Oggi:

2020-08-04 04:35

Tra il Dire e il Fare

DECARBONIZZAZIONE DELL’ENERGIA IN EUROPA

di: 
Giovanni Brussato

Per la Rete di Resistenza sui Crinali – da cui riprendiamo l’articolo – l’autore ha raccolto notizie e commenti “sull’incredibile corsa senza carbone del Regno Unito che, COVID19 a parte, testimonierebbe un passaggio storico verso la decarbonizzazione. Ma, anche per gli anglosassoni, tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare, o meglio, la Manica.

Il 2 giugno scorso, Fintan Slye, Direttore del National Grid Electricity System Operator (ESO), ha dichiarato che “l’incredibile corsa senza carbone, durata 53 giorni ed oltre – nei mesi di aprile e maggio 2020 - senza che il carbone venisse bruciato per generare elettricità nel Regno Unito, ha battuto il "record" di oltre 18 giorni, rimasto dall’era vittoriana”. Sebbene ciò possa far credere che le energie rinnovabili stiano inesorabilmente ed affidabilmente sostituendo le forniture di elettricità a base di combustibili fossili all'interno della rete elettrica del Regno Unito, questo non risponde al vero. Con l’aiuto dei dati forniti dall’ing. David Watson proviamo a ricostruire un quadro conoscitivo utile a valutare più realisticamente la situazione.

Occorre premettere che, nei mesi precedenti al periodo considerato, il contributo del carbone alla produzione di energia nel Regno Unito era appena del 2% circa. Inoltre, dal 23 aprile, il Regno Unito ha vissuto un periodo di sette giorni molto mite e calmo che, sommato agli effetti della pandemia, ha ridotto la domanda di elettricità del 18% rispetto alla media stagionale. Allo stesso tempo, la generazione eolica è praticamente crollata in tutto il Regno Unito e si è completamente fermata nei giorni del 3, 6, 7 e 8 maggio.

Ciò ha comportato che, nonostante la riduzione della domanda, per l'ultima settimana di aprile e la prima di maggio, il Regno Unito è stato dipendente dall'energia importata per consentire le normali attività ma, soprattutto, per mantenere gli ospedali funzionanti.

I tre interconnettori con l’Europa continentale (un interconnettore elettrico è un collegamento fisico che consente il trasferimento di elettricità attraverso le nazioni) stavano fornendo il massimo della loro capacità 4.000 MW ed analogamente la Scozia ha importato più di 1.200 MW per mantenere il funzionamento del paese in crisi mentre la diffusione di Covid-19 stava accelerando.

Inoltre, il 23 aprile, presumibilmente per soddisfare la domanda, sono state utilizzate – ma l’ESO non lo ha detto - vecchie turbine a gas molto costose, con pessimi rendimenti ed una grande quantità di anidride carbonica rilasciata nell'ambiente, di norma utilizzate solo in inverno e di rado, quando la domanda e il prezzo dell'elettricità sono molto elevati, altrimenti sono antieconomiche. Dunque, si è evitato sì l’uso del carbone, ma l’eolico non è servito a sostituirlo, vista la caduta del vento.

Durante i 53 giorni "record", l’energia prodotta in loco da gas, nucleare, solare e vento non è stata in grado di tenere accese le luci. Il Regno Unito ha dovuto importare il 10% della sua elettricità dall'Europa, in gran parte generata dal…. carbone. 

Infatti, circa il 15% dell'elettricità generata nei Paesi Bassi proviene dal carbone. La percentuale in Germania è di circa il 30-38 per cento, che aumenterà quando Datteln4 (potenza 1,1 GW per un investimento di 1,5 mld di Euro  ed anche verrà, a breve, resa operativa utilizzando carbone ad alta concentrazione di carbonio. La Germania è anche un grande esportatore sia nei Paesi Bassi che in Francia, quindi le esportazioni francesi nel Regno Unito comprendono abitualmente sia l'energia nucleare che quella generata dal carbone. A mezzogiorno del 30 maggio, ad esempio, la Germania esportava 3,6 GW in Francia, che a sua volta esportava 924 MW nel Regno Unito.

In vista della Brexit, il Regno Unito ha lavorato per installare altri sei o sette interconnettori verso l'Europa continentale. Un sistema che, nel tentativo di azzerare le emissioni di anidride carbonica interne, porterà ad aumentare quelle continentali.

 

Il percorso meno costoso per la decarbonizzazione

I dati sulle emissioni di carbonio per l'elettricità importata non vengono conteggiati nelle statistiche del Regno Unito e, poiché i produttori britannici pagano una tassa sul carbonio per le emissioni generate dalla produzione domestica - ma non per le importazioni - è chiaro che il sistema provoca delle valutazioni poco attendibili. Sarebbe più logico creare nuovi impianti di generazione a gas nel Regno Unito: si avrebbe un'energia molto più pulita poiché il gas comporta una riduzione di circa la metà delle emissioni di CO2 rispetto a quelle generate dal carbone.

Così, invece, è come se fermassimo le auto a diesel o benzina per sostenere la decarbonizzazione, mentre continuiamo ad usare il veicolo a gasolio del nostro vicino ogni volta che ci conviene.

L'Autorità di regolamentazione del mercato elettrico inglese ha comunque previsto, nelle regole finanziarie per i progetti di interconnessione, che si possa anche importare elettricità dai mercati con emissioni più elevate, il che la dice lunga su quanto la stessa Autorità creda agli obiettivi di decarbonizzazione.

Inoltre, gli interconnettori dovranno conformarsi alle normative UE attuali e future in materia di energia, concorrenza e aiuti di Stato. Materie che, causa la Brexit, i britannici non saranno in grado di influenzare.

Il problema è insito nella carente analisi tecnica della rete in cui sono state integrate tecnologie intermittenti. Ora, l'ESO sta pubblicamente avvisando che la penetrazione delle energie rinnovabili ha raggiunto lo stadio in cui la rete ha bisogno di più inerzia e capacità di potenza reattiva per supportare la stabilità di frequenza e tensione. Tutte le centrali nucleari altamente stabilizzanti del Regno Unito, ad eccezione di Sizewell, saranno chiuse nei prossimi anni. Pertanto l'inerzia e la potenza reattiva verranno acquistate a spese degli utenti della rete, anche se le modalità con cui questo avverrà non sono ancora definite. Questa è una conseguenza diretta dell'incremento delle energie rinnovabili ed aumenterà enormemente il loro costo reale nelle bollette degli utenti.

L'industria del Regno Unito è prevalentemente privata e frammentata, per lo più di proprietà di imprese straniere che apparentemente non hanno gli obblighi legali di concordare e attuare una strategia coordinata a lungo termine. Nel frattempo il paese dipende completamente dalle importazioni di energia europee per tenere le luci accese.

Rivendicare un periodo "senza carbone" da record potrà sicuramente giovare all'immagine green del Regno Unito ma a quali costi per gli utenti in un momento in cui la pandemia ha devastato il tessuto economico? Inoltre, la ricerca del "record" non serve ad affrontare seriamente il problema delle emissioni mentre è chiaro che il gran numero di pale eoliche installate dal Regno Unito non è servito a garantire la fornitura del servizio elettrico, nemmeno nel momento di caduta della domanda.