Oggi:

2021-06-14 06:41

Salvare la Terra. Oceani Esclusi?

NUOVE FRONTIERE MINERARIE

di: 
Giovanni Brussato* e Rosa Filippini

Si apre l’era dell’attività mineraria negli oceani, necessaria a reperire i minerali per un passaggio accelerato alla mobilità elettrica e alle fonti rinnovabili elettriche intermittenti. Con incognite e rischi ambientali gravissimi per habitat che non conosciamo o di cui non abbiamo nemmeno cominciato a comprendere le caratteristiche.

Foto copertina: Un robot per l'estrazione mineraria dai fondali oceanici della Global Sea Mineral Resources sta entrando nelle acque del Pacifico il 20 aprile. Fonte Global Sea Mineral Resources- Gruppo Deme

L'Autorità internazionale dei fondali marini (ISA) si sta preparando ad approvare il codice minerario che da luglio potrebbe innescare una corsa per estrarre i metalli necessari per alimentare la rivoluzione dei veicoli elettrici. Le associazioni ambientaliste internazionali, affiancate da molti enti di ricerca, affermano che metterebbe in pericolo i fragili ecosistemi marini e temono che l'ISA non stia valutando se estrarre questi minerali dai fondali marini, ma solo, come estrarli.

I timori per i rischi ambientali sono talmente gravi che hanno spinto persino BMW AG, Volvo, Google di Alphabet Inc. e Samsung SDI Co., preoccupati per la propria immagine, ad affermare, il mese scorso, di non essere disposti ad acquistare i metalli estratti dall'oceano fino a quando la ricerca non dimostrerà che questa attività non danneggia gli ecosistemi marini.

Cos’è che ci inquieta? Ci inquieta che un problema di questa gravità, l’assalto delle compagnie minerarie ai fondali oceanici, che mette a serio rischio il più grande ecosistema del Pianeta, giustamente sollevato da importanti organizzazioni ambientaliste internazionali e riconosciuto dalla scienza e dall’industria, non sia posto con adeguata efficacia all’attenzione dell’opinione pubblica e, tantomeno, del dibattito politico sulla transizione ecologica nei diversi paesi avanzati.

Ad esempio, la recente pubblicazione di “In too deep what we know, and don’t know, about deep seabed mining” da parte del WWF ci offre uno spunto di riflessione sull’evidente contraddizione tra le preoccupazioni espresse dagli esperti delegati a seguire questo specifico settore a livello internazionale e quelle che sono le indicazioni univoche delle stesse associazioni ambientaliste e dei loro apparati – fatte proprie dai Governi - per il contrasto al cambiamento climatico, ovvero auto elettriche e fonti rinnovabili elettriche intermittenti che richiedono grandi sistemi per lo stoccaggio dell’elettricità prodotta e, di conseguenza, enormi quantità di metalli necessari alla loro produzione.

Non è il primo caso, in effetti, perché analoghi dubbi ci erano venuti con “Deep Trouble. The murky world of the deep sea mining industry” di Greenpeace e, per dirla tutta, ci avevamo già pensato quando uscì “In deep water. The emerging threat of deep sea mining”. L’impegno minimo che ci saremmo attesi è quello di vedere tradotti e pubblicati questi contributi, posti all’attenzione mediatica di quanti nel nostro paese seguono con attenzione le vicende della transizione energetica ed hanno a cuore il bene del Pianeta.

Invece? Invece si tiene un profilo basso. Sembra di essere tra le associazioni di pescatori dove ci sono quelli d’acqua dolce e quelli d’acqua salata e gli uni non sanno niente dei problemi degli altri.

È come se gli ambientalisti – e i Governi –, pur riconoscendo il problema delle nuove miniere e delle loro incognite, non volessero vederne la connessione ai programmi di decarbonizzazione che vengono promossi e sostenuti in modo acritico.

Il problema, infatti, è più complesso di quanto sembri e mette in dubbio seriamente il supposto “basso impatto ambientale” delle transizioni energetiche fondate su pale eoliche, pannelli fotovoltaici e auto elettriche. Qualora l’attenzione mediatica si concentrasse su quanto avviene nei remoti uffici della ISA, la International Seabed Authority, potremmo scoprire che il nuovo codice minerario che si sta redigendo, in un opportuno silenzio, dovrà regolamentare la più grande estrazione mineraria della storia, i cui effetti per gli oceani sono ancora sconosciuti e non meno preoccupanti per il Pianeta rispetto alle estrazioni di combustibili fossili.

Gli attori di questa vicenda sono molteplici: dalle compagnie minerarie come DeepGreen Metals ad aziende specializzate nelle attività offshore come Global Sea Mineral Resources (GSR) sussidiaria della società belga DEME o la UK Seabed Resources, una consociata interamente controllata da Lockheed Martin, uno dei più grandi produttori di armi al mondo oltre naturalmente ad altre società cinesi e di altre nazioni come la francese Ifremer.

Per tutte la motivazione è la stessa: il mondo non sopravvivrà se continueremo a bruciare combustibili fossili ed il passaggio ad altre forme di energia richiederà un massiccio aumento della produzione di tecnologie green. Su un pianeta con un miliardo di automobili, la conversione in veicoli elettrici richiederebbe molto più metallo di tutte le riserve terrestri esistenti e l'estrazione comporterebbe un pesante tributo ambientale e sociale. Pertanto, queste industrie non si definiscono più industrie minerarie ma piuttosto aziende nel business della transizione energetica: vogliono aiutare il mondo a uscire dai combustibili fossili con il minor impatto ambientale possibile. Quindi è la necessità di fornire veicoli a emissioni zero ad attirare l'attenzione a tre chilometri di profondità nell'Oceano Pacifico, dove le riserve di cobalto e nichel fanno impallidire quelle che si trovano nella Repubblica Democratica del Congo e in Indonesia, i maggiori produttori terrestri dei due metalli.

Quello che, del tutto incidentalmente, omettono è quello che invece l’intera comunità scientifica evidenzia: conosciamo meglio la superficie di Marte che i fondali oceanici, l'oceano profondo costituisce oltre il 95% dello spazio dove c'è vita sul pianeta, ma solo circa lo 0,0001% dei fondali marini profondi è stato studiato. I biologi scoprono nuove specie in quasi ogni spedizione di esplorazione scientifica, ci sono temi di assoluta rilevanza, come il ruolo degli oceani nel ciclo del carbonio planetario e le potenziali risorse per la medicina umana presenti nella vita biologica da comprendere compiutamente. L'attività mineraria rischia di modificare irreparabilmente, o distruggere, habitat che non conosciamo o di cui non abbiamo nemmeno cominciato a comprendere le caratteristiche.

Come dicono all’Ocean and Marine Wildlife Conservation Initiatives (worldwildlife.org):“È importante. Perché rischiamo di perdere per sempre qualcosa di cui non abbiamo ancora nemmeno conosciuto l’esistenza”.

Eppure, su questi rischi, nel nostro paese – e negli altri paesi avanzati protagonisti della transizione – non si dice neppure una parola, quasi non ci riguardassero o forse perché toccano nervi scoperti, aspetti contraddittori di una decarbonizzazione spinta di cui non sono ancora chiari né gli esiti né i costi. Le stesse dichiarazioni delle compagnie minerarie inconsapevolmente squarciano il velo di riservatezza sui reali costi sociali ed ambientali. Dovremo estrarre enormi quantità di metalli devastando innumerevoli ecosistemi. Li useremo soprattutto nei nostri paesi ricchi ma non li estrarremo noi: li estrarranno compagnie minerarie multinazionali che li venderanno al miglior offerente. Oppure, come frequentemente avviene, li acquisteremo dalla Cina che detiene il controllo della produzione delle tecnologie verdi. La stessa Commissione Europea afferma sommessamente che potrebbe prefigurarsi per l’Europa una dipendenza da queste materie prime superiore a quella dei combustibili fossili. Ma questa è ancora un’altra storia.

 

*Giovanni Brussato è l’autore di “Energia Verde? Prepariamoci a scavare” edizioni Montaonda,