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2021-03-04 02:05

Politica senza responsabilità

REWIND. IL “LUNGO FALLIMENTO” VERDE (IV)

di: 
Mario Signorino

“Si pongono problemi inediti. Siamo di fronte a un movimento di idee, espressione della società civile, che nella gran parte delle sue componenti mente sistematicamente all’opinione pubblica, ne esaspera le paure e gli egoismi, la mobilita intellettualmente contro la democrazia e le sue istituzioni economiche”.
“Non si cada però nell’errore di sopravvalutare la protesta. In Europa, in Italia, gli integralisti verdi e no-global non sono i demiurghi della scena; e se in qualche misura lo diventano, vuol dire che qualcun altro non fa bene il proprio mestiere”.

 

C’è un precedente nell’ambito della storiografia e della cultura politica, un caso classico di disinformazione di massa, quello che ha reso impopolare la rivoluzione industriale a causa delle sofferenze che avrebbe inferto, al suo nascere, alla classe operaia inglese. Friedrich Hayek, Ashton ed altri eminenti storici, in Italia Rosario Romeo, avviarono nel secolo scorso un lavoro di revisione del tradizionale giudizio storiografico sull’avvento della rivoluzione industriale: ma troppo tardi, troppo dissonante rispetto ai pregiudizi anticapitalistici prevalenti, per essere recepito e diffuso come meritava e correggere l’affermata mitologia. Esplicitamente Hayek parlava di una “interpretazione socialista della storia”, che ha diretto il pensiero politico di molte generazioni e condizionato l’etica politica della maggior parte del mondo occidentale, non solo a sinistra ma anche tra i conservatori.

Per oltre un secolo infatti storici, politici e moralisti hanno dato un quadro drammatico delle conseguenze dell’industrializzazione sulle condizioni di vita degli operai inglesi, proposto una visione romantica dell’epoca preindustriale, bollato come “inumano” il secolo XIX; e hanno così creato un mito invincibile.

Questo mito è rimasto nell’opinione comune come uno degli argomenti fondamentali nella polemica contro il capitalismo. Solo la crisi del ’29 ha contribuito all’impopolarità del capitalismo industriale in misura paragonabile. “Poche volte – osservava Rosario Romeo - una impostazione intellettuale ha avuto riflessi così larghi sulla opinione comune; sì che, nella mente dei più, l’immagine dello sfruttamento inumano è tuttora inseparabile dalla nozione della rivoluzione industriale”.

Molto peso nel far trionfare questa opinione ebbe l’uso che Marx ed Engels fecero delle inchieste parlamentari e dei dossier ispirati dai proprietari terrieri del partito tory; dando fede così alle denunce interessate della classe minacciata dalla nuova economia e ritorcendo contro l’industria la nascente sensibilità verso i problemi sociali indotta proprio dal suo sviluppo. Tanto è bastato per far passare un’interpretazione basata in gran parte, non su fatti storici accertati, ma su leggende politiche.

Nella mistificazione a carico del capitalismo industriale, Romeo individuava un problema capitale: l’influenza sulla politica contemporanea degli intellettuali, intesi come ceto che rifornisce (come gli storici, appunto, o i giornalisti), usa e controlla gli strumenti di formazione dell’opinione pubblica. Gran parte dell’intelligenza occidentale diffonde un’immagine distorta delle nostre istituzioni economiche e politiche, affermando in tal modo il dominio del conformismo e del pregiudizio: “la protesta intellettuale rappresenta un elemento di instabilità sociale di primaria importanza, specie in quanto si caratterizza per uno sterile rifiuto”.

Poteri anonimi
Le analogie con il catastrofismo degli ambientalisti sono impressionanti; e non è affatto certo che la menzogna ecologica abbia effetti meno disastrosi. La storia infatti si ripete: sia per i soggetti della manipolazione, sia per l’oggetto – sempre l’occidente e la sua economia -, sia per il tipo di messaggio e – temiamo – per gli effetti deleteri di lungo periodo. Nella loro ricerca di un format ideologico in cui riversare i loro contenuti, gli ambientalisti hanno rilanciato la precedente operazione di mistificazione a danno della rivoluzione industriale, con grande successo. Il messaggio catastrofista è stato infatti recepito dall’opinione pubblica, fino a diventare senso comune. Pochi dubitano ormai che il mondo vada effettivamente sempre peggio.

Si pongono problemi inediti. Siamo di fronte a un movimento di idee, espressione della società civile, che nella gran parte delle sue componenti mente sistematicamente all’opinione pubblica, ne esaspera le paure e gli egoismi, la mobilita intellettualmente contro la democrazia e le sue istituzioni economiche. È una novità sorprendente, specie se si considerano i vincoli sempre più rigidi che costringono invece al massimo di trasparenza i poteri costituiti; ma è anche indice di una patologia preoccupante che investe strati importanti delle élite occidentali.

Il messaggio catastrofista viene infatti ripreso e reiterato quotidianamente dai fabbricatori di opinione: intellettuali classici, scienziati e ricercatori “concerned”, che stanno all’inizio della catena dell’informazione, giornalisti e divulgatori, preti, nuove leve di burocrati pubblici e nuovi quadri dell’imprenditoria, la sconfinata categoria degli operatori dell’intrattenimento. Grazie alla loro opera, la Grande Balla sul peggioramento continuo delle condizioni ambientali si è insediata nei luoghi e nelle conversazioni della nostra vita quotidiana, nella scuola, nelle chiese, nei giornali, nei romanzi, nei cinema, alla tv. È una lobby informale, una gioiosa macchina che si autoalimenta con pregiudizi, slogan rozzi, visioni manichee e fabbrica disinformazione a getto continuo. Sarebbe ingenuo contrapporvi l’elogio dello spirito critico e del non conformismo, dell’esercizio dell’intelligenza. In Italia non passa foglia che questa lobby non voglia.

Si pone anche un problema di qualità dell’informazione. Scoraggia vedere che anche il Corriere della sera ha ceduto da anni a questo andazzo. Il modo in cui ha dato notizia del rapporto catastrofista del Pentagono sull’effetto serra è solo un esempio fra tanti. Che dire poi di quell’iniziativa congiunta con il WWF per pubblicizzare, non pareri di scienziati, non analisi politiche serie, ma testimonianze dei lettori sul tempo che non è più quello di una volta? Su queste materie, il più autorevole quotidiano nazionale fa da portavoce ai verdi fondamentalisti.

Strumento di una predicazione antagonista, la comunicazione ambientale è anche funzionale all’affermazione di ruoli e interessi particolari, ad acquisire militanti e sostenitori, a garantire il finanziamento di ricerche, a influenzare le decisioni politiche. È il sintomo di un fenomeno inconsueto: si è aperta la caccia al potere politico senza responsabilità, il più comodo e appetibile in assoluto. Il terreno della politica è invaso sempre più da “poteri anonimi”, tecnici, burocrati o intellettuali che siano (tramontato l’intellettuale “organico” del ‘900, oggi si lavora per se stessi), che vanno alla ricerca di scorciatoie per far politica senza rappresentanza, quindi senza il fastidio del conteggio democratico del consenso e senza doverne rendere conto a nessuno. Alla conferenza di Rio del 1992 si tentò addirittura di creare un primo embrione di governo mondiale dell’ambiente, da affidare ovviamente a scienziati e a burocrati.

Anche per questo, non si cada nell’errore di sopravvalutare la protesta. In Europa, in Italia, gli integralisti verdi e no-global non sono i demiurghi della scena; e se in qualche misura lo diventano, vuol dire che qualcun altro non fa bene il proprio mestiere. Allo stesso modo, la sconfitta di un indirizzo riformista non può riguardare solo un movimento, bensì il sistema politico e civile nel suo insieme.

Demiurghi sono i governi e le classi dirigenti. Sono le loro inadeguatezze e i loro errori a fornire alibi all’integralismo ambientalista, a garantirgli una rendita politica, a giustificare l’interpretazione in chiave antagonistica della questione ambientale. C’è troppo disorientamento nella politica, rigidità, ritardi, mentre il mondo corre. A loro volta, capita sempre di più che gli ambientalisti facciano da copertura alle magagne dei governi e, soprattutto, delle amministrazioni locali, veri buchi neri della protezione dell’ambiente.

Quei sindaci, quei governatori, quegli assessori sempre pronti ad afferrare i gonfaloni e a infilarsi in ogni protesta, persino a biascicare, loro che dovrebbero rappresentare le istituzioni, le litanie anti-istituzionali della piazza, non sono forse compagni di strada dell’estremismo verde? Ma si pensa davvero che le grandi infrastrutture siano state bloccate per tanti anni dal veto dei verdi? Qualcuno è davvero convinto che l’emergenza rifiuti in Campania, la rinuncia a realizzare anche un solo inceneritore sia colpa dei verdi e non della regione, delle province e dei comuni campani?

Ecologia e buongoverno
Il processo di sviluppo delle politiche ambientali appare oggi in crisi, incompiuto, come deviato. Se la sfrondiamo dalle fantasie apocalittiche, al fondo della questione ambientale c’è un problema di buongoverno, c’è la domanda diffusa di un salto di qualità delle politiche di governo per adeguarle alle esigenze culturali proprie di una società ricca e libera. Più un paese è sviluppato e meglio può (deve) permettersi il lusso di tutelare al meglio il proprio patrimonio ambientale e culturale. Servono politiche adeguate al rango di paesi altamente sviluppati, capaci di gestire i grandi processi di trasformazione tecnologica, culturale e sociale. Sono problemi di lunghissimo periodo, che però bisognerebbe cominciare a capire e ad affrontare oggi.

I cittadini si attendono che le classi politiche sappiano rispondere a queste esigenze. Ma le risposte che arrivano sono mediocri. La politica continua a non comprendere la tecnica e ha paura del nuovo. Di fronte a problemi dall’elevato contenuto scientifico, i politici non dispongono di un valido criterio per decidere, non conoscono neanche il modo giusto di utilizzare gli esperti (i quali, da parte loro, tendono sempre più ad assumere ruoli direttamente politici), annaspano e alla fine abdicano alle proprie responsabilità.

È una situazione difficile da decifrare: in trent’anni, si è costruito una politica settoriale imponente, sempre più penetrante nei confronti delle imprese; eppure la questione ambientale non è riuscita a far breccia nell’alta politica. È stata lasciata all’intendenza; e le rare volte che la politica s’intromette, lo fa per dimostrare la propria “sensibilità”, quindi con gli strumenti della demagogia, che sembrano connaturati al discorso ambientalista. Basti pensare alla molto pubblicizzata uscita di Chirac alla vigilia della conferenza di Johannesburg: banali divagazioni sulla natura minacciata e come proposta politica …una nuova commissione dell’ONU.

Il fondamentalismo dei verdi è un guaio aggiuntivo: ma il vero problema da porre è quello del rinnovamento delle classi dirigenti. Consideriamo l’Italia: al fondo delle sue crisi ambientali si ritrovano i problemi irrisolti dello sviluppo del paese, le sue arretratezze storiche. Il paese si è mosso con grave ritardo rispetto agli altri paesi industrializzati e ancor oggi si lascia governare, il più delle volte passivamente, dall’Unione europea. Anche da noi la questione ambientale è penetrata profondamente nell’azione amministrativa, ma la politica non ha mai fatto veramente i conti con essa, confinandola in un ambito un po’ tecnico, un po’ burocratico.

Dal punto di vista delle istituzioni, la questione ambientale richiede forti capacità gestionali, selezione delle priorità, capacità di progetto: proprio i punti su cui la politica italiana è tradizionalmente più carente. E infatti si sono conseguiti risultati importanti in tutte le materie in cui conta soprattutto l’innovazione tecnologica; si segna invece il passo nelle questioni che richiedono scelte lungimiranti e buona amministrazione: la gestione dei rifiuti, l’abusivismo, la gestione delle acque, il dissesto idrogeologico. Si recita quotidianamente la giaculatoria dello sviluppo sostenibile planetario, ma non ci si preoccupa di gestire bene dal punto di vista ambientale le grandi opere, si è privi da anni di una politica energetica, non esiste una gerarchia dichiarata di priorità preferendo la navigazione a vista, non si è in grado di formulare una politica appropriata per la gestione del territorio e del paesaggio. Tre decenni non sono bastati per dare una risposta accettabile al problema principale: costruire un rapporto equilibrato tra attività umane e ambiente, degno del nostro livello di sviluppo. Un rapporto che sia in armonia con le nostre esigenze culturali, non produca effetti pericolosi per noi, non distrugga l’ambiente, non offenda la nostra sensibilità e le nostre idee su quel che merita di essere salvaguardato, insomma non incida negativamente sul nostro modo di vivere.

I politici non sembrano interessati, molti anzi ridanno fiato alle posizioni negazioniste di qualsiasi esigenza di tutela ambientale; se i verdi dicono no a tutto, loro dicono sì a qualsiasi opera, anche a quelle inutili, con le quali l’Italia e soprattutto il Sud hanno una certa dimestichezza. Da parte loro, i verdi integralisti prediligono gli allarmi isterici e le menzogne “a fin di bene”, la loro stella polare è la denuncia delle colpe del “cattivo soggetto” del pianeta, l’uomo, invocano un mea culpa per aver pensato e realizzato la rivoluzione industriale, l’origine di tutti i mali. Non è un gran momento. Si rischia un salto indietro di trent’anni, un ritorno alle prime guerre di religione tra ambientalisti e inquinatori.

Anch’io azzardo una profezia: verrà il giorno in cui l’opinione pubblica capirà di essere stata ingannata dagli uni e dagli altri e li abbandonerà; quel giorno riusciremo a confrontarci sul merito dei problemi come persone civili, senza bugie e raggiri ideologici. Ma ciò non è scontato. Continueranno a far male all’ambiente e alla politica, se non avremo consenso e aiuto in questa battaglia delle idee.

(4.  Fine)