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2020-03-28 12:45

Più che il Sisma Poté la Burocrazia

IL TERREMOTO DIMENTICATO DEL CENTRO ITALIA

di: 
Nicoletta Tiliacos

Altro che politiche di prevenzione. La politica non è più in grado nemmeno di garantire il recupero dei territori colpiti da disastri naturali se è vero che la gestione del post terremoto 2016-17 appare tra le peggiori, se non la peggiore in assoluto, del dopoguerra. È quanto rileva l’autrice, giornalista e ambientalista, proprietaria di una casa distrutta dal sisma ad Arquata del Tronto e portavoce di un'associazione di proprietari nata dopo il sisma.

A più di tre anni e mezzo dagli eventi sismici che tra l’agosto del 2016 e il gennaio del 2017 lo hanno duramente colpito, il centro Italia terremotato continua a fare i conti con una ricostruzione solo promessa e mai davvero avviata, se non in pochissimi e circoscritti casi. Galoppa lo spopolamento e la sensazione prevalente, tra coloro che non vogliono lasciare i borghi feriti, è la desolazione. La grottesca vicenda dello smaltimento delle macerie, ancora da completare, il cui finanziamento era stato “dimenticato” nell’ultimo Milleproroghe salvo affannosa toppa messa dopo le proteste, la dice lunga sull’attenzione e la cura che i governanti – questi, come i precedenti – stanno riservando alla vicenda.

Pastoie burocratiche senza precedenti, modulate in 84 diverse ordinanze dall’inizio dell’emergenza, spesso emanate per rimediare a incongruenze e contraddizioni tra di esse, fanno sì che dall’emergenza non si riesca a uscire, mentre la gestione del post terremoto 2016-17 appare tra le peggiori, se non la peggiore in assoluto, del dopoguerra. Lontanissimo il virtuoso esempio del Friuli, con il suo modello di autonomia dei sindaci, lontana la buona esperienza umbra dopo il sisma del 1997, con una Regione in grado di agire e decidere. Perfino il tanto vituperato post terremoto abruzzese appare, a confronto di quanto (non) sta accadendo nel centro Italia, un miracolo di efficienza e velocità. Eppure è capitato perfino di sentire un ministro della Repubblica, la titolare del dicastero dei Lavori pubblici, Paola De Micheli, già commissario straordinario per il sisma tra il settembre del 2017 e l’ottobre del 2018, affermare poco tempo fa in tv che se la ricostruzione non marcia è colpa dei terremotati che non presentano i progetti, perché in tanti ormai preferiscono andare a vivere altrove!

Non è così, naturalmente. Nella quasi totalità dei casi ai privati non è materialmente possibile presentare progetti, soprattutto nella parte del cratere maggiormente distrutta. Il forte accentramento statale delle procedure, con ventidue passaggi burocratici per una pratica e i rimpalli tra enti diversi, perennemente sottodimensionati quanto a personale, sommato alla cronica incertezza sui compensi ai tecnici, di ordinanza in ordinanza sempre più oberati di obblighi e di spese da anticipare, rende l’impresa davvero titanica, se non impossibile. La Fondazione Symbola, che ha condotto uno studio sulla parte marchigiana (la più vasta) del cratere, ha calcolato che, al ritmo attuale di esame delle pratiche, si profilano tempi della ricostruzione di 30-35 anni: una pietra tombale su qualsiasi speranza di rinascita.

Questa è la realtà. Dei circa 22 miliardi di euro stanziati sono stati spesi appena 200 milioni e, a fronte di 66mila edifici privati danneggiati per i quali è previsto il contributo di ricostruzione, le richieste presentate non arrivano nemmeno a diecimila, delle quali quattromila sono quelle esaminate (dati Anci). Non se la passa meglio la ricostruzione pubblica, con tremila gli interventi finora programmati su edifici pubblici e scolastici e luoghi di culto e non più di quindicina (quasi tutte scuole) avviati o completati.

Nessuno pretendeva che potessero essere risanate in poco tempo le ferite di una catastrofe geologica senza precedenti in Italia nell’ultimo secolo, che ha messo in ginocchio territori già fragili, marginalizzati e colpiti da un annoso spopolamento, perdipiù ricadenti in quattro diverse regioni – Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo – con tutte le complicazioni del caso. Nessuno poteva però neanche immaginare il desolante girare a vuoto e la mancanza di visione politica – comune a tutti i governi che si sono avvicendati negli ultimi tre anni e mezzo – che fanno temere per la sopravvivenza stessa di un territorio prezioso, quintessenza di un’Italia ricca di risorse naturali, culturali, artistiche, capace di inventare e promuovere un’economia del buon vivere e dell’accoglienza che dovrebbe essere oggetto di orgogliosa valorizzazione.

Dopo il “dov’era, com’era”, proclamato a caldo dall’allora premier Matteo Renzi e poi giustamente ridotto a slogan consolatorio e irrealistico, dopo le promesse mai mantenute di semplificazioni e accelerazioni a ogni cambio di governo, dopo l’avvicendarsi di tre commissari straordinari (l’ultimo, il geologo Piero Farabollini, è decaduto a dicembre e ora è in regime di proroga), molte speranze erano state riposte nel Decreto legge 24 ottobre 2019, n. 123, intitolato “Disposizioni urgenti per l’accelerazione e il completamento delle ricostruzioni in corso nei territori colpiti da eventi sismici”.

Speranze mal riposte, a detta di chi ha davvero titolo per giudicare, ovvero i sindaci dei 138 comuni del cratere, che lo scorso 15 gennaio si sono incontrati a Roma per un’iniziativa di riflessione e di protesta promossa dall’Anci. Il decreto “risolutivo”, secondo le promesse del premier Conte e del sottosegretario Vito Crimi, incaricato di seguire la pratica della ricostruzione, risolutivo non è. Lascia intatta la piaga della grande precarietà delle strutture amministrative, con segretari comunali in condominio e nessuna possibilità di usare alternative che pure sono state proposte, mentre vengono mandati a casa giovani tecnici già formati, perché i loro contratti a tempo determinato sono scaduti, per lasciare il posto a nuovo personale a tempo da formare daccapo, con una perdita di tempo e di competenze che nessuno si può permettere. Nessun impegno per incentivi che veramente diano aiuto alle attività superstiti, per non parlare di attirarne di nuove. Nessuna deroga alle normative vigenti per evitare che si blocchino pratiche su pratiche per difformità infinitesimali.

A fronte di questa ennesima prova di sordità della politica, i sindaci chiedono: uno snellimento reale delle procedure di presentazione e approvazione dei progetti di ricostruzione; sostegno alle imprese attraverso l’introduzione di Zone economiche speciali e provvedimenti di defiscalizzazione a lungo termine nelle aree colpite dal sisma, per rendere davvero praticabile a famiglie e imprese la scelta di rimanere sul territorio; finanziamento a carico della gestione commissariale dei segretari comunali, per supplire alla grave carenza degli stessi; maggiori facoltà di decisione per sindaci e presidenti di Regione, afflitti dallo spettro paralizzante dell’Anac anche su questioni risolvibili con semplice buonsenso; possibilità di stabilizzare il personale precario delle amministrazioni; estensione dello stato di emergenza almeno fino a tutto il 2024, per avere il respiro necessario a programmare interventi complessi sul territorio e per non ritrovarsi, a ogni 31 dicembre, nella più totale incertezza; incremento del personale delle Soprintendenze regionali, per accelerare il recupero dei piccoli e grandi tesori d’arte capillarmente diffusi nel centro Italia e tanto importanti per le comunità e per quella cultura dell’accoglienza, fatta anche del rinnovarsi di antiche tradizioni devozionali.

Il tema della ricostruzione dell’Appennino ferito, in conclusione, è squisitamente politico. Nel senso che ha a che fare con la volontà politica – c’è o non c’è? – di riportare vita e attività nel cratere, soprattutto nelle zone oggi in via di desertificazione, investendo su un progetto di rinascita a lungo termine che ha bisogno di basi concrete ora, prima che vinca l’abbandono. A chi pensa che forse non vale la pena investire tante risorse in zone considerate marginali, non è difficile rispondere che un Appennino desertificato è qualcosa che il nostro Paese non può permettersi. Basti pensare solo alle risorse idriche che dall’Appennino dipendono, e alla piaga del dissesto idrogeologico che si ripercuote sulla salute dell’intero territorio nazionale, coste comprese.

“Non vogliamo essere complici dell’assassinio del nostro territorio”, ha detto all’incontro dei sindaci del 15 gennaio il primo cittadino di Pieve Torina. “Abbiamo bisogno di buone norme applicabili”, ha aggiunto. Qualcuno avrà orecchie per ascoltarlo?

Sui Sindaci

Riguardo il bell'articolo sul sisma, essendo originario di Accumoli ed anche ingegnere, desidererei fare le seguenti due osservazioni:
1) che, nel vasto cratere che interessa circa 140 Comuni, vi siano Sindaci capaci e dotati di buonsenso, non c'è alcun dubbio. Fortunati i loro Cittadini. Ma purtroppo non è stato per tutti i Comuni così. Infatti, limitandomi alla valutazione dei tre soggetti di mia personale conoscenza, i Sindaci di Accumoli, Arquata ed Amatrice, a me sembra, che uno dei principali motivi del fallimento di tutta la gestione post-sisma, (dall'emergenza alla ricostruzione), sia proprio quello di aver affidato ai suddetti, nonché alle 4 Regioni interessate, tutta una serie di poteri che, invece, un bravo Commissario sul modello Zamberletti, competente ed onesto, con uno staff di analoghe caratteristiche, avrebbe potuto accentrare ed utilizzare al meglio per concepire, a seconda delle caratteristiche socio-economico-culturali dei comprensori, progetti di sviluppo e di ricostruzione in grado di rilanciare l'economia valorizzando le risorse dei luoghi secondo le loro specificità e potenzialità. "Sindachetti" senza arte e né parte, che occupano la carica per non morire di fame, emanazione di un tessuto socio-culturale abbandonato e degradato, (in cui gran parte della gente svende il proprio voto per una illusoria promessa o per mezzo litro di vino), spesso anche poco scolarizzati e da sempre avvezzi alla logica dei favoritismi e dell'appartenenza al clan, che rifiutano ogni tipo di aiuto a titolo gratuito da parte di figure di elevata professionalità perché temono di non avere più le mani libere per gestire le elargizioni, e perdipiù, incapaci, non di elaborare progetti, ma piuttosto semplici pensieri, VI CHIEDO, come pensate che avrebbero potuto rappresentare il fulcro per una reale svolta, veramente innovativa, in grado di rilanciare i territori devastati guardando al futuro?
Amatrice, che le "sue" montagne ora tanto decanta, in realtà, non ha mai dimostrato il minimo interesse per valorizzare le tante ed uniche risorse naturalistiche e paesaggistiche, tant'è che la stessa strada asfaltata che raggiunge la base della montagna simbolo della Laga, Pizzo di Sevo, in primavera ero io stesso che in genere la rendevo transitabile alle auto, accollandomi l'onere di ripulirla dai tanti aggrovigliati rovi che la ostruivano.
Arquata idem. Da oltre 50 anni, non ho mai assistito ad una sola azione finalizzata a valorizzare e a tutelare la montagna, la quale, al massimo veniva contemplata dal fondovalle.
Accumoli invece, ancora PEGGIO!
Infatti, l'unica cosa che quella specie di "Totò Riina in erba" dell'ex-sindachetto è riuscito a concepire, con la piena complicità dell'altro "minus habens" di Zingaretti che ha finanziato lo scempio con ben 1,2 MILIONI di € di soldi pubblici, è stata la devastazione di una delle aree protette più belle ed isolate dell'Appennino Centrale, peraltro SIC-Sito di Interesse Comunitario, quindi luogo semmai da proteggere e non da devastare, posto a 1600m slm, e distante quasi 10 km da Accumoli che, secondo i due suddetti geni ne dovrebbe beneficiare.
2) L'autrice, con la quale comunque mi congratulo, ha inoltre dimenticato un altro -fondamentale aspetto di natura tecnico-scientifica che ha un forte ed immediato impatto con la qualità della stessa ricostruzione, semmai si realizzerà:
- illustri geologi dell'INGV, Galadini e Galli, se non ricordo male, nel 2006, pubblicarono su riviste scientifiche di rango internazionale un articolo riguardante proprio la faglia del Vettore che, il 30/10/2026 ha provocato il sisma di maggiore magnitudo, 6.5M, rilevando attraverso indagini paleogeologiche condotte sul Piano di Castelluccio, come detta faglia avrebbe potuto generare nei successivi 10 anni (!!), proprio un sisma di magnitudo 6.5 come quello verificatosi nell'ottobre 2016, esattamente dopo 10 anni. Ma di tale fondamentale indicazione scientifica, pare che nessuno degli organismi Istituzionali preposti alla salvaguardia della sicurezza della popolazione, Protezione Civile, Commissione Grandi Rischi, Regioni e Comuni, come peraltro imporrebbe sia la stessa Costituzione che la Carta dei Diritti dell'Uomo, abbia avuto contezza, al punto, di non aver mosso un solo dito per avviare almeno una saggia campagna di informazione unita a misure di prevenzione, come ad es. almeno la verifica dello stato strutturale delle infrastrutture strategiche (ospedali, scuole, caserme, strade, dicghe, ecc..) e delle abitazioni. Basterebbe questo singolo elemento, basato su dati di fatto, a chiamare a rispondere questa specie di Stato degno di Pulcinella davanti alla Corte dei Diritti Umani !!!
- Infine, ultimo ma non ultimo, vi sarebbe molto da dire sulla Mappa di Pericolosità Sismica allegata alle attuali Norme tecniche per le Costruzioni, (NTC-2018), in base alla quale noi Ingegneri dovremmo basare i nostri calcoli di progetto per garantire strutture sismicamente sicure. Ebbene, tale mappa, nonostante sia priva di ogni serio fondamento scientifico, in quanto basata su un modello probabilistico (PSHA) campato per aria, e sia inoltre per questo messa in discussione da illustri scienziati in mezzo mondo, (nb: sottostima di molto le accelerazioni di progetto soprattutto degli eventi rari, quei sismi cioè che si ripetono con intervalli temporali elevati, oltre i 1000 anni), continua ad essere imposta per LEGGE. Così come continua ad essere imposto il modello "italiota" strappacuore basato sulla rincorsa delle emergenze, mentre, è totalmente ignorato il suo opposto, molto più efficace e virtuoso, che è il modello basato invece sulla informazione e sulla prevenzione, così come avviene nel mondo civile (Giappone, USA, Nuova Zelanda, fino addirittura al Cile!!).
Questa impostazione medioevale, basata sui dogmi, sull'imposizione per Legge di emerite idiozie prive di fondamento scientifico, e che rifiuta ogni confronto con coloro che hanno opinioni diverse, ha prodotto gli attuali slogan al limite del surreale che però si sono radicati in profondità nella zucca di un popolo semianalfabeta da sempre più incline ad ascoltare maghi e fattucchiere piuttosto che la voce della scienza:
"I terremoti non si possono prevedere" (ma la Mappa di pericolosità sismica imposta per legge, MPS-04, allora cos'è se non una "previsione" delle massime accelerazioni attese? infatti essa prevede eccome le accelerazioni al bedrock, anche se queste sono inferiori a quelle realmente attese!);
"Ricostruiremo dov'era e com'era", (altra idiozia concepita ad arte per portare in giro la gente e che sta ispirando il clan dell'ex Sindachetto di Accumoli nel fare addirittura un gemellaggio con Venzone del Friuli per la ricostruzione del paese secondo il suddetto slogan, come se gli EFFETTI di SITO, evidentemente mai rilevati da una Microzonazione fatta alla carlona e con pochi fondi e che in molti paesi hanno portato a registrare accelerazioni fino a 4-5 volte superiori a quelle previste dalla suddetta Mappa, non esistessero affatto.
Grazie per l'attenzione e Saluti
raul Durante