione alla NATO (1950).

         Poi nel 1953 la svolta, determinata in Parri (ma non in Gaetano Salvemini e neanche in Ugo La Malfa) dalla furiosa battaglia contro la riforma elettorale di De Gasperi. Inizia allora una nuova stagione politica, segnata da alcuni eventi importanti, due battaglie e due riconoscimenti:

  • nel 1953, Parri partecipa con Unità Popolare alla mobilitazione contro la cosiddetta “legge truffa”;
  • sempre nel ‘53, le sinistre votano Parri per il Quirinale
  • nel 1959, Parri è eletto senatore nelle liste del Psi
  • nel 1960, è in prima fila nella campagna contro Tambroni.

         Dopo la svolta del ’53 gli uomini de L’astrolabio abbandonano il centro-sinistra e si arroccano definitivamente nello schieramento di sinistra. Il pendolo di Parri s’è fermato nella casella rossa.  Ma il cambiamento di rotta non sembra portar fortuna: alle elezioni politiche del ’53, Unità Popolare ottiene 170 mila voti; praticamente niente. Poi rivendicherà il merito di aver fatto fallire con quei quattro voti la “legge truffa” …

         In pochi anni, dunque, il centro-sinistra ha perso per strada Parri, ha lasciato che passasse nello schieramento avversario, malgrado la sua capacità di competere con la sinistra. La nomina a senatore a vita, nel ’63, interverrà tardi; e Parri andrà sempre più lontano dal centro e sempre più vicino al PCI.

         L’elezione di Luigi Longo alla segreteria del Partito (1964) stimola in Parri un nuovo attivismo. I due si conoscono e si stimano, sanno che la riuscita della lotta armata in Italia fu dovuta alla loro capacità di collaborazione, senza la quale si sarebbe rischiata la frattura del movimento partigiano e forse un’altra guerra civile. È inevitabile che tra loro si stringa un accordo politico. E così avviene. Si tratta di un accordo che abbraccia, tra l’altro, anche L’astrolabio. Longo assicura a Parri la copertura dei buchi di bilancio del giornale e, insieme, la garanzia che nessuna forzatura verrà fatta sulle posizioni del giornale. Fu probabilmente questo accordo a rendere possibile nel dicembre 1965 il passaggio de L’astrolabio alla periodicità settimanale. Significativamente, quando nel 1969 Longo lascerà la segreteria del partito, la gestione giornalistica di Parri comincerà a scricchiolare e due anni dopo dovrà mettere in soffitta il settimanale.

         Rientrano nell’accordo anche i buoni rapporti tra il giornale e Berlinguer. Niente di scorretto, solo una visione realistica dei problemi dell’informazione comunista e l’esigenza di assecondarne con discrezione l’evoluzione. Attraverso L’astrolabio si potevano far circolare contenuti che altrimenti sarebbero stati preclusi al dirigente medio. Per contro, il contatto con Berlinguer permetteva a L’astrolabio l’acquisizione di informazione di prima mano sull’impero sovietico  e, soprattutto, l’accesso alla fonte più importante di elaborazione strategica della sinistra italiana.

         L’accordo funzionò. Mi alternavo con Parri nel tenere i rapporti con Berlinguer. Ma niente segreti o incontri clandestini. Erano incontri ufficiali decisi dai capi del partito e avvenivano sotto gli occhi di tutti. Un esempio: al XII Congresso comunista di Bologna (1969) ero in grande difficoltà: dovevo chiudere il numero senza aspettare il dibattito congressuale né le conclusioni che ne avrebbe tratto Berlinguer. A lui mi rivolsi ed ebbi la soluzione: mi fece sedere al suo fianco come un congressista, mentre le delegazioni estere portavano i loro saluti. Ad ogni saluto, ci si alzava, si applaudiva e ci si sedeva di nuovo; intanto Berlinguer mi anticipava la relazione che avrebbe letto a chiusura del dibattito. Di tanto in tanto si sentiva il brontolio di Giorgio Amendola, cui avevo sottratto la sedia.

         L’accordo rappresentò il penultimo passo prima dell’integrazione nell’area comunista; l’appello per la Sinistra indipendente sarebbe stato l’ultimo. Quell’appello non ci entusiasmò. Con questi nuovi amici non legammo mai molto, ma non ne facemmo un caso. Dopo la svolta del ’67 e le dimissioni del vicedirettore Luigi Ghersi, socialista, di cui presi il posto, si rafforzò l’omogeneità politica tra direzione, vicedirezione, collaboratori: ci collocavamo quasi tutti, a cominciare da Parri, all’estrema sinistra: quella istituzionale, beninteso, del partito comunista o dell’azionismo. E quasi tutti, leader e seguaci, stimavamo il grande partito comunista. Ma eravamo anche consapevoli degli aspetti critici, sia del comunismo italiano, sia di quello Internazionale.

         Rimaneva comunque solo un punto problematico, una riserva di Parri sulla strategia del compromesso storico. Il nodo verrà sciolto qualche anno più tardi, quando Parri, intervenendo al XIV Congresso del PCI (Milano, 19 marzo 1975), definì quel partito “il perno della storia d’Italia”.

         Nel trattare questo argomento, è bene tener costantemente presente che, rispetto al Pci, Parri non ha avuto mai la propensione né la debolezza di cedere. Anche nella Resistenza, nei rapporti con il numero due del PCI, Luigi Longo, riuscì ad attuare la sua tipica strategia basata su un misto di accordo e competizione, la stessa strategia che pensava di riproporre ora che preparava il grande passo nel PCI.

         È una questione complicata e difficile da capire, o anche solo da descrivere: come conciliare questa stima con la consapevolezza degli aspetti inaccettabili del comunismo? Non ho la risposta, ma è importante cominciare a registrare i fatti, a riconoscerli, ad ammetterli. Eravamo complici di malefatte, ci dovremmo pentire? Oppure, grazie anche alla nostra presenza, quel partito è diventato infine proprio quello che diceva di essere: un protagonista della democrazia italiana? Era questa la linea seguita da Parri: una strategia della “contaminazione” (o integrazione che dir si voglia).

 

7. L’astrolabio non attraverserà indenne la tempesta delle lotte operaie e studentesche. Ma non finirà a causa di dissensi politici interni, non cadrà per carenze gestionali, ma proprio perché ha avuto successo ed è diventato troppo forte, ponendo pesanti problemi politici e gestionali. Insomma, richiedeva un impegno eccessivo.

         E Parri faceva troppa fatica ad essere presente sul giornale con i suoi editoriali. Aveva troppi impegni e scriveva di notte (una notte per settimana), alla vigilia della chiusura del giornale. La signora Ester mi detestava, pensando a torto che fossi io la causa di quella fatica. E in effetti, a vederlo penare, mi sentivo sul serio colpevole. Ma non c’erano incompatibilità politiche tra Parri, me e la redazione.

         All’inizio del 1967 L’astrolabio apre ai movimenti. Parri è d’accordo, ma vuole dei limiti: debole e anziano, non può sostenere a lungo un ruolo attivo. Sul finire del ’67 rilancia con l’Appello per la Sinistra indipendente. Dopo tre anni decide di sopprimere il settimanale. Questa decisione innesca uno scontro interno, che danneggia tutti. Nell’ambito della Sinistra indipendente viene meno l’impegno operativo di Parri, il gruppo non ha una posizione politica comune, ognuno va per la sua strada, viene presa qualche decisione strampalata, ad esempio la rinuncia alla verbalizzazione delle riunioni in ricordo dei tempi della clandestinità. Parri non ha più il tempo e l’energia per completare il suo progetto di “contaminazione”, per l’età, per le malattie, fors’anche per la carenza di collaboratori all’altezza. E la strategia s’interrompe.

 

8. Da Parri ci siamo divisi senza aver consumato un vero scontro. Tra lui e la truppa ci fu un solo incontro, sabato 14 novembre 1970, nella sede dell’Astrolabio, a Roma, via di Torre Argentina 18.

         L’incontro venne convocato da me: stranamente Parri non l’aveva fatto. Parteciparono: il direttore, il vicedirettore e gran parte dei collaboratori italiani ed esteri.

         Il verbale venne redatto da Pietro Petrucci e integrato da altri. Di seguito è riportata una breve sintesi.

         È Parri, com’è logico, ad aprire la discussione. Ricorda che Luigi Ghersi come primo vicedirettore dette sviluppo al giornale assieme a Signorino. Poi la direzione passò a Signorino quando “si verificò il dissenso politico con Ghersi, troppo moderato rispetto a me e ad altri che eravamo per una linea realmente socialista”. Quindi le doglianze: L’astrolabio è diventato un organo della contestazione. C’è stata perdita di amicizie politiche a causa degli orientamenti del giornale.

Signorino può dire che la colpa era mia, perché non ero presente a causa dei miei impegni. Non partecipavo alla programmazione. Spesso vedevo il contenuto del giornale dopo la stampa. Vedevo nuovi collaboratori che non conoscevo. Poi è venuto il mio appello (per la Sinistra indipendente), che ha fatto sbandare il giornale e che “non poteva essere seguito dal comitato di direzione”. I problemi si sono aggravati a causa di collaboratori settari; che in parte hanno causato le attuali difficoltà finanziarie. Mi sono ritrovato in “una situazione incresciosa, perché tale è stata la gestione dell’Astrolabio”.

Signorino: “non è colpa mia se vedeva il giornale dopo che era stampato. Se lei aveva impegni personali, noi avevamo scadenze settimanali da rispettare. E poi il dissidio non è solo tra Parri e redazione, ma tra Parri e i collaboratori. L’astrolabio comunque  non può essere ridotto a “organo della contestazione”.

Parri: “ma è un fatto che il Pci accetta Parri mentre L’astrolabio fa bordate contro il Pci.

Con il Psi ci sono state ragioni anche personali di dissenso”.

Signorino: “col Pci tutto è andato bene fino al ’68. Quanto alle critiche successive, erano nei fatti, nascevano dall’informazione sui fatti. Noi non facevamo ideologia, riportavamo degli avvenimenti”.

Parri: “Signorino è stato abilissimo nello scartare collaboratori che mi avrebbero fatto piacere; egli ha cambiato faccia all’Astrolabio. Non ci sto a fare un Astrolabio di due mondi”.

         Nel corso della riunione più d’uno rileva che non sono stati precisati i dissidi politici interni al giornale. E in verità, non sono stati precisati perché non esistevano. I problemi erano altrove. Quando Parri accettò di dirigere l’Astrolabio, fu creata una piccola società (“Arco”, poi “Seme”) di proprietà di otto fondatori. A causa delle diverse posizioni politiche, nel 1970 degli otto rimaneva solo Parri: è la prova che il giornale è stato diretto in modo, diciamo, energico e che ci sono stati problemi, non con il vicedirettore o i collaboratori, ma con gli altri fondatori, che al momento di questa riunione non erano più presenti.

         Quello che conta è la crescente difficoltà di reperire soldi. Anche da quel che dice Parri, è questa la chiave per comprendere la vera ragione della soppressione dell’Astrolabio settimanale. Non gli piaceva dipendere dai soldi altrui.  Lui voleva altro: “Portare avanti una politica di sinistra senza essere legati ai partiti, ai gruppi, alle correnti”. “Voglio dire che non posso più chiedere soldi. Alcuni me li hanno rifiutati, altri hanno tirato per le lunghe. Da qui la decisione della chiusura del giornale e poi il ripensamento per il giornale a 24 pagine” (…) Sopprimere l’Astrolabio significa chiudere da parte di un uomo che non ne può più”.

         Per quanto riguarda la politica, la posizione di Parri non era scevra di ambiguità, neanche nei momenti di scelte univoche. “Cos’è l’area socialista? Interessi politici, azioni politiche che il PCI non può fare, che potrebbe fare un PSI diverso non vincolato a posizioni di potere” (…). Non parliamo di definizioni generiche, di fantasmi, di assenza di scadenze, non parliamo di rivoluzioni, ma di concrete politiche economiche, sociali, internazionali”. “Quando dico che bisogna avere una linea significa che bisogna stare attenti all’area della sinistra. Non devono essere soltanto i comunisti a fare la rivoluzione. Voglio dire che, come ho partecipato alla Resistenza per impedire che fossero i comunisti da soli a farla, così voglio impedire che l’inevitabile svolta a sinistra del paese venga gestita soltanto dai comunisti”.

Calchi Novati: “Lei vuole riprendere la direzione politica”…

Parri: “Non l’ho mai ceduta. C’erano due direzioni, Parri e Signorino”.

Calchi Novati:Ossia, tutti i collaboratori sono benvenuti se passano attraverso il filtro Parri e non Signorino”.

Parri: “Non ha capito niente. Il filtro Parri funziona, e funzionerà anche il filtro Signorino, eccome”.

         Incontro Parri di nuovo una settimana dopo, il 21 novembre 1970, sempre con Petrucci  verbalizzatore.  È un incontro cordiale in cui Parri sollecita una risposta alla sua offerta di lavoro per il nuovo Astrolabio. Ma la nostra idiozia ideologica ci porta a rifiutare. È adesso che avviene la rottura, che si consuma pubblicamente con uno scambio di articoli su L’Astrolabio.

         Scrive Parri: “Ragioni di forza maggiore, che sono a metà finanziarie e a metà riguardano la mia salute personale, mi hanno consigliato, anzi costretto a ridurre a quindicinale la periodicità del giornale (…)Mancherei tuttavia a un dovere sinceramente sentito se al di sopra della polemica di oggi non esprimessi il mio ringraziamento a Signorino, ai due ultimi redattori Petrucci e Loteta, ai collaboratori, alcuni dei quali da me assai apprezzati. Soprattutto di Signorino devo ricordare e lodare la intelligenza, la sensibilità, lo spirito di iniziativa, la capacità giornalistica singolare”(9)

“(…) Anche il mio giovane antagonista, ed antagonista del regime, ha lo stesso (mio) sfortunato carattere: Signorino è un disinteressato”(10).

 “ Si era creata una sorta di giustapposizione di due Astrolabi”, con la “lenta, tacita ma progressiva estromissione della direzione” di Parri. “E non è esatto che io abbia licenziato Signorino. Sino all’ultimo giorno (21 novembre) ho insistito perché rimanesse con me nella nuova serie dell’Astrolabio”(11).

Domandai a Signorino di rimanere a redigere o il settimanale ridotto o il quindicinale che avevo dovuto preferire. Una offerta sincera, non a fior di bocca…”(12).

 

9. Facevamo giornalismo militante ed eravamo militanti giornalisti. Non mi consideravo e non ero considerato un dipendente. Ero un collaboratore, perciò lo stipendio era magro. E quando dopo la rottura, seguendo dei cattivi consigli, posi un problema sindacale, contraddicendo un decennio di militanza e sacrifici, provocai ulteriore esasperazione in Parri, che a quel punto passò all’insulto:

disonesta e velenosa malafede” (Ivi, p. 21). La causa della perdita di controllo da parte di “Maurizio” mi rattrista particolarmente perché è stata la mia supponenza ideologica a provocarla. Sono elementi come questo a marcare negativamente il giudizio sul comportamento mio e dei miei compagni, a prescindere dal fatto che avessimo invece ragione su molti punti importanti.

         Non dovevamo accettare lo scontro con “Maurizio”, avremmo dovuto farci carico dei suoi obiettivi di “grande riforma democratica”. Invece accettammo la rottura e la separazione suggestionati dall’ideologia, incapaci d’intendere. Lo scontro con Parri avvenne solo in parte secondo i rituali del momento, con un inizio soft e una successiva caduta nella cattiveria, senza rispetto per la sua storia politica. Vedi l’irridente attacco di Mughini sul Manifesto: “’Maurizio’ ha congedato due partigiani”….Vedi la mia supponente sentenza: “il nuovo Astrolabio … sarà un altro anello della stampa di regime”(13) Problemi si verificarono in quel tempo anche in altre testate delle sinistre: Vie Nuove, Problemi del socialismo, Questitalia di Vladimiro  Dorigo, Resistenza. La nostra spiegazione fu sommaria: “La normalizzazione è in atto”. In realtà, ogni rivista costituiva un caso a sé; qualche somiglianza si poteva riscontrare solo tra le due riviste dell’azionismo: Astrolabio e Resistenza. Sicuramente si risentiva tutti del clima generale.

         A Torino, la crisi tocca Resistenza, mensile dell’azionismo più duro, che estromette il giovane direttore Nicola Tranfaglia. Un piccolo incidente riguarda un mio articolo sulle vicende di Problemi del socialismo: sembra fossero inesatte le informazioni fornitemi dal condirettore.

         C’è un senso in questa avventura? Noi “Maurizio” l’abbiamo seguito fino in fondo, ma non ci siamo accorti che avevamo superato un limite. Pensavamo che ci fossero ancora margini, un altro miglio. Invece la corsa era finita.  A Parri chiedo perdono politico e umano, per la scortesia con cui l’ho esasperato, per aver cancellato affetto e solidarietà, per non aver tenuto sufficiente conto della straordinaria qualità della persona e della sua storia politica.

A valutare adesso le cose, a mezzo secolo di distanza, su molti punti ritengo ancora di aver ragione. Ad esempio, avevo ragione sul giornale: indebolirlo significava avviarlo alla soppressione; lo stesso, dandolo  in mano ai politici (come poi avvenne). Ma avevo torto lo stesso, perché non valutavo adeguatamente la pesantezza delle responsabilità che ricadevano su Parri e che gli rendevano impossibile continuare.

         Potevamo aiutarlo a completare l’opera? Avremmo potuto fare qualcosa, certo, ma questo non rientrava nei  nostri piani. Eravamo troppo giovani e poco interessati a valutare criticamente i miti politici che andavano per la maggiore e che noi stessi condividevamo. Non c’erano divergenze politiche tra noi. Parri non voleva rompere e tentò fino all’ultimo di convincermi a lavorare nel nuovo Astrolabio. Noi avevamo alcune suggestioni diverse, e qualche paura. Ma neanche noi volevamo rompere. La situazione ci è sfuggita di mano.

 

Note

(1) Accusato dallo storico Renzo De Felice di aver partecipato a un convegno italo-tedesco sulla razza, Leopoldo Piccardi viene cacciato dal Partito radicale ma è difeso da Ernesto Rossi e Ferruccio Parri

(2) Ferruccio Parri a E. Rossi, 2 agosto 1962 , Epistolario 1943-1967, Laterza, 2007, pag. 400

(3) Dal comunicato pubblicato il 10 ottobre 1962 a pag. 6 del periodico Resistenza

(4) Lo Statuto del Movimento Gaetano Salvemini pubblicato da Resistenza

(5) Rossi ai collaboratori dell’ “Astrolabio”, 12 gennaio 1963, Epistolario 1943-1967, Laterza, 2007, pag. 422

(6) Rossi a Emilio Lussu, 12 febbraio 1963, ibidem, pag. 429

(7) Rossi a Manlio Rossi Doria, 3 febbraio 1963, ibidem, pag. 427

(8) F. Parri, I programmi e le forze, in “L’Astrolabio”, 15 marzo’63,  n. 1, pag. 5

(9) F. Parri, Agli abbonati e ai lettori, in “L’astrolabio”, 29 novembre 1970, p. 4

(10) F. Parri, Risposta del direttore, in “L’astrolabio”, 29 novembre 1970, p. 6

(11) F. Parri, ibidem, p. 7

(12) F. Parri, Malinconie di ‘Astrolabio’, in L’astrolabio, 21 febbraio 1971, p. 20

(13) M. Signorino, I perché di una dissociazione, in L’astrolabio, 29 novembre 1970, p.5