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2017-12-17 03:28

L'Energia la Compreremo alle “Bancarelle” dei Mercati Internazionali

STRATEGIA ENERGETICA NAZIONALE 2017

di: 
Salvatore Carollo

Per gentile concessione di Staffetta Quotidiana pubblichiamo una “riflessione controcorrente” di Salvatore Carollo che, commentando la SEN, mette in guardia il legislatore dai rischi dello smantellamento del petrolio in Italia, downstream e upstream. Dei fossili, non possiamo ancora fare a meno e, senza una visione strategica, l'Italia rischia di diventare totalmente dipendente dall'importazione di idrocarburi e derivati. In balia, dunque, di un mercato che diventa opaco ogni giorno di più.

Quando si finisce la lettura delle 231 pagine del documento chiamato Sen (Strategia Energetica Nazionale), la prima domanda che viene spontanea è: perché gli hanno dato questo titolo? Cosa ha di strategico?

In effetti, riflettendoci più a lungo e facendo un po' di conti, alla fine si scopre che un disegno strategico c'è nel documento, molto preoccupante ed a volte drammatico, ovvero quello della profonda trasformazione da una visione in cui il Paese “faceva” (make), produceva energia a quella in cui “compra” (buy), commercia energia.

La sensazione è che gli estensori del documento, procedano diritti nel disegnare questa direzione di marcia, tentando di nasconderla, negandola persino. Certamente, evitando di misurarsi con le conseguenze gigantesche che stanno già gravando sul panorama dell'energia nazionale e che non potranno che aggravarsi sempre di più.

Avessero chiamato il documento “Sussidi ed Incentivi per la Strategia Elettrica Nazionale” o “Diversa Ripartizione del maggior Costo dell'Energia fra le varie Famiglie di Utenti”, forse, avrebbe mantenuto un livello di coerenza entro i limiti della comprensione.

Invece, il documento ha voluto misurarsi con le sfide globali dell'Energia Nazionale, affrontando, ad esempio, il capitolo degli idrocarburi in modo così poco professionale da apparire un assemblaggio di ritagli di giornale messi insieme malamente.

Definisce però una chiara nuova vocazione per il paese, da leader europeo nei settori della produzione mineraria e della raffinazione, che aveva fatto di queste attività industriali lo strumento vero della propria indipendenza energetica, ad acquirente sistematico dalle “bancarelle” occasionali del mercato petrolifero internazionale. Un cambiamento certamente strategico, ma drammaticamente preoccupante.

I numeri della Sen

Forse, per capire meglio, è opportuno partire dall'analisi di quei dati concreti che fanno parte della Sen, ma che non vengono mai resi visibili.

I combustibili liquidi necessari al sistema italiano dei trasporti sono circa 44 milioni di tonnellate all'anno.

Ad oggi, la maggior parte di questi combustibili sono idrocarburi provenienti dal nostro sistema di raffinazione. Solo una quota marginale, in funzione dell'andamento del mercato internazionale e dei margini di raffinazione, viene acquistata sui mercati internazionali.

La Sen si fa vanto dell'esistenza di questo sistema di raffinazione che garantisce al paese la sicurezza e la diversificazione degli approvvigionamenti. Riusciamo infatti a comprare petrolio greggio da qualunque paese produttore perseguendo il massimo vantaggio economico e strategico, proprio perché abbiamo ancora un sistema di raffinazione.

Sarebbe stato logico aspettarsi una presa di posizione ferma del governo intorno a questo pilastro del sistema energetico nazionale. Invece, no. Si traccia un percorso ambiguo, non definito nei tempi e nella dimensione, che dovrebbe portare alla “riconversione” del sistema di raffinazione verso un futuro fatto di “raffinerie verdi e depositi”.

Un capolavoro linguistico per sostituire la parola “chiusura” degli impianti con il termine “riconversione”.

Allora, per un momento, si immagina che gli estensori della nuova Strategia abbiano delineato un percorso attraverso il quale, nel giro di un paio di decenni, i quasi 45 milioni di tonnellate di combustibili per il trasporto saranno sostituiti da altro, da altre fonti, da altri flussi di approvvigionamento. Purtroppo, quando si arriva a pagina 231, si scopre semplicemente che non c'è nulla, nemmeno il tentativo di definire la base di un sistema alternativo. Si mette solo a rischio l'esistente, solo per fare una carezza al trend contro i fossili, a prescindere.

In realtà, vengono fatti alcuni ammiccamenti a processi futuribili per ridurre la domanda di combustibili da idrocarburi per i trasporti ed, in particolare, a due fonti alternative: l'auto elettrica ed i bio-fuel.

Il che sarebbe interessante, se fosse vero. Allora, ci si rimette a leggere attentamente in cerca dei numeri che confermano la concretezza della scelta strategica.

La rivoluzione elettrica

A pagina 53 della Sen, si parla della introduzione nel mercato italiano, entro il 2030, di “quasi 5 milioni di veicoli elettrici”. Una vera rivoluzione.

Tralasciamo qui la considerazione che l'energia elettrica addizionale per alimentare questi veicoli rivoluzionari (“auto a carbone”), in Italia, verrà prodotta dal carbone e quindi non porterà alcun beneficio né alla questione ambientale né alla riduzione delle emissioni di CO2.

In ogni caso, se l'obiettivo fosse raggiunto, porterebbe ad una riduzione della domanda di combustibili da idrocarburi di almeno 10-12%, ovvero per un quantitativo pari a 4-5 milioni di tonnellate/anno.

Resterebbero da sostituire i rimanenti 40 milioni di tonnellate/anno. E qui la Sen chiama in gioco i bio-fuel, citando i due grandi progetti in fase di realizzazione, che sono le raffinerie “riconvertite” di Venezia e di Gela.

Facciamo due conti. Le due raffinerie, quando raffinavano petrolio, producevano, ciascuna, circa 4 milioni di tonnellate/anno di prodotti petroliferi, ovvero 8 milioni in tutto. Una volta riconvertite, produrranno fra 400 e 500 mila tonnellate/anno di biofuel, ciascuna, ovvero qualcosa meno di 1 milione di tonnellate/anno.

Questi sono e resteranno gli impianti principali, a livello industriale, per la produzione di biofuel. I 40 milioni di idrocarburi per trasporti scenderebbero a 39 milioni di tonnellate/anno.

Se pensassimo, come la Sen lascia immaginare (ma ovviamente non lo dice perché non lo può dire), di sostituire tutti i combustibili da idrocarburi con biofuel, occorrerebbe produrne ancora 39 milioni. Il che vuol dire la creazione di circa 70-80 raffinerie “green” della dimensione di quelle di Venezia e di Gela.

Solo pensare che in Italia si possa perseguire un progetto simile localizzando impianti sul territorio e finanziandone la costruzione (o “riconversione” di impianti esistenti), risulta semplicemente impensabile.

Assumiamo, con un grande ottimismo, che in un modo o nell'altro, i biofuel possano arrivare a coprire 2-3 milioni di tonnellate/anno, rimarrebbero da coprire 36 milioni di tonnellate/anno di combustibili da idrocarburi per il trasporto.

Considerata la dimensione delle raffinerie italiane ed i loro cicli tecnologici, ciò implica la necessità vitale per il paese di mantenere in marcia almeno per i prossimi tre decenni 4 o 5 delle raffinerie esistenti.

Per garantire questo obiettivo indispensabile, occorrerebbe un piano di investimenti che consenta di:

qualificare i cicli produttivi con impianti di upgrading e, possibilmente con una integrazione delle diverse tecnologie di raffinazione di petrolio, gas (Gas to Liquid) e biofuel;

potenziare la logistica, per consentire sinergie fra le raffinerie ed una maggiore flessibilità nella capacità di import/export di semilavorati e prodotti finiti;

definire sistemi di agevolazioni fiscali per gli operatori che investiranno e si muoveranno in direzione di una integrazione sistemica.

La Sen, al contrario, dopo una fantasiosa rassegna delle cause della crisi della raffinazione italiana, a pagina 183, si esibisce in una dichiarazione capolavoro: “il mercato eserciterà una forte spinta a riqualificare le raffinerie e/o a dismettere ulteriore capacità”. Ed archivia il caso. Lo affida alla buona stella.

Le bancarelle del mercato Oil

Cosa potrà succedere nei prossimi anni, se questo documento dovesse, per caso, assumere il valore di indirizzo per il settore?

Si fermerebbero tutti gli investimenti e si accelererebbe il processo, già in fase avanzata, di dismissioni e chiusura degli impianti.

Per coprire i 30-35 milioni di tonnellate/anno, si dovrà far ricorso alle importazioni di prodotti petroliferi, acquistati sui mercati spot occasionali. Saremo l'unico paese industrializzato al mondo ad affidare la copertura del nostro fabbisogno ai mercatini, alle “bancarelle” del mercato petrolifero.

Dovremo dire addio alla sicurezza e diversificazione degli approvvigionamenti, alla qualità ambientale dei prodotti importati (molti prodotti verranno da paesi in cui le specifiche sono molto più basse).

Sarebbe un grave declassamento dello status internazionale. Oggi l'approvvigionamento energetico è parte della politica estera. Si tratta con i paesi produttori più importanti del mondo e, spesso, sulla base di accordi e scambi strategici. Fra mille difficoltà, importiamo i greggi più convenienti negoziando con i vari paesi produttori o muovendoci con abilità e competenza sui mercati internazionali. Li raffiniamo in un sistema industriale che opera a costi variabili (quasi tutti gli impianti sono stati ammortizzati) e quindi riusciamo a rifornire i mercati finali con prodotti relativamente a basso prezzo.

Domani, negozieremo con commercianti di terzo o quarto livello, e perderemo anche il controllo sul costo finale dell'energia importata. In un mondo divenuto più competitivo, dovremo metterci in fila e comprare ai prezzi imposti dalle contingenze dei mercatini secondari “di periferia”.

In questo contesto, si darà un impulso gigantesco a quel traffico di prodotti petroliferi “illegali”, che già oggi dilaga sul mercato nazionale.

Si sentono sempre più spesso voci preoccupate per l'espansione del fenomeno e per i danni che procura agli operatori più seri ed integrati nel sistema produttivo nazionale. Ci si sofferma molto sugli aspetti legali e sui provvedimenti “regolatori” da mettere in opera per contenere il fenomeno.

Prima di porsi il problema della repressione, ci si ponga la questione strutturale che lo sta determinando e che potrebbe farlo diventare il pilastro fondamentale per abbattere il costo del nostro approvvigionamento nel futuro.

L'upstream Italia

Il capitolo sulla raffinazione e sulla logistica fa il pari con l'altro capitolo che non c'è, quello della produzione nazionale degli idrocarburi (gas naturale e petrolio).

Si pone la parola fine alla produzione nazionale di idrocarburi, affermando, in modo gratuito ed in contraddizione con tutte le evidenze scientifiche e geologiche, che l'Italia è povera di risorse energetiche nazionali. Al contrario, dopo il Mare del Nord, l'Italia è l'area dove esiste il più alto potenziale di scoperta di idrocarburi in Europa.

Nessun paese europeo ha adottato una simile politica di rinuncia alle risorse naturali regalate da madre natura. Siamo l'unico popolo della terra che, disponendo di una risorsa gratuita, preferiamo comprarla altrove pagandola a caro prezzo.

A giustificazione di questa posizione irrazionale, si accenna alle difficoltà create dai movimenti ambientalisti nel recente passato (referendum sulle trivelle).

L'Italia si troverebbe imprigionata in una serie di vincoli creati da questo tipo di movimenti. E' successo per la TAV, per la TAP, per i rigassificatori di GNL, e così via dicendo.

Come mai, mentre per alcune problematiche, il governo è stato in grado di privilegiare gli interessi nazionali scontrandosi con i movimenti minoritari (vedi TAV), nel caso della questione energetica, si assecondano i movimenti per non utilizzare le risorse minerarie nazionali?

Viene il dubbio che determinare l'aumento “artificioso” del costo del gas naturale e del petrolio, eliminando dal paniere dell'offerta quelli prodotti nel paese, sia funzionale alla giustificazione del mantenimento di alternative più inquinanti (carbone) ed alla dimensione degli incentivi per le rinnovabili.

Pur avendo la certezza, che avremo assolutamente bisogno di gas naturale e di petrolio per i prossimi decenni, si preferisce importarli piuttosto che produrli, pagandoli di più, aumentando il costo dell'energia complessivo per il paese, eliminando posti di lavoro ad alta tecnologia, mettendo in crisi aziende leader mondiali del settore, ed aumentando l'inquinamento dei nostri mari.

Sappiamo perfettamente che l'inquinamento dei mari deriva in gran parte dalle navi che trasportano e non dalle piattaforme di produzione. E che per trasportare il gas naturale da località lontane migliaia di chilometri occorre bruciarne circa il 18-20% per produrre l'energia di pompaggio che consente di muovere il gas dentro le pipeline, immettendo in atmosfera milioni di tonnellate di CO2.

Conclusioni

Dobbiamo averne piena consapevolezza. Questa Sen delinea il contorno di un paese più povero, destinato ad importare tutto, l'energia, l'auto elettrica (compreso il carbone per farla funzionare), la tecnologia delle rinnovabili, i prodotti e semilavorati per la chimica. Si produrrà un abbattimento del PIL ed una terziarizzazione dell'economia, al più basso livello.

C'è un ritardo culturale complessivo che caratterizza questa Sen, derivante dalla accezione superficiale data alla “transizione energetica”.

Si pensa che la transizione sia dalle fonti fossili alle rinnovabili e che il tutto debba avvenire nel giro di due decenni.

Al contrario, la “transizione” è un processo continuo fra uno stadio di sviluppo tecnologico al successivo più evoluto e più avanzato.

Quando l'uomo passò dall'età della pietra a quella del bronzo, non abbandonò le pietre, imparò a farne un uso più nobile per le costruzioni, per creare il cemento,… E soprattutto, non si fermò all'uso del bronzo, che anzi costituì una fase breve e transitoria della tecnologia umana. La vera rivoluzione avvenne con l'età del ferro, la creazione degli acciai e, di recente, dei nuovi materiali (si pensi al rapporto fra fibre di carbonio ed idrocarburi).

La visione del mondo di tanti movimenti verdi, quando non è strumentalmente al servizio di lobbies economiche, è spesso arretrata culturalmente e fossilizzata in visioni di breve periodo. Esaltano il bronzo e non si accorgono che la soluzione starà negli acciai e nei nuovi materiali. E nel frattempo ci obbligano a dissipare risorse enormi per le armi di bronzo, che andranno ad arredare i musei.

In questo quadro, è disarmante vedere come associazioni che rappresentano settori fondamentali del sistema industriale italiano, anziché farsi carico del costo dell'energia a livello complessivo, come fattore essenziale della competitività del paese, si accontentano della promessa di revisione del sistema tariffario, che prevede riduzione di prezzi per industria ed aumenti per le famiglie.

Questa Sen propone una scelta strategica destinata a rivoluzionare il sistema Italia, sicuramente in peggio, purtroppo in linea con lo stato del paese dopo il 4 dicembre 2016.