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2020-07-13 15:36

“Chilometro zero”. Cervello pure?

LA LOTTA CONTRO IL COMMERCIO DI PRODOTTI ALIMENTARI

di: 
Francesco Mauro

Gli obiettivi del “chilometro zero” per i prodotti alimentari e della “lotta al consumo di territorio per la produzione alimentare destinata all’esportazione” o comunque alla distribuzione a distanza, vengono confrontati con la realtà delle regioni biogeografiche, delle aree di origine delle piante coltivate, delle differenze nella produzione di vegetali e della qualità della dieta disponibile. In questi termini, la parole d’ordine del “km zero” risulta semplicistica, oltranzista e non corrispondente alle necessità dei gruppi umani.

 

Di recente, in seno al movimento ambientalista internazionale e in molte situazioni locali, sono state lanciate due parole d’ordine, collegate tra loro, sintetizzabili nella lingua italiana come “chilometro zero” per i prodotti alimentari e “lotta al consumo di territorio per la produzione alimentare destinata all’esportazione”. Sono due parole d’ordine seducenti e appoggiate da settori diversi: associazioni ambientaliste (non tutte), contadine (alcune, in genere di coltivatori diretti nei paesi sviluppati o indigeniste nei paesi emergenti oppure in via di sviluppo), caritatevoli-assistenziali (più raramente, di tipo terzomondista).

Questi obiettivi rispondono indubbiamente a problemi e ingiustizie reali come: le difficoltà di remunerazione dei contadini dei paesi sviluppati, la crisi della PAC europea basata sui sussidi, lo strapotere e gli episodi di monopolio delle multinazionali agricole e agro-industriali, la difesa del mondo rurale, le richieste dei consumatori, il land grabbing (l’accaparramento del terreno da parte di operatori internazionali, speculatori o malavitosi), la questione dei diritti di proprietà, i diritti dei popoli indigeni e delle comunità locali tradizionali, la difesa dell’ambiente a fronte dell’uso agricolo del terreo, il consumo di territorio, i limiti dello sviluppo, la sostenibilità agricola e la sicurezza alimentare, ecc.

Queste parole d’ordine sono però enunciate in modo semplicistico e univoco.

Un primo assunto erroneo riguarda la possibilità che ovunque, sul pianeta, le comunità umane possano trovare localmente le risorse alimentari necessarie. In effetti, la specie umana è particolarmente ubiquitaria e, grazie alle sue capacità genetiche e di adattamento, è riuscita a colonizzare tutti gli habitat planetari - comprese le zone artiche, di alta montagna e desertiche - e tutti i territori, esclusa l’Antartide e alcune situazioni insulari (la Polinesia disabitata fino a tempi recenti); si tratta probabilmente di eccezioni dovute principalmente alle difficoltà di comunicazione e trasporto marittimo.

Tuttavia, questo non significa che tutte le zone biogeografiche del pianeta forniscano o permettano la produzione di alimenti con caratteristiche dietologiche equivalenti – e lo stesso dicasi per i materiali biologici che possono servire ad innalzare la qualità della vita (tipicamente, il legname). E’ vero che le comunità umane sono riuscite in tutti i casi a trovare un’alimentazione sufficiente alla sopravvivenza, ma tale alimentazione spesso si è dimostrata non adeguata, carente in alcuni elementi essenziali e povera in termini nutrizionali, rappresentando, insieme alla malattie infettive, una delle barriere principali all’allungamento e alla qualità stessa della vita. Innumerevoli esempi possono essere citati a questo proposito, soprattutto basati sulla longevità e sui parametri statistico-sanitari descriventi le condizioni di salute o alcuni stati patologici.

La stessa situazione, più estremizzata, si riscontra negli animali domestici associati all’uomo che, con l’eccezione del cane anch’esso ubiquitario, vivono in genere solo in alcune zone precise. A questo concorrono sia le caratteristiche proprie di ciascuna specie, più o meno legata a determinati ecosistemi, sia i problemi di comunicazione che rendono difficili la migrazione e la colonizzazione. Un’eccezione è stata la diffusione del cavallo, di alcune specie di bovini, degli ovo-caprini, tutti in origine del Vicino Oriente delle steppe fra l’Europa e l’Asia.

Un fenomeno collegato è quello della distribuzione delle specie vegetali domesticate, concentrate inizialmente solo in alcune zone del pianeta. Sono le cosiddette “regioni di origine di Vavilov” (dal nome dello scienziato che per primo le ha individuate): soprattutto il Medio Oriente e il Mediterraneo, alcuni territori dell’Asia orientale, l’America centrale, gli altipiani della Nuova Guinea.

Le differenze in produzione vegetale e in potenziale domesticazione fra le varie specie nelle diverse zone biogeografiche sono un fenomeno complesso dipendente da fattori climatici, geografici, pedologici e geologici, genetici, evolutivi, antropici, e – per niente trascurabili – casuali. L’interazione di questi fattori è difficile da decifrare. Ma il risultato è chiaro: un pianeta disomogeneo dal punto di vista biogeografico e nutrizionale, a “macchia di leopardo”, che fornisce nutrimento e servizi ambientali a comunità variegate che vanno dai cacciatori-raccoglitori agli agricoltori moderni; il pianeta non è in grado di offrire ovunque l’optimum produttivo e alimentare.

Di fatto, solo le regioni di Vavilov e la loro espansione moderna. a seguito del trasferimento da parte dell’uomo di alcune specie da un territorio all’altro, permettono una produzione di derrate e altri alimenti adatte a fornire una dieta bilanciata e appropriata. Queste regioni sono essenzialmente:

- il Mediterraneo e le regioni di tipo mediterranee in altri continenti ove sono state esportate le piante mediterranee (California, Cile centrale, regione del Capo, Australia sud-occidentale),

- parte del Nord America e tratti della Meso-America,

- alcuni altopiani della Colombia e del Brasile,

- le zone temperate dell’Argentina, l’Uruguay, parte del Paraguay,

- parti del Giappone, Cina, Indonesia (ma con limiti nella varietà alimentare),

- parte dell’Australia, la Nuova Zelanda,

- le pianure russe,

- le pianure dell’Europa centrale e orintale (dove sono arrivati il mais, la patata e il pomodoro dall’America centrale e andina),

- la Valle del Nilo,

- gli altipiani dell’Africa orientale(il cosiddetto Corno d’Africa),

- alcune zone dell’Africa occidentale.

Una dieta ricca di frutta, vegetali, legumi e fibre, e parsimoniosa dei grassi animali, si trova poi in pratica solo nelle cinque regioni mediterranee sopra elencate e, entro certi limiti, nelle fasce subtropicali.

La produzione delle principali derrate di consumo è concentrata poi nella grandi pianure, coltivate con le moderne tecniche e macchine agricole, con la conseguente disponibilità di quantitativi che permettono in certi casi l’esportazione a prezzi accettabili:

- i cereali - tutti di origine nel Vicino Oriente – oggi coltivati nelle pianure degli Stati Uniti, Canada, Argentina, Australia, Ucraina, Siberia, Francia, Spagna;

- il riso in zone della Cina, della Asia meridionale e del sud-est, del Giappone;

- il mais, originario dell’America centrale, oggi diffuso negli Stati Uniti, Cina, Brasile e nelle pianure europee.

La messa in discussione di questo sistema di produzione e distribuzione potrebbe portare a una diminuzione delle disponibilità alimentari di molti paesi proprio in una fase di crisi finanziaria ed economica in cui la richiesta di un’alimentazione migliore si afferma nei paesi emergenti e in via di sviluppo, e la sicurezza nell’approvvigionamento viene comunque considerato un diritto.

La parola d’ordine del “km zero” sembra quindi spesso non corrispondente alla realtà, di difficile realizzazione e portatrice possibilmente di effetti sgradevoli. Per la precisione, la terminologia è tipicamente italiana. Nei paesi di lingua inglese viene usata l’espressione “local food movement”, definito come “sforzo collaborativo per costruire economie più basate localmente ed autonome, soprattutto nel campo della produzione, processamento, distribuzione e consumo in modo sostenibile e integrato al fine di migliorare la situazione economica e ambientale, sociale e sanitaria a livello locale”. In verità, una definizione di questo tipo, che ipotizza una riduzione del percorso tra il luogo di produzione e quello dai consumo, è molto meno oltranzista del – certamente più seducente – concetto di “zero”. Nei paesi di cultura anglo-sassone, la distanza massima per la produzione “locale” è stata definita in 400 miglia o i confini dello stato/regione. Il principale effetto osservato è stata la ricomparsa nelle grandi città metropolitane dei “mercati dei contadini” (“farmers markets”)  riguardanti essenzialmente la sola frutta e verdura.

Studi accurati hanno anche messo in luce come il risparmio nelle emissioni di CO2 relative alla produzione e distribuzione di cibo non sia soltanto dovuto all’eventuale diminuzione delle distanze di trasporto, ma a fattori più complessi quali il consumo di energia (compresa quella necessaria agli usi idrici), la composizione della produzione alimentare e della dieta, le pratiche agricole e il tipo di tecnologie disponibili agli agricoltori.

Un discorso analogo può essere fatto per il consumo di territorio. E’ certamente vero che tratti di foresta vergine e aree che ospitano biodiversità rilevante continuano in certi paesi a diminuire (tipicamente il Brasile, alcuni stati africani e sud-asiatici) per l’espansione del terreno agricolo, sia da parte dei contadini poveri con un’economia di sussistenza, sia per azione dei grandi proprietari, dei proprietari esteri, del “land grabbing”, a cui si aggiunge talvolta lo sfruttamento commerciale del legname. Ma è altrettanto vero che la foresta in altre zone (le fasce boreali, molte zone collinari) è in ripresa a seguito dell’abbandono delle campagne, della dismissione delle zone marginali non più considerate produttive, della riforestazione.

Il punto veramente preoccupante sta diventando il “land grabbing”: un’indagine della Banca Mondiale ha riscontrato che, in un solo anno, tra il 2007 e il 2008, 46 milioni di ha (ettari) sono stati acquisiti tramite contratti di vendita o affitti di lunga durata. I paesi cedenti si trovano in Asia del sud-est, America Latina, Corno d’Africa, Kenya e Tanzania, mentre i paesi acquirenti sono principalmente l‘Arabia Saudita, gli Emirati, il Qatar, la Cina ed alcune multinazionali. Lo scopo sembra essere non solo quello di acquisire terreno agricolo per l’alimentazione di una popolazione in espansione, ma di usare questi territori come riserva - per le popolazioni ma anche per la speculazione - di acque e servizi ambientali e forse anche in vista di una colonizzazione.

In questo quadro, appare inutile centrare lo sforzo sulla parola d’ordine del “km zero” mentre il problema merita un’analisi ed un impegno serio per costruire delle soluzioni sostenibili, articolate e accettabili dai diversi paesi e comunità locali.


Appendice: zero più zero
Ascoltavo per caso, qualche sera fa, in televisione, la pubblicità di una rinomata crema per la pelle rivolta a un pubblico femminile. La crema veniva descritta come non contenente grassi, alcool, farmaci, coloranti, composti di origine non naturale, insomma contenente in pratica niente: e veniva quindi descritta come una crema ad “impatto zero” (sulla pelle). Qualche sera dopo, mi sono imbattuto nella pubblicità della concorrenza, anch’essa non contenente niente, e definita addirittura come a “derma zero”. E riflettevo come già “impatto zero” fosse un’espressione poco chiara, perché in tal caso la crema non avrebbe effetto alcuno, neanche benefico; “derma zero” poi non significa letteralmente niente.

Detto questo, mi sono anche detto che evidentemente l’espressione piace molto ed è probabilmente molto usata nella comunicazione per cercare di semplificare un qualche concetto a favore dell’ascoltatore medio.

Ho cercato allora di ricostruire la storia dell’espressione. La prima volta pare che sia stata usata nel caso degli sforzi per controllare quel che esce dai motori a scoppio a combustibile fossile (benzina, gasolio): l’obiettivo veniva definito “a emissione zero”. Il termine viene attribuito originalmente ad un approccio di ricerca messo a punto presso la United Nations University a Tokyo. Dagli stessi ricercatori impegnati nel campo, il termine viene onestamente considerato come “una parola di richiamo (catchword) che descrive un’utopia irraggiungibile come un approccio completo e pratico messo a punto per realizzare una società sostenibile” (www.zeroemission.de). Si suggerisce poi che il vero obiettivo sia semmai il - più difficile da comprendere – metodo di valutazione del ciclo di vita (LCA).

La scarsa correttezza del termine “emissione zero” è anche indicata da alcuni aspetti pratici. E’ ben noto come, man mano che si applicano interventi che diminuiscono le emissioni in atmosfera (o qualsiasi altra produzione di un inquinante), diventi sempre più difficile un’ulteriore riduzione, con un andamento della quantità emessa come funzione del tempo o di qualche altro parametro legato all’intervento (ed al suo costo) che è di tipo asintotico, ossia che si avvicina al valore zero senza raggiungerlo mai. Il termine corretto sarebbe quindi il molto meno affascinante “l’emissione più bassa ottenibile” o, più in generale, “l’inquinamento più basso ottenibile”. E’ noto l’acronimo ALARA (“as low as reasonably achievable”) ossia “il più basso livello (di sostanza nociva) ragionevolmente ottenibile”. Senza contare che, dal punto di vista del monitoraggio, il termine diventa “l’inquinamenti più basso ottenibile che sia misurabile”; con buona pace dell’”inquinamento zero”.

Eccovi una lista, certamente non completa, degli “zero”:

Emissioni zero

Inquinamento zero

Consumo zero

Dose zero

Esposizione zero

Senza onde

Senza calzari

Senza dinari

Senza additivi

Chilometro zero

Discarica zero

Inceneritore zero

Rifiuti zero

Impatto zero

Coloranti zero

Sapone zero

Acidi zero

Derma zero

Tolleranza zero

Rischio sanitario zero

Rischio zero

Coca Cola zero

Alcool zero

Grassi zero

Pesticidi zero

Interessi zero

Tasso zero

Per concludere, si possono ricordare il Mitsubishi A6M Zero, il famoso caccia giapponese della II Guerra Mondiale, ed il più pacifico, leggero paia di scarpe da basket adiZero della Adidas. Manca, ahimè, il “tasse zero”, ma non è detta l’ultima parola ...

C'è zero e zero

Complimenti per l'articolo.

Personalmente penso che il termine "zero", ove non sia completamente e indebitamente e magari bugiardamente abusato dalla pubblicità specialmente quella greenwashing, vada semplicemente inteso, come: "..tendente a zero".

In tal senso certamente lo intende per esempio Paul Connet, quando parla e scrive di Rifiuti Zero (Zero Waste).