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2020-06-07 01:21

Via libera del Parlamento europeo al Green Deal

QUEL CHE C’È DA SAPERE

Con 482 voti favorevoli, 136 contrari e 95 astensioni, il 15 gennaio il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione con cui dà il proprio sostegno al Green Deal europeo presentato l’11 dicembre 2019 dalla Commissione Ue, che “riformula su nuove basi l'impegno della Commissione ad affrontare i problemi legati al clima e all'ambiente”, con l’obiettivo di fare dell’Europa il primo continente climaticamente neutro entro il 2050, “in cui la crescita economica sarà dissociata dall'uso delle risorse”.

Il Green Deal è composto da una Comunicazione e da un Allegato contenente le misure previste per attuarlo e la loro tempistica, e illustra le iniziative che la Commissione presenterà progressivamente nel corso dei prossimi anni. Per realizzare il Green Deal, la Commissione europea sostiene la necessità di “ripensare le politiche per l'approvvigionamento di energia pulita in tutti i settori dell'economia: industria, produzione e consumo, grandi infrastrutture, trasporti, prodotti alimentari e agricoltura, edilizia, tassazione e prestazioni sociali”.

Entro marzo 2020 la Commissione Ue proporrà la prima “legge per il clima” europea per “stabilire in modo chiaro le condizioni di una transizione equa ed efficace, assicurare la prevedibilità agli investitori e garantire che la transizione sia irreversibile. In questo modo l'obiettivo della neutralità climatica entro il 2050 sarà sancito per legge”.

Tra il 1990 e il 2018 L’Unione europea ha già ridotto del 23% le emissioni di gas a effetto serra, mentre l'economia è cresciuta del 61%. Tuttavia, osserva la Commissione Ue, “mantenendo le attuali politiche, la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra sarà limitata al 60% entro il 2050”, e quindi occorre “un’azione per il clima più ambiziosa”, con una riduzione delle emissioni per il 2030 di almeno il 50-55% rispetto ai livelli del 1990 (il Parlamento europeo chiede il 55% per il 2030, e di fissare anche obiettivi intermedi per il 2040 verso la decarbonizzazione totale del 2050).

Per conseguire queste riduzioni supplementari, la Commissione europea riesaminerà e proporrà un’eventuale revisione degli strumenti esistenti, tra cui il sistema per lo scambio di quote di emissioni (ETS), “compresa l'eventuale estensione del sistema a nuovi settori, gli obiettivi degli Stati membri di riduzione delle emissioni in settori al di fuori del sistema per lo scambio di quote di emissioni e il regolamento sull'uso del suolo, il cambiamento di uso del suolo e la silvicoltura. La Commissione proporrà di modificare la legge per il clima per aggiornarla di conseguenza”.

La Commissione europea riconosce che, finché molti partner internazionali non condivideranno le stesse ambizioni dell'Ue, esisterà il rischio di una rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, sia perché la produzione può essere trasferita dall'Ue verso altri paesi con ambizioni minori di riduzione delle emissioni, sia perché i prodotti dell'Ue possono essere sostituiti da prodotti importati a maggiore intensità di carbonio. “Se tale rischio si materializza, non vi sarà alcuna riduzione delle emissioni globali, vanificando gli sforzi dell'Ue e delle sue industrie per conseguire gli obiettivi climatici globali dell'accordo di Parigi. Se dovessero persistere livelli diversi di ambizione su scala mondiale mentre l'Ue aumenta le sue ambizioni in campo climatico, la Commissione proporrà, per determinati settori, un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, al fine di ridurre il rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, garantendo, in questo modo, che il prezzo delle importazioni tenga conto più accuratamente del loro tenore di carbonio. Tale misura, che sarà definita in modo da rispettare le norme dell'Organizzazione mondiale del commercio e gli altri obblighi internazionali dell'Ue, costituirebbe un'alternativa alle misure per contrastare il rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio previste dal sistema per lo scambio di quote di emissioni dell'Ue”.

Infatti, l’Ue dispone già di norme volte a prevenire la “rilocalizzazione delle emissioni di CO2”, ossia il trasferimento dell'attività economica e delle relative emissioni dall'Ue in paesi o regioni che dispongono di politiche climatiche meno ambiziose. Tali norme operano nel quadro del sistema di scambio di quote di emissione e assegnano quote di emissione a titolo gratuito ai settori industriali a rischio di rilocalizzazione delle emissioni. Se ciò non dovesse bastare, verrebbe valutato un meccanismo alternativo di adeguamento alle frontiere