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2019-09-22 04:35

Contro il Partito Occulto delle Discariche

PER UNA STRATEGIA NAZIONALE SUI RIFIUTI

di: 
Chicco Testa

Il 18 aprile scorso, Fise Assoambiente (Associazione delle imprese di igiene urbana, riciclo, recupero e smaltimento di rifiuti urbani e speciali ed attività di bonifica) ha promosso a Roma l’evento “No rifiuti, Si impianti. Economia circolare per la sostenibilità”. Proponiamo il testo dell’intervento con cui Chicco Testa, presidente dell’Associazione, ha aperto i lavori del convegno e presentato il rapporto “Per una Strategia Nazionale dei rifiuti"

FISE Assoambiente avanza a tutti gli attori la proposta di dotare il Paese, rapidamente, di una vera e propria “strategia nazionale sui rifiuti”, sul modello già adottato in materia energetica e di sviluppo sostenibile.

Il tema in Italia presenta criticità importanti e rappresenta anche l’occasione per una crescita economica ed industriale oltre che ambientale, entrambi motivi validi per dotarsi di una strategia di settore. Un obiettivo ambizioso, che comporta lo sforzo ed il contributo di tutti: istituzioni, aziende di gestione dei rifiuti, aziende manifatturiere, centri di ricerca, cittadini.

L’Italia da troppo tempo vive contraddizioni non risolte in questo settore e non ha mai voluto affrontare in modo serio e razionale i problemi e le sfide.

Alcuni esempi. Viviamo in un Paese che, nel 1992, vara una legge per proibire l’amianto e rimuoverlo da tetti di case ed industrie, ne censisce 31 milioni di tonnellate da bonificare, ma ha discariche autorizzare per questo materiale per sole 250.000 tonnellate. Quindi, ne ha esportato fino a 600.000 tonnellate l’anno. Un Paese in cui i fanghi di depurazione civile venivano usati sul suolo come fertilizzante, in una perfetta pratica di economia circolare, poi questa pratica viene di fatto proibita e, in assenza di impianti, si rischia di dover andare in discarica. Abbiamo una capitale, la città di Roma, che non ha impianti e fa poca raccolta differenziata, che dichiara di non voler fare alcun impianto di termovalorizzazione e poi, a voce bassa, chiede alle aziende pubbliche del nord Italia che hanno inceneritori, di prendere i rifiuti dei romani. Abbiamo regioni, come la Lombardia, con performance migliori dei più avanzati paesi europei (con alti tassi di riciclo e recupero energetico e discarica zero) e altre, come la Sicilia, che porta oltre l’80 % dei rifiuti in discarica e per la quale il Ministero dell’ambiente nega l’autorizzazione ad un impianto di incenerimento proposto da A2A. Infine, siamo in un Paese che chiude le sue centrali nucleari salvo lasciare le scorie nei vari siti, non definire un piano di decommissioning, né lo stoccaggio tombale dei rifiuti radioattivi. Questa è l’Italia, pronta a dire no e a proibire, spesso per motivi elettorali, incapace di pensare al lungo periodo e risolvere i problemi concreti. Per questo serve una strategia.

Che cos’è una strategia? Una visione condivisa di dove vogliamo arrivare come Paese, abbinata alle misure concrete per farlo: obiettivi precisi e definiti nel tempo, azioni concrete da realizzare, strumenti economici da utilizzare. La “vision” è ormai definita a livello internazionale (gli obiettivi del millennio dell’ONU) e a livello europeo (il pacchetto economia circolare). Quello che deve essere fatto è definire le modalità concrete in Italia.

Il punto di partenza che chiediamo di condividere è semplice ma decisivo. Il tema rifiuti e l’economia circolare non sono solo un problema ambientale e, tanto meno, possono essere un problema giudiziario: rappresentano una enorme sfida industriale che come tale va trattata nell’impostare una Strategia. Non c’è economia circolare senza industria, impianti, mercato.

Va fatta una precisazione: in Italia, l’economia circolare esiste già da anni, siamo il principale distretto industriale del riciclo d’Europa, per filiere come metalli, carta, legno, vetro, tessile. Quel che va fatto è affrontare il tema del riciclo e della circolarità per materiali che sono ancor “rifiuti”, destinati all’abbandono, a cui va data invece una prospettiva di rientro nei cicli produttivi. Per fare questo occorre lo sforzo di tutti, noi che gestiamo raccolta e trattamento siamo solo una parte del cerchio. Occorre progettare e realizzare prodotti in modo diverso, confezionarli in modo diverso. Occorre che chi produce prodotti sia obbligato ad usare materiale di riciclo e non materie vergini. Occorre che i prodotti riciclati siano incentivati, a partire dagli acquisti della pubblica amministrazione.

Il punto di partenza di ogni strategia è la situazione attuale. Quali sono i dati essenziali della gestione dei rifiuti in Italia? Primo, produciamo meno rifiuti (soprattutto speciali) degli altri paesi sviluppati europei, quindi diminuirli sarà più difficile e, per adesso, non ci sono segnali di rallentamento o di disaccoppiamento. Se i rifiuti diminuiscono è perché siamo in recessione, e non è una cosa da augurarci. Secondo, ricicliamo tantissimo, recuperiamo molta materia: il 45 % nei rifiuti urbani, il 65 % nei rifiuti speciali, meglio di ogni altro Paese europeo. Inoltre, esportiamo molti materiali destinati a recupero. Terzo: recuperiamo poca energia in Italia da quel che resta dei rifiuti, solo il 18 % dei rifiuti urbani e poco più del 3 % negli speciali, ma esportiamo 500.000 tonnellate di speciali e 200.000 di urbani destinati ad inceneritori all’estero. Quarto, portiamo in discarica ancora troppi rifiuti urbani (il 23% che diventa il 30 % se consideriamo gli scarti del riciclo), e pochi rifiuti speciali (circa l’8 %), ma esportiamo oltre un milione di tonnellate di rifiuti speciali all’estero, quasi tutti pericolosi. Insomma, bravi a riciclare, meno bravi a smaltire, per mancanza di impianti in Italia. Pochi inceneritori, volumi di discarica sufficienti per solo altri due anni, poche discariche per rifiuti pericolosi. Infine, stocchiamo troppo a lungo prima del recupero (il 15 % circa), segno che qualcosa non funziona nella filiera del riciclo, infatti i siti di stoccaggio sono pieni e, ogni tanto, qualcuno prende fuoco.

Nell’ultimo anno, le nostre criticità sono diventate più evidenti. Il mercato globale del riciclo ha subito un rallentamento, causato dal blocco cinese ed indiano alle materie prime seconde provenienti da USA ed Europa. La filiera si è bloccata e la mancanza di altri mercati di sbocco, ha intasato stoccaggi e aumentato il flusso di materia destinato a smaltimento: così gli impianti del nord Italia e del nord Europa si sono saturati, hanno ridotto gli accessi ed aumentato i prezzi. Può succedere. E’ il mercato, ma noi siamo fragili.

Questa fragilità è la causa principale dei fenomeni di illegalità: prezzi alti di smaltimento, blocco dei mercati tradizionali di sbocco del riciclo, offerta insufficiente di impianti legali, norme complesse e confuse, tempi lunghissimi di autorizzazione e realizzazione di nuovi impianti. Altro che “ecomafia”. Siamo di fronte ad una crisi di sistema.

Per questo serve una strategia nazionale condivisa e una cabina di regia nazionale. Per fare economia circolare occorre abbandonare una visione punitiva ambientale e acquisire una visione industriale e innovativa. Economia circolare vuol dire, prima di tutto, più impianti per il riciclo: digestori anaerobici, piattaforme di valorizzazione di materiali, impianti di selezione, in tutte le filiere. Economia circolare vuol dire più norme semplificate per il riciclo: i decreti end of waste, autorizzazioni semplificate, normativa sui sottoprodotti. Ma all’economia circolare servono anche termovalorizzatori e discariche per gestire scarti del riciclo e rifiuti non riciclabili e per bilanciare il sistema in momenti di crisi del mercato del riciclo. Altrimenti il sistema va in crisi.

Si discute molto di inceneritori, è utile fare chiarezza con poche parole da parte nostra. Noi non siamo supporter di questi impianti, ma siamo consapevoli che tutti gli impianti servono. Gli inceneritori cono indispensabili per rifiuti urbani non riciclabili e scarti del riciclaggio e per una parte di rifiuti speciali non riciclabili. Le emissioni di questi impianti sono trascurabili come dimostrano i dati di Ispra. Da questi impianti si recupera calore ed energia; è una fonte energetica alternativa ai combustibili fossili; anche le ceneri possono essere riciclate, come accade in tutta Europa. Gli impianti di recupero di energia fanno parte a pieno diritto dell’economia circolare, così come della strategia di contrasto ai cambiamenti climatici. Il Ministro dell’ambiente non vuole più autorizzare termovalorizzatori. E quelli esistenti? Chiuderli vuol dire gestire in altro modo 8,8 milioni di tonnellate di rifiuti.

Sui flussi futuri di gestione dei rifiuti i numeri sono chiari: se il 65 % dei rifiuti urbani deve essere riciclato, e in discarica ci potrà andare il 10 % al massimo, circa il 25 % dovrà essere destinato a recupero di energia, ad incenerimento. E’ algebra, difficile contestare questi numeri.

Prima di tutto, servono impianti per il riciclo: digestori anaerobici per oltre 3 milioni di tonnellate (una quarantina di impianti), piattaforme per carta, vetro, plastiche, metalli, RAEE, inerti, rifiuti da spazzamento, per altri 2 milioni di tonnellate. Impianti destinati al riciclo, ma anche alla produzione di energia rinnovabile, come il biometano.

Occorrerà, inoltre, più incenerimento (siamo al 18 %, manca il 7 % circa 1,8 milioni di tonnellate per 5 impianti come quello di Torino, oppure 10 come quelli medi italiani). Occorrerà più incenerimento anche per i rifiuti speciali, per smaltire in Italia quello che esportiamo (portando altrove ricchezza ed energia), ovvero 0,5 milioni di tonnellate, e per gestire almeno 1,4 milioni di tonnellate di fanghi che non potranno più andare sui suoli, in tutto 1,9 milioni di tonnellate, un’altra decina di impianti.

Occorreranno poi spazi aggiuntivi in discarica, per riportare in Italia i rifiuti pericolosi che esportiamo e avere volumi sufficienti per gli scarti del riciclaggio che non possono essere inceneriti. Fra 100 e 200 milioni di metri cubi in tutto.

Per fare tutto questo, occorre una strategia. Non pianificazione rigida, ma regole condivise, scelte chiare, al cui interno far muovere il mercato e la concorrenza. Una strategia si basa su una valutazione economica di tutte le modalità di gestione da sottoporre ad analisi di efficienza ed efficacia: oggi mancano queste analisi e ci impegniamo in questo senso.

Una strategia prevede norme chiare per l’End of Waste: riciclare è complicato se i materiali restano rifiuti: che si aspetta? Basta rinvii. Una strategia indica le scelte di filiere tecnologiche appropriate.

Una strategia si basa sugli strumenti economici: incentivi per le filiere critiche (biowaste, plastiche), obblighi di riciclaggio, appalti verdi, tasse ambientali.

Una strategia si basa su strumenti di regolazione nazionale (indicati da ARERA) che favoriscano gli investimenti e promuovano il mercato.

Ma una strategia prevede anche una nuova governance nazionale: competenze condivise fra ministeri dell’Ambiente e Sviluppo economico, creazione di una cabina di regia per il monitoraggio dei mercati, per l’implementazione delle scelte, per le decisioni in caso di crisi di sistema.

Un piano di 10/15 anni teso a raggiungere questi obiettivi sarebbe una leva di crescita economica ed occupazionale, di innovazione. Calcoliamo che generi almeno 10 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi.

Ma occorre cambiare atteggiamento: vedere l’economia circolare come sfida industriale ed economica, con effetti ambientali, ma anche di crescita ed occupazione. Nel quadro della strategia condivisa, gli impianti che servono vanno realizzati rapidamente, con procedure semplificate e superando la cultura del no a tutto. Entro luglio 2020, l’Italia dovrà recepire le nuove direttive europee sui rifiuti ed il pacchetto dell’economia circolare. Entro quella data, la strategia può essere definita e varata.

Se non si affronta il tema in questo modo, potremmo solo procedere alla cieca in una realtà complessa e difficile, rischiando crisi di sistema, impossibilità di allontanare i rifiuti e riciclarli, pagando tutto a caro prezzo e rendendo il nostro sistema economico meno competitivo.