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2020-07-11 23:05

Audizione del ministro degli Esteri sui nodi politico-diplomatici della Conferenza di Parigi sul clima

QUEL CHE C’È DA SAPERE

Il 24 settembre, davanti alle commissioni riunite esteri, ambiente, attività produttive e agricoltura della Camera dei deputati, si è tenuta l’audizione del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, per fare il punto sugli aspetti politico-diplomatici sulla prossima XXI Conferenza delle Parti (COP 21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre. Dal punto di vista della sfida politica nella comunità internazionale, Gentiloni ha sottolineato che l’obiettivo della Conferenza è di “cercare di trovare finalmente, perché non è stato così nelle occasioni precedenti, una soluzione globale condivisa. Trovare, in sostituzione del Protocollo di Kyoto, un accordo per un Protocollo con ben altra ampiezza e con carattere vincolante a livello globale, che sia ambizioso sul piano degli obiettivi, che sia durevole nel tempo e che sia dinamico, in quanto capace di adattarsi al mutamento della situazione, e che sia trasparente in quanto a verificabilità degli impegni che vengono presi”. L’obiettivo dovrebbe essere la riduzione delle emissioni globali al 2050 di almeno il 60% rispetto al 2010.

Per superare lo stallo che il negoziato sul clima aveva raggiunto negli ultimi due-tre anni, si è deciso di adottare un approccio dal basso, raccogliendo gli impegni di riduzione delle emissioni dei singoli Stati, in base al principio di “responsabilità comuni ma differenziate”, anziché stabilire una riduzione uguale per tutti, che poi l’esperienza ha dimostrato essere impraticabile. Si è quindi usciti da una situazione di contrapposizione, ha osservato il ministro, che vedeva da una parte i paesi Ocse che dovevano pagare e dall’altra il resto del mondo che non aveva responsabilità. Si è entrati in una logica di condivisione, che non può reggersi su un sistema di sanzioni, ma che richiede una difficile ricerca del consenso.

Il punto è che sino ad oggi sono stati presentati impegni di riduzione delle emissioni solo da 65 paesi, di cui 28 sono quelli dell’Unione europea, che hanno presentato un impegno congiunto. Questi 65 paesi corrispondo a circa il 60% delle emissioni globali di gas a effetto serra: “Non è poco ma è insufficiente rispetto agli obiettivi che la Conferenza si pone”, ha affermato Gentiloni. Secondo i criteri di calcolo adottati dall’Onu, sulla base degli impegni di questi 65 paesi, il riscaldamento globale sarebbe superiore ai 3°C, che è meno dei 5-6°C che si registrerebbero se non si facesse nulla, ma che è molto diverso dall’aumento inferiore ai 2°C che la Conferenza di Parigi si pone.

Per il successo dell’operazione, che è ancora “molto difficile”, il mondo industrializzato, non solo i paesi Ocse, ma anche quelli di più recente industrializzazione, mette sul piatto della bilancia delle iniziative di finanziamento delle attività sul clima da parte dei paesi in via di sviluppo. Per questo è stato creato il Fondo verde per il clima, a cui l’Italia contribuisce con 250 milioni in cinque anni, ponendosi in tal modo “tra i principali contributori” a tale Fondo. Tuttavia, se l’obiettivo “molto ambizioso” è di un Fondo da 100 miliardi di dollari, sinora ne sono stati messi sul piatto solo dieci.

Nonostante questa promessa per il futuro, l’Italia si presenta a Parigi con le carte non proprio in regola per quanto riguarda il passato, essendo uno dei dieci paesi dell’Ue che non ha ancora ratificato l’emendamento al Protocollo di Kyoto approvato a Doha nel 2012, che quantifica una serie di impegni dei paesi industrializzati. Il governo non ha ancora presentato al parlamento la proposta di ratifica, perché sta ancora cercando l’intesa al suo interno e, in particolare, il via libera del ministero dell’Economia.

Gentiloni ha anche sottolineato l’importanza degli accordi bilaterali, in particolare di quello recente tra Stati Uniti e Cina, che insieme sono responsabili di un terzo delle emissioni globali di gas serra, anche se gli impegni assunti nell’ambito di questa intesa “non sono altrettanto ambiziosi di quelli che ha preso l’Unione europea”.

In conclusione, il ministro degli Esteri ha affermato che “il segreto, e il rischio, di Parigi è che si abbandona una logica in cui c’è solo un gruppo di paesi che prende questa decisione, lo fa in proprio e ci mette del proprio. Si è visto che questa logica non regge più, perché il contributo di altri pezzi di mondo alle emissioni è ormai troppo significativo, e quindi si dice che lo dobbiamo fare tutti insieme. Ma per farlo tutti insieme serve un’operazione diplomatica e di mediazione, e contemporaneamente di finanziamento per i paesi più poveri, senza cui il farlo tutti insieme diventa molto molto difficile”. In ogni caso, ha sottolineato Gentiloni, non si può fare come a Copenaghen nel 2009, in cui ci fu l’illusione che un accordo potesse essere trovato durante la Conferenza. A Parigi l’accordo va trovato prima del suo inizio.