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2019-05-26 18:21

Rapporto Utilitalia-Ispra sul recupero energetico da rifiuti in Italia

QUEL CHE C’È DA SAPERE

Utilitalia (Federazione delle imprese di acqua, ambiente ed energia) ha presentato il Rapporto sul recupero energetico da rifiuti in Italia, realizzato in collaborazione con l’Ispra, da cui risulta che nel nostro paese sono presenti 142 impianti di digestione anaerobica della frazione organica e dei fanghi di depurazione e 37 inceneritori, quasi tutti al Nord. “È necessaria una strategia nazionale che limiti il trasporto fra diverse regioni e le esportazioni, abbattendo le emissioni di CO2”, afferma Utilitalia, sottolineando come vi sia, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, una carenza impiantistica e come, se non si inverte questa tendenza, il nostro paese continuerà a ricorrere in maniera eccessiva allo smaltimento in discarica, che attualmente ammonta al 23%, mentre le direttive Ue impongono di scendere sotto al 10% entro il 2035.

“Aumentare la capacità di trattamento degli impianti è quindi fondamentale per chiudere il ciclo dei rifiuti”, sostiene Utilitalia, “perché la raccolta differenziata produce scarti che vanno smaltiti nella maniera ambientalmente più corretta e perché il recupero energetico – con conseguente produzione di energia rinnovabile – evita lo smaltimento in discarica”.

Nel 2017 erano operativi 55 impianti di digestione anaerobica della frazione organica dei rifiuti urbani - 47 al Nord, 2 al Centro e 6 al Sud – che hanno trattato 6,1 milioni di tonnellate di rifiuti. Nei prossimi anni saranno operativi altri 31 impianti. L’organico, con 6,6 milioni di tonnellate raccolte, rappresenta il 41,2% dei rifiuti urbani che entrano nel circuito della raccolta differenziata, con una crescita media annua dell’8%. Per quanto riguarda invece la digestione anaerobica dei fanghi di depurazione, nel 2017 erano operativi 87 impianti: 45 al Nord, 17 al Centro e 25 al Sud.

Per quanto riguarda gli inceneritori, nel 2017 erano operativi 39 impianti (attualmente ridotti a 37 per la chiusura di Colleferro e Ospedaletto), così dislocati: 26 al Nord, 7 al Centro e 6 al Sud. Al loro interno sono stati trattati 6,1 milioni di tonnellate di rifiuti, 5,3 dei quali di rifiuti urbani, una tendenza in leggera diminuzione rispetto ai 5,6 milioni del 2015. Tali impianti sono ormai saturi e non si prevedono nuove aperture nei prossimi anni. L’85% delle scorie prodotte sono state avviate a riciclaggio, un dato in crescita rispetto all’ultima rilevazione del 2013 (82%); con la revisione delle direttive europee previste nell’ambito del Pacchetto per l’economia circolare, i metalli recuperati dalle scorie di incenerimento concorrono inoltre al raggiungimento dei target di riciclo. Per quanto riguarda invece il controllo delle emissioni in atmosfera, per diversi inceneritori i limiti applicati risultano più stringenti rispetto a quelli determinati dalla normativa vigente, soprattutto per quanto riguarda le polveri, gli ossidi di zolfo ed il monossido di carbonio.

Per quanto riguarda la produzione di energia, gli impianti di digestione anaerobica hanno prodotto 1,2 milioni di MWh e gli inceneritori 6,4 milioni di MWh, tra produzione elettrica e termica: questa energia è in grado di soddisfare il fabbisogno di circa 2,8 milioni di famiglie. Il 38% dell’energia prodotta dagli inceneritori è stata oggetto di incentivi, ma questa percentuale si ridurrà progressivamente nei prossimi 10 anni; nel 2017, 18 dei 39 impianti non hanno usufruito di forme di incentivazione.

Secondo il vicepresidente di Utilitalia, Filippo Brandolini, “il problema non è solo quantitativo, ma soprattutto geografico. Senza impianti di digestione anaerobica e senza inceneritori non si chiude il ciclo dei rifiuti e non si potranno raggiungere i target Ue. Serve una strategia nazionale per definire i fabbisogni che operi un riequilibrio a livello territoriale, in modo da limitare il trasporto fra diverse regioni e le esportazioni, abbattendo le emissioni di CO2”. All’insufficienza impiantistica e agli squilibri geografici, si aggiungono gli ostacoli normativi, sottolinea Brandolini: “Dal rifiuto organico si produce compost e biometano; per quest’ultimo, un carburante pulito realizzato in perfetta ottica di economia circolare, manca ancora un quadro normativo certo e stabile”.