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2026-10-07 23:55

La Semplificazione Infinita per “Sbloccare” le Rinnovabili

TORMENTONI

di: 
Enzo Cripezzi

“Bisogna sbloccarle” “Cosa?” “Le rinnovabili” “Ma davvero?” “Si, è sui giornali, in TV… le rinnovabili sono bloccate, bisogna semplificare, non si fa abbastanza…”
La bugia, ripetuta tante volte, a livelli sempre più alti delle istituzioni e dei media, si trasforma in luogo comune e in leggi, finanziamenti, installazioni. La natura, il paesaggio e la democrazia subiscono un danno irreversibile senza che la società ne abbia un beneficio paragonabile. L’autore, attivista al Sud e residente in una delle province d’Italia più affollate di impianti eolici e fotovoltaici, ripercorre la vera storia delle “semplificazioni” in favore delle rinnovabili: 20 anni di deregulation hanno smontato la normativa di tutela territoriale - ben 16 provvedimenti negli ultimi 10 anni - senza contare le misure di sussidio, diretto e indiretto

In Copertina: CALABRIA, Istmo di Catanzaro: Centro Storico di Girifalco e sullo sfondo Amato e Miglierina (CZ). Foto di Walter Fratto. Dal quaderno fotografico sull’eolico a cura di Italia Nostra.


Governo Dini.

In principio fu la non obbligatorietà della VIA (DPR 12.4.1996) il primo atto di benevolenza nei confronti delle rinnovabili e segnatamente dell’eolico: le prime torri alte qualche decina di metri che iniziavano a sorgere come funghi nel triangolo tra Puglia, Campania e Basilicata tra gli anni ’90 e 2000. Per loro solo l’obbligo di uno “screening ambientale” (Verifica di assoggettabilità a VIA), ovvero una procedura di valutazione più leggera accompagnata da una ridotta evidenza pubblica e una trasparenza pressoché inesistente, al limite uno scarno avviso nell’angolino di un albo pretorio cartaceo. Così fu realizzata la prima ondata di centinaia di macchine eoliche. Gli agricoltori ne avevano piena contezza solo con l’arrivo dei TIR per il trasporto eccezionale o con la lettera per negoziare l’esproprio.

I primi anni, quindi, le imprese raccoglievano in autonomia presso ogni ente i vari pareri, nulla osta, autorizzazioni per realizzare l’impianto. Ivi compresa la variante urbanistica affinché quel terreno agricolo potesse ospitare un impianto industriale. Sì, perché quelli eolici non sono “parchi” ma impianti industriali.

Ma le rinnovabili erano “bloccate”. Ebbene si, le prime lagne della neonata ANEV – gli industriali del vento - iniziarono già a diventare litania nei primi anni 2000.

 

Governo Berlusconi II.

Nel 2003, fu varata l’“Autorizzazione Unica” in capo alle Regioni con il D.Lgs 387/03, un unico procedimento dedicato ad autorizzare le rinnovabili, con i principi di semplificazione delle conferenze di servizi al cui interno razionalizzare e favorire l’espressione di pareri necessari all’autorizzazione di tali impianti. Furono introdotte due importanti deregolamentazioni (oltre a nuovi, lucrosi sistemi di sussidi):

- l’attribuzione della qualifica di opere di “pubblica utilità e indifferibili e urgenti” a questi impianti energetici (e relative opere accessorie), così autorizzati a società private, ma con la garanzia di procedure di esproprio tipiche delle opere pubbliche.

- la compatibilità aprioristica in zone classificate “agricole” dai  vigenti  piani  urbanistici (e così, bye bye variante).

La classica speculazione edilizia raccontata dall’opera cinematografica “Le mani sulla città” di Franco Rosi, per espandere le urbanizzazioni con la variante urbanistica era ormai roba da pivellini. Grazie a queste semplificazioni i signori del vento (poi del fotovoltaico e di tutto il resto) videro aprirsi praterie immense di territorio agricolo da poter colonizzare con impianti industriali.

Lo stesso provvedimento, tuttavia, aveva previsto la emanazione di Linee Guida nazionali con concertazione Stato Regioni, “volte, in particolare, ad assicurare un corretto inserimento degli impianti, con specifico riguardo agli impianti eolici, nel paesaggio. In attuazione di tali linee guida, le regioni possono procedere alla indicazione di aree e siti non idonei alla installazione di specifiche tipologie di impianti”.

No eh ? Non ci credete… E infatti, grazie all’ostruzionismo della lobby dei rinnovabilisti allergica alle regole, le famose Linee Guida tardarono ad arrivare.

 

Governi Berlusconi III, Prodi II.

Nel frattempo, al Sud, le imprese delle rinnovabili macinavano autorizzazioni dormendo sonni tranquilli, travolgendo le aree più suggestive di crinali, colline e aree strategiche per la biodiversità, scenari paesaggistici di grande bellezza, frammentando e umiliando a perdita d’occhio sempre maggiori estensioni, dalla Puglia alla Sicilia, dalla Basilicata alla Sardegna, alla Calabria, fino al Molise, passando per la Campania. Governi immobili. Qualche Regione tentò di difendersi dall’ondata con “moratorie” o inventandosi pianificazioni fatte in casa. Tutte giudicate illegittime dalla magistratura amministrativa perché non ancorate alle Linee Guida, previste ma ancora inesistenti. Tutto procedeva all’insegna della deregolamentazione inondando gli uffici autorizzativi di istanze senza alcuna scrematura su base territoriale anche per diversi anni dopo quel decreto privo di Linee Guida.

 

Governo Berlusconi IV.

Le mitologiche Linee guida non videro la luce dopo 2 mesi. Non dopo 1 anno. E nemmeno dopo 2 o 3 dal Decreto 387. Ce ne vollero quasi 7 di anni: partorite solo con il DM del 10 settembre 2010.

Ma l’invasione continuava. Le Regioni infatti “potevano”, non necessariamente “dovevano”, emanare le loro Linee Guida regionali, con relative “aree non idonee” (nemmeno completamente interdittive!). E così, pressioni fortissime condizionarono ancora la politica locale per capitalizzare margini di azione, a cominciare dalle norme transitorie (altre semplificazioni!) con cui fiumi di progetti già strumentalmente presentati furono scudati rispetto alle nuove Linee Guida, finalmente approdate qua e là tra le Regioni, ma perennemente aggredite dai ricorsi amministrativi. Al Sud gli impianti spuntavano come funghi, ma la litania era sempre la stessa: le rinnovabili sono bloccate, bisogna semplificare, non si fa abbastanza.

Ecco il D.Lgs 28/2011 (c.d. Decreto Romani) con cui furono introdotte semplificazioni per variazioni progettuali e modifiche agli impianti, anche in corso di valutazione. Compressi i tempi procedimentali delle Autorizzazioni Uniche a 90 gg, al netto degli atti endoprocedimentali. Prevista la semplice PAS - Procedura Abilitativa Semplificata (erede della Dichiarazione di Inizio Attività edilizia, da presentarsi al Comune) quale regime autorizzativo per impianti anche di media taglia, concedendo facoltà alle Regioni di estendere la soglia di applicazione agli impianti fino a 1 MW (macchine eoliche fino a 100 m di altezza o impianti fotovoltaici da 2 Ha). Ennesima semplificazione su vasta scala con elusione delle soglie di assoggettamento. Evvabbè, però le rinnovabili sono bloccate, bisogna semplificare, non si fa abbastanza…

 

Governo Gentiloni.

Arriva il d.lgs. n. 104/2017 (riforma della norma sulle procedure di VIA) che attribuisce competenza statale per la VIA su impianti eolici onshore con potenza superiore a 30 MW. Quindi, Regioni e Stato approvano ognuno i propri impianti, senza parlarsi. Una gara rovinosa con ulteriore caos: sui procedimenti fioccano osservazioni e ricorsi incrociati delle società installatrici, ognuna per difendere il proprio progetto sulle medesime aree.

Non solo. Il decreto introduce la possibilità della procedura PUA (Provvedimento Unico Ambientale) a livello nazionale e quella del PAUR (Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale) a livello regionale. In sostanza quello che una volta era un “endo procedimento” di VIA esprime non solo il parere ambientale ma raccoglie anche tutti gli altri atti, pareri, autorizzazioni che prima confluivano nella Autorizzazione Unica regionale … Viene ribaltata la gerarchia delle procedure, l’Autorità ambientale (ministeriale o regionale a seconda della soglia di potenza di impianto) improvvisamente si trova ad essere responsabile di un “super provvedimento di VIA” sottraendo agli uffici energia delle Regioni, una volta deputati a emettere l’Autorizzazione Unica finale, il controllo quantitativo e qualitativo delle autorizzazioni.

Ma l’aspetto più spregiudicato è il carattere schiacciasassi di queste procedure: a tratti autoritarie, con tempi contingentati, per certi versi anche lesive del principio di reciproco rispetto e leale collaborazione tra le pubbliche amministrazioni e contro la razionalizzazione dei costi. Sono basate, infatti, su conferenze di servizi in forma “simultanea” e modalità “sincrona” in cui ogni ente dovrebbe far valere il proprio parere contestualmente alla partecipazione nelle riunioni, pena l’acquisizione del silenzio assenso. Tradotto: puoi anche scrivere un super parere negativo di 80 pagine,  se non riesci a partecipare alla conferenza convocata, beh…. quell’atto diventa carta igienica. Ed è successo.

Ora, immaginate presso una amministrazione centinaia di procedimenti in corso per le rinnovabili, a cui si aggiungono procedure per progetti di altra natura, e gli stessi enti già cronicamente sottorganico costretti a partecipare a continue conferenze di servizi, spesso su più tavoli decisori, con l’impossibilità fisica di presidiarli tutti… Basterebbe trasmettere all’ente responsabile il proprio parere, senza aggravio di tempi e costi. E invece no, bisogna “semplificare” così. Semplificare?

Tra il 2017 e il 2018 compare la SEN - Strategia Energetica Nazionale. Ma non era più semplice chiamarla Piano  Energetico? Dipende. Se vuoi accontentare qualcuno e “semplificare” (appunto) evitando di tenere in debito conto valutazioni territoriali non lo chiami “Piano” ma “Strategia”, così eludi le norme che impongono la VAS - Valutazione Ambientale Strategica prevista per i “Piani” e “Programmi”.

 

Governo Conte I.

Nel 2019, alla SEN subentra il PNIEC, Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima. Un vero e proprio “Piano”. Sarà sottoposto a VAS finalmente? Si. Ma non troppo. Il Governo cambia ma la farsa no. Anzi, le rinnovabili vanno favorite comunque e dovunque: bisogna semplificare! Quindi, si realizza un “non” Piano: con la VAS, ma senza indicare come e dove. Impianti ciclopici da realizzare senza indirizzo di compatibilità.

Poi ci pensa il DL 76/2020, cosiddetto … “semplificazioni”, naturalmente! (convertito con L.120/2020) a schiaffeggiare ancora le procedure di VIA: per l’istanza basta un progetto di fattibilità e non più quello definitivo; schiacciati i tempi istruttori per emettere il parere;  ridotti i tempi di partecipazione del pubblico per i progetti assoggettati a screening ambientale (alla faccia di concertazione e trasparenza). 

Per la verità, nello stesso Decreto, viene inserita (proprio nella norma quadro sulla VIA) anche la previsione di un decreto finalizzato a individuare tipologie di progetti e le opere necessarie per l'attuazione del Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima (PNIEC), nonché le aree non idonee alla realizzazione di tali progetti o opere, tenendo conto delle caratteristiche del territorio, sociali, industriali, urbanistiche, paesaggistiche e morfologiche … Ma, niente paura. Questa disposizione non vedrà la luce, perché non piace ai lobbisti.

 

Governo Draghi.

Arrivano i soldi del PNRR. Ma sui media continuano i piagnistei delle associazioni di categoria, pronte a “investire” (con i soldi nostri) nelle rinnovabili. Che sarebbero miracolose, una panacea energetica,  se non fosse che le rinnovabili sono bloccate, bisogna semplificare, non si fa abbastanza… indovinate un po’? Si: Altro decretino ad hoc.

Ecco il DL 77/2021 (e relativa L 108/21 di conversione), nominato “semplificazioni” (pensate un po’ la fantasia…), con cui si emanano misure “per l'accelerazione e lo snellimento delle procedure…” per favorire i progetti PNRR e PNIEC. Si trasferisce allo Stato la competenza VIA per gli impianti fotovoltaici superiori a 10 MW e si realizza una corsia preferenziale per i progetti per le rinnovabili tra cui una Commissione VIA dedicata  (“dedicata” anche ideologicamente a giudicare dalle istruttorie sconcertanti). Si ribadisce la qualifica di “interventi di pubblica utilità, indifferibili e urgenti”, ora direttamente nelle procedure di VIA, si comprimono ancora i tempi di alcune fasi della Valutazione ambientale, tra cui proprio la consultazione pubblica della VIA entro cui cittadini e portatori di interesse possano presentare osservazioni al progetto. Un disastro per la già penosa qualità delle valutazioni. E contro la popolazione residente che, non solo deve subire ondate di progetti, ma viene anche ostacolata con tempi capestro nel diritto democratico di esprimersi su impianti giganteschi che condizioneranno il futuro del territorio.

Poi, siccome per l’accesso ai finanziamenti PNRR l’Italia deve conseguire target capestro di potenza rinnovabile installata al 2030, in gran parte solare, il sostegno finanziario del PNRR viene previsto anche per insediare una tecnologia “innovativa”: l’agrivoltaico.  Un aborto concettuale: moduli fotovoltaici sempre (e ancor più) ancorati al suolo ma adeguatamente elevati con telai in altezza per “salvaguardare dal consumo di suolo consentendo l’attività agropastorale sottostante”. In realtà, infrastrutture decisamente più invasive nei confronti di Paesaggio e Biodiversità, vere e proprie mega serre industriali camuffate, della cui produzione vedremo un giorno. Il resto lo avrebbero fatto i fiumi di denaro riservati con i decreti attuativi del PNRR sia per l’esercizio (tariffe incentivanti) che per la realizzazione di tali impianti (fino al 40% di contributo in conto capitale): l’ennesimo assalto alla diligenza, con esplosione di progetti.

E per non lasciare proprio nulla al caso, zitti, zitti, in questo decreto (art.18) viene anche cancellata quella previsione (ricordate, tramite il DL 76 del 2020, in modifica alla norma quadro sulla VIA?) di un successivo provvedimento che avrebbe rivitalizzato le “aree non idonee”.

Anche se, poi, la previsione torna a comparire nella Legge delega n.53/2021 (per recepire gli obblighi comunitari). Questa volta, le aree non idonee sono da definirsi a cura delle Regioni, parimenti a quelle idonee, attraverso successivi provvedimenti con cui definire criteri e modalità. Manca “solo” una norma attuativa… Dai che ci siamo per uno straccio di regolamentazione… Forse. Anzi no. Ancora niente.

Intanto le rinnovabili continuano a espandersi sui territori meridionali, colonizzati spesso senza soluzione di continuità da piantagioni di macchine eoliche gigantesche e distese di silicio, confiscando valori paesaggistici , faunistici, storici. Senza scrematura, i progetti sono presentati a centinaia alle autorità autorizzative. I media nazionali fanno finta di non accorgersi dello tsunami di impianti, arrivano torri eoliche da oltre 200 m di altezza prima ipotizzate solo sull’offshore, vengono realizzati impianti fotovoltaici da 50-100 ettari a botta. Le centrali a biomasse contribuiscono al morbillo rurale e si ampliano gli elettrodotti. Compaiono le BESS (distese di container per accumulatori). A proposito, queste ultime senza alcuna verifica ambientale in quanto tipologia di opere neonate, semplicemente sconosciuta dalla norma quadro sulla VIA.

Per fortuna, a dispetto dei lobbisti, la politica correrà ai ripari in soli due mesi, inserendo le BESS tra le opere da assoggettare a VIA…

Non mi dite che ci avete creduto. Scherzavo! Le BESS rimarranno orfane di valutazione ambientale (e relativa trasparenza procedurale). A tutt’oggi, nel 2026.

Il vero colpo di grazia arriva con il D.Lgs 199/2021 in attuazione della direttiva europea rinnovabili. Il corteo di associazioni di categoria e i loro sostenitori presidiano i media con un instancabile pianto greco: le rinnovabili sono bloccate, bisogna semplificare, non si fa abbastanza… Poi, loro dettano. La politica scrive.  Questo provvedimento diventa uno dei momenti esponenziali nella ultradecennale dinamica di “semplificazioni”.

Per cominciare, una sequela di aree idonee ope legis temporanee, che saranno via via clamorosamente allargate (nello spazio ma anche nel tempo) e in cui saranno fatte valere nuove deregolamentazioni procedurali, tra cui una riduzione ulteriore dei termini procedurali. Dulcis in fundo, il parere dell’Autorità paesaggistica non è vincolante già in questa fase valutativa.  Rivolto alle soprintendenze è un messaggio scoraggiante. Significa: “Ti faccio fare il mazzo con istruttorie onerose ma poi me ne frego”. Viene definito anche un sotto insieme di “aree di accelerazione”, avulse da qualsivoglia valutazione e con procedure di “comunicazione” più che di autorizzazione.

Le aree idonee sono “destinate alla installazione di impianti aventi una potenza complessiva almeno pari a quella individuata come necessaria dal PNIEC per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo delle fonti rinnovabili” con tanto di piattaforma digitale per cartografare le aree. Dati alla mano, queste aree idonee ope legis sarebbero così ampie da ospitare potenzialmente potenze ben superiori ai target.

Ohibò… ma se queste aree sono già finalizzate a garantire il raggiungimento del target di potenza rinnovabile, allora gli impianti possono e devono essere autorizzati solo qui, salvaguardando il resto del territorio. Logico no? No! Queste aree inspiegabilmente si “aggiungono” al far west “ordinario” sul resto del territorio nazionale e, in spregio alle pianificazioni territoriali, vengono anche scudate da eventuali iniziative regionali di tutela, al netto solo di alcune fattispecie di vincoli nazionali secondo il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio e una risicata fascia di rispetto.

A proposito della temporaneità: nell’intenzione del legislatore, le aree idonee del D.Lgs 199/21 (e relative procedure di favore) avrebbero dovuto durare 6 mesi, nelle more della emanazione di un successivo provvedimento attuativo finalizzato a identificare obiettivi di capacità rinnovabile suddivisi a scala regionale al 2030. Quindi, criteri entro cui sviluppare una classificazione territoriale, nonché un perimetro normativo per  le Regioni che avrebbero dovuto definire anche le loro aree idonee (ulteriori!) per conseguire quei target.  Le Regioni avrebbero dovuto individuare anche aree non idonee (secondo quanto prescritto dalla L. delega 53/21, ricordate?).  Era perfino previsto che il Ministero Ambiente definisse anche la massima porzione di suolo occupabile dagli impianti per unità di superficie.

Invece, l’attesa dei provvedimenti di tutela diventa infinita e serve solo ad aprire una finestra deleteria di deregolamentazione. I territori meridionali, già sotto pluriennale aggressione, proprio non ne avevano bisogno. Invece di chiudersi, la finestra diventa una voragine: nell’attesa del decreto attuativo, tra un ritocco peggiorativo e l’altro, il Decreto 199 ha continuato ad ampliare a dismisura il novero delle aree idonee e le soglie di potenza degli impianti ivi insediabili con procedure di favore.

Come il DL 17/2022 (convertito con L. 34 del 2022) con titoli e articoli che già sono un programma: “Misure urgenti…” e una serie di “Misure strutturali e di semplificazione in materia energetica” (Semplificazione… questo termine non è nuovo…). In queste misure c’è un po’ di tutto: ampliamento delle aree idonee, forte innalzamento delle soglie per assoggettare a verifica di assoggettabilità a VIA (nemmeno a VIA appropriata) per l’agrivoltaico in dette aree, agevolazioni per opere di connessione elettrica fino a 10 km per grandi impianti di autoconsumo, agevolazioni a impianti solari in agricoltura, ecc.

Tra le nuove, famigerate aree “idonee” per il fotovoltaico, sono individuate anche quelle contigue per 300 m. (dopo un mese ampliate a 500 m.) a impianti industriali o stabilimenti. Ma, in tale definizione, rientrano anche gli aereogeneratori (o gli impianti fotovoltaici) esistenti. Un regalo insperato per gli installatori: un intorno di quasi 80 ettari per ogni macchina eolica. Che moltiplicato per migliaia di torri eoliche realizzate al Sud (1800 solo nella provincia di Foggia) mette a disposizione di lor signori ulteriori, estese aree, su territori già duramente provati.

E ancora, procedure di favore per taluni impianti fotovoltaici galleggianti fino a 10 MW nei bacini idrici o fotovoltaico fino a 10 MW deregolamentato a Procedura Abilitativa Semplificata (PAS).  Sembra una norma pensata per territori degradati o di scarso pregio. Invece, sono subito arrivati i primi 2 progetti proposti sulla laguna di Lesina per oltre 300 ettari. Altri 400 sulla laguna di Varano. Altre istanze nei bacini idrici interni della Basilicata e non solo, in ecosistemi ad elevata valenza faunistica e paesaggistica. Qualche lobbysta ha avuto l’ardire di affermare che il fotovoltaico galleggiante non comporta consumo di suolo.

Dalla vista sul lago blu a quella sugli specchi neri è un attimo. Ma è la semplificazione bellezza.

Dopo solo un mesetto (a maggio) segue il DL 50/2022 (convertito con L.91/2022)  Misure urgenti in materia di politiche energetiche nazionali in cui  si prevede un articolo dedicato a… provate a immaginare? Sì: “Semplificazione dei procedimenti di autorizzazione di impianti di produzione di energia elettrica alimentati da fonti rinnovabili”. Viene prorogata dell’efficacia delle autorizzazioni, è rafforzato il valore delle delibere di Consiglio dei Ministri finalizzate a “superare il dissenso” nelle valutazioni ambientali. Le stesse delibere si trasformano in “autorizzazione” ove la regione non concludesse il seguito del procedimento autorizzatorio unico di sua competenza entro 60 giorni (senza tener conto di tutti i controlli e adempimenti tipici delle autorizzazioni, ovvero espropri, fideiussioni, controlli… altro caos), e così via.

Ovviamente, non mancano integrazioni al decreto 199, con ampliamenti delle aree idonee ope legis, ed estensione delle semplificazioni a impianti a biometano, ad elettrodotti ed altre opere accessorie come gli aumenti di capacità per gli impianti di accumulo a corredo degli impianti fotovoltaici ecc. Fino a una stretta sui pareri delle soprintendenze: al Ministero della cultura è imposto di stabilire criteri uniformi di valutazione dei progetti rinnovabili, “idonei a facilitare la conclusione dei procedimenti, assicurando che la motivazione delle eventuali valutazioni negative dia adeguata evidenza della sussistenza di stringenti, comprovate e puntuali esigenze di tutela degli interessi culturali o paesaggistici…”.

Le società continuano a depositare istanze su istanze autorizzative approfittando dei recinti normativi spalancati, anzi demoliti. La potenza di cui chiedono l’allaccio alla rete Terna (seppur solo per gli impianti oltre i 10 MW), lievita fino a raggiunge numeri da capogiro da decine di migliaia di MW.

Eppure?  Le rinnovabili sono bloccate, bisogna semplificare, non si fa abbastanza…

 

Governo Meloni.

Nemmeno un anno dopo, ancora un giro di vite con il DL n.13 del febbraio 2023 (convertito in Legge 41/ 2023) a seguito sempre in quel disgraziato decreto 199/2021. Ovviamente, anche questo decreto esordisce con “Disposizioni urgenti…” fino ad articoli espressamente dedicati a “Semplificazioni normative in materia di energie rinnovabili, di impianti di accumulo energetico e di impianti agro-fotovoltaici”.

Per il fotovoltaico, nelle “aree idonee” si innalzano ancora le soglie minime di potenza per la verifica di assoggettabilità a VIA, passando da 1 a ben 12 MW mentre, per assoggettare a VIA, si passa dai 10 ai 25 MW.  Cancellata la VIA per ampliamenti eolici fino a 50 MW e per altri interventi di modifica o su opere di trasmissione. E ancora, l’ennesimo, smisurato ampliamento a tappeto delle aree idonee, con rottamazione della già esigua fascia di rispetto inizialmente prevista dai vincoli paesaggistici nazionali, qui ridotta a 3 km per l’eolico e 500 m per il fotovoltaico. Per finire poi a una serie di deroghe e abrogazioni di piccole garanzie di tutela procedurali o territoriali, come ad es. le misure sulle aree contermini. Spazzate via anche quelle.

Questo spiega perché con regimi autorizzativi così semplificati in tali aree, si innescano pretese esasperate, nei confronti del Governo prima, e delle Regioni poi, proprio per ampliare queste “aree idonee” (che pure non salvano il resto del territorio, passibile di istanze progettuali, come per altro continua ad avvenire). O addirittura per chiedere direttamente varianti urbanistiche strumentali, da agricolo a industriale, e legittimare non solo deregolamentazioni sommarie ma anche l’accesso ai sussidi (da anni interdetti al classico fotovoltaico su suolo agricolo). Con buona pace di altri insediamenti produttivi reali che troveranno le zone industriali occupate. Epperò …. le rinnovabili sono bloccate, bisogna semplificare, non si fa abbastanza.

Come si vede, la politica trovava tutto il tempo e l’attenzione per accontentare i lobbisti, ma proprio non riusciva a dare seguito al decreto attuativo per la definizione delle aree previsto entro 6 mesi dallo stesso decreto 199. Anzi, si susseguivano una serie di pressioni, ricorsi, ostruzionismi e contestazioni da parte delle società con la pretesa che in quel futuro decreto attuativo in gestazione non fosse concesso alcun margine di manovra alle Regioni, men che meno la identificazione di aree “non” idonee.

Ma non finisce il 2023 che nasce il DL 181 (convertito con L 11/2024). Sempre disposizioni “urgenti” per la sicurezza energetica, la promozione delle fonti rinnovabili e altro. Tra le varie, ancora un innalzamento dell’asticella di potenza per poter assoggettare a VIA gli impianti fotovoltaici in “aree idonee” nonché una proroga di efficacia delle semplificazioni.

Nel maggio 2024 interviene il cosiddetto decreto Agricoltura, DL 63/2024 (poi convertito con L 101/2024). Sembra un argine alla piena in corso andando a contenere le disposizioni sul fotovoltaico nel decreto 199: divieto del classico fotovoltaico con moduli al suolo nelle aree agricole. Apriti cielo! Scatta la contraerea con indignazione dei soliti benefattori-investitori e dei loro supporter, a momenti c’è da temere la scomunica…

Ma, tranquilli, arrivano alcune eccezioni e deroghe, soprattutto una norma transitoria per la salvaguardia di tutti i progetti già presentati prima dell’entrata in vigore del decreto (16 maggio 2024). Loro possono continuare l’iter di valutazione / autorizzazione per decine di migliaia di MW, molti presentati a tempo record prima dell’entrata in vigore!

Vabbè – direte voi - ma da ora in poi linea dura: mai più campagne insultate da nuove distese fotovoltaiche.

E invece no. Il fotovoltaico sui terreni agricoli viene comunque salvaguardato con la formula dell’“agrivoltaico”. Sì, quello promosso nel PNRR.

Nel giugno 2024, finalmente, in attuazione al Decreto 199 del lontano 2021, è emanato con grandissimo ritardo il Decreto Ministeriale “Aree Idonee”. Invece dei 6 mesi previsti sono passati 2 anni e mezzo.  Finalmente? Ma no, abbiamo scherzato. Viene aggredito sul nascere e immediatamente impugnato al TAR Lazio da società energetiche e di categoria. Vengono avallati i diktat dei rinnovabilisti affinché alcun margine operativo sia concesso alle Regioni e affinché sia conservato il lassismo normativo del 199/21.

Nelle more di questa vertenza, le Regioni sono rimaste nel limbo di non poter declinare le rispettive norme a scala regionale (compreso le aree idonee). Diciamola tutta: a molte Regioni non è dispiaciuto affatto lasciare che tutto scivolasse da sé.  Alle società, invece, viene confermata la libertà di estendere il loro dominio territoriale.

Fine 2024, nuovo parto legislativo: il DL 153 “Ambiente” (convertito con L 191/2024). E non vogliamo approfittare di un decreto che titola “Disposizioni urgenti per la tutela ambientale” per infilarci qualche chilo di semplificazioni? Almeno per provare a calmare quelli là. Quelli che, rabbiosamente, sono in grado di condizionare tutti i media col ritornello “le rinnovabili sono bloccate, bisogna semplificare, non si fa abbastanza”.

Così arrivano nuovi snellimenti autorizzativi, iter accelerati per valutazioni ambientali di progetti PNRR e PNIEC, ovviamente, soprattutto per le rinnovabili. Priorità a grandi progetti, tra cui eolici da almeno 70 MW, fotovoltaici e agrivoltaici di grande taglia, almeno 50 MW, grandi derivazioni e accumuli idroelettrici, ecc. Questo provvedimento segna l’ennesima modifica al ribasso apportata al Codice dell’Ambiente nella parte in cui disciplina le procedure di valutazione ambientale, sempre più ridotte a un semplificato passaggio di firme.

Sempre in coda al 2024, spunta il T.U. sulle rinnovabili D.Lgs. 190 che ridefinisce il quadro autorizzatorio per le rinnovabili (una volta delineato dallo storico D.Lgs 387/03). Ovviamente, ora con un bel po’ di …. semplificazioni in pancia, in buona parte assorbite dalle norme preesistenti e consolidandole. Ad es. anche la PAS (e non solo l’Autorizzazione Unica) può garantire la compatibilità dell’impianto in area agricola per impianti a biomasse. Quale miglior viatico per realizzare enormi casermoni di centrali a biomasse nel bel mezzo delle campagne, piccole potenze (per sfuggire ai canonici titoli autorizzativi) ma grandi stabilimenti industriali a profanare aree rurali.

È il 2025. A novembre si materializza il nuovo DL 175, il provvedimento attuativo tanto atteso, in ossequio al decreto 199 del lontano 2021. Sono passati ben 4 anni e un DM impugnato al TAR!  Quest’ultimo decreto va a innestare ulteriori semplificazioni, ora nel T.U. rinnovabili. Contiene formule farraginose e in buona parte conserva l’approccio del decreto 199 ma con qualche sommesso passaggio di regolamentazione. Tanto basta per scatenare nuove, scomposte aggressioni delle lobby rinnovabiliste, nonostante il decreto raccolga una delle loro principali richieste: evapora nuovamente la previsione attuativa per le “aree non idonee” a cura delle Regioni. Eppure, questa flebile tutela non era stata censurata dalla magistratura amministrativa agli esiti dei ricorsi delle società al precedente decreto che conteneva tale previsione.

Il primo caso nella storia di auto censura su una norma, dopo che il Tribunale Amministrativo non l’abbia eccepita.

Inoltre, due mesi dopo, nella conversione del DL 175 (con la Legge 4/26), approvata con la fiducia del governo, si realizza una surrettizia sanatoria attraverso la classica, ennesima disposizione transitoria: tutte le istanze avviate in precedenza sono salvaguardate e saranno concluse in base alla norma previgente. Una disposizione grottesca in favore di migliaia di richieste. Una agevolazione ancora più ingiustificabile e cinica se si pensa che, come accennato, di quella sbracata norma previgente, le società energetiche avevano già beneficiato per ben 4 anni invece dei 6 mesi previsti. E, infatti, a scanso di problemi futuri, le società avevano intensificato la presentazione di progetti su progetti, così da cristallizzare una posizione temporale di vantaggio, rispetto ai possibili mutamenti normativi.

E c’è da immaginare che questo penoso esito parlamentare fosse addirittura il meno peggio, a giudicare dal tenore degli emendamenti presentati in modo trasversale da parlamentari di maggioranza e opposizione - tutti (im)pazzi(ti) per semplificare, deregolamentare, smembrare le già misere regole, in favore delle rinnovabili, compresa la richiesta della clausola di salvaguardia transitoria come dettata dalle oltre 20 audizioni e memorie delle società di settore - prima che fosse apposta la fiducia.

Emblematica, tra i contributi pervenuti alla Commissione in Senato, una misteriosa nota di Regione Basilicata - Direzione Ambiente, Energia e Tutela del Territorio che sentiva la preoccupazione incontenibile di chiedere – tra le varie - proprio quel regime di salvaguardia transitoria. E perfino una rimozione dei buffer di tutela dove interdire le aree idonee regionali. Incredibile? Ancor più incredibile perché… non firmata! A chi dobbiamo tanta solerzia ?

Tutto ciò è la chiara evidenza della sudditanza dei partiti verso quello che ormai è, a ragion veduta, uno strapotere. A nulla sono valse le memorie presentate da quelle associazioni ambientaliste che hanno a cuore la difesa del paesaggio e delle biodiversità. Del resto, le associazioni di categoria (e quelle ambientaliste, rinnovabiliste) asfissiavano ancora a reti unificate: le rinnovabili sono bloccate, bisogna semplificare, non si fa abbastanza.

Ora tocca alle Regioni emanare le rispettive leggi sulle aree idonee. Ulteriori! Possibilmente declinando qualche opzione di contenimento, per quel poco che è concesso dalla normativa nazionale. Puntuali sono riprese le pressioni dirette contro le Regioni. La “concertazione” pubblica per queste leggi regionali, ove esistente, vede una processione dei numeri uno delle società energetiche e delle associazioni di categoria, scomodatisi da Roma per assediare Governatori, Assessorati, Consigli regionali e media, anche locali. Non senza lesinare atteggiamenti minacciosi, con espressa richiesta di evitare norme di tutela che sarebbero oggetto di contenzioso. Mentre sui media nazionali scattano le liste di proscrizione delle Regioni cattive, cercando di intimidire pubblicamente i governatori  e le amministrazioni “resistenti”.

 

Cosa è cambiato dopo 20 anni di “semplificazioni”

Siamo a ottobre 2026 e il risultato delle molteplici “semplificazioni” è da tempo visibile. L’occupazione territoriale da parte degli impianti rinnovabili riguarda ormai anche le Regioni del centro nord e, proprio com’è accaduto in provincia di Foggia in questi anni, avviene con un unico criterio, quello della casualità degli insediamenti. Non a caso, abbiamo coniato il termine di “foggianizzazione”. Nelle Regioni centro meridionali, dove più drammatico è l’assedio delle migliaia di progetti su territori già in gran parte vilipesi, non hanno ancora approvato le rispettive leggi regionali. Nel bene e - c’è da temere - anche nel male.

La legislazione di tutela territoriale e ambientale ne esce a pezzi e non c’è più modo di opporsi a progetti palesemente lesivi di interessi collettivi. Il parere negativo di un ente qualificato, ad esempio una soprintendenza, dovrebbe di per sé comportare l’esito negativo di una procedura di valutazione ambientale. Se non c’è la compatibilità di un progetto su una basilare componente ambientale appare logico che il progetto debba essere respinto.  Ora, con la giurisprudenza sempre più schiacciata dalle revisioni normative che accrescono il favor delle rinnovabili, si ricorre alla “armonizzazione” degli interessi per pervenire a una valutazione “comparativa”. In questo modo, anche un parere determinante può essere annacquato in questa sorta di mediazione forzata tra interessi contrapposti. A soccombere, nell’ambito delle conferenze di servizi decisorie sui progetti per gli impianti rinnovabili, sono quasi sempre i pareri territoriali e paesaggistici.

L’apice di questa formula di valutazione è però la rimessione della decisione al Consiglio dei Ministri, vecchio strumento procedurale (L.400 del 1988) per superare i contrasti tra le diverse amministrazioni dello Stato, poi adottato anche per superare disaccordi nelle conferenze di servizi (art. 14-quinques della L. 241/1990) ed ulteriormente specificato per i procedimenti VIA statali (DL 77/2021). L’imposizione autoritaria di impianti viene edulcorata con la formula accattivante del “superamento del dissenso”.

Una procedura che dovrebbe rimanere eccezionale è stata invece utilizzata disinvoltamente e gli esiti delle decisioni in Consiglio dei Ministri sono pressoché sistematici: positivi nella quasi totalità dei casi, senza guardare troppo per il sottile.

Fino a un anno fa, a settembre 2025 su ben 111 progetti  (eolici, fotovoltaici, ecc) imposti con Delibera di Consiglio dei Ministri (Governi Draghi e Meloni) - per via del dissenso qualificato di Soprintendenze o Regioni - 103 hanno riguardato Puglia e Basilicata, 97 in aree già imbottite di impianti esistenti, ben 58 nella sola provincia di Foggia. Numeri che certificano una palese anomalia, una situazione chiaramente fuori controllo. Una dinamica che appare priva di consapevolezza e responsabilità sia in relazione ai problemi ambientali che a quelli di sicurezza degli approvvigionamenti energetici e di stabilità della Rete elettrica. È bene precisare che questi particolari pareri ambientali favorevoli si aggiungono alle procedure ordinarie concluse positivamente già presso il MASE, nonché alle altre di competenza regionale (ancorché delegata alle province) e a quelle comunali (PAS).

Fin qui le “semplificazioni” formali, quelle nero su bianco delle direttive e delle leggi per incidere sui criteri autorizzativi o di tutela territoriale. Ma ci sono anche “semplificazioni” informali, agevolazioni sottili, benevolenze subdole, pianificazioni opportunamente dimenticate…

Ad esempio, a scala regionale, abbiamo subìto un ventennio di deregolamentazioni surrettizie: in diverse Regioni meridionali (Basilicata, Campania...) l’approvazione di Piani Paesistici, previsti fin dal 2004, è rimasta inattuata e i Piani Paesaggistici esistenti non sono stati aggiornati o adeguati efficacemente alla forza d’urto di queste nuove opere invasive. Altri strumenti urbanistici come nuove aree protette (ad es. il Parco Regionale dei Monti Dauni) sono abortiti sul nascere per favorire insediamenti eolici e fotovoltaici, paradossalmente definiti anch’essi “parchi”, anche se non servono a tutelare la natura ma a distruggerla. Lo stesso dicasi per le “aree contigue” a taluni Parchi Nazionali, individuate, istituite e svuotate.

Ma, la tensione assillante che “le rinnovabili sono bloccate, bisogna semplificare, non si fa abbastanza” serve a creare un clima emergenziale che condiziona direttamente la discrezionalità di funzionari e decisori chiamati a gestire le procedure e ad assumere determinazioni e pareri, in un contesto di caccia al nimbysmo per chi osa argomentare contro lo tsunami delle rinnovabili. Succede così che negli enti preposti si guardi più alle “compensazioni” possibili che non alla oggettiva compatibilità di questi enormi manufatti industriali, ormai valutati positivamente a prescindere, facendo scivolare la discrezionalità sempre più verso l’arbitrio.

Al punto che anche le relazioni ambientali “specialistiche” delle società proponenti , vengono digerite senza problemi, anche se appaiono visibili copia e incolla di altri progetti o carenti dei necessari e dignitosi approfondimenti. Succede, ad esempio, che la valutazione degli effetti sulla biodiversità sia “semplificata” così: in mancanza o scarsità di studi di campo, l’autorità prescrive studi post autorizzazione! Che significa sovvertire il carattere preventivo che dovrebbe avere una valutazione ambientale, sostituendola con indagini postume (a cura del proponente) che, qualora rivelassero un valore da tutelare, non potrebbero portare indietro le lancette del procedimento ormai concluso.

Questa tendenza alla semplificazione e alla superficialità delle decisioni è tanto grave quanto consolidata, diffusa e ormai priva di pudore nelle autorità ambientali di molte Regioni, con punte scabrose in alcune di queste, ormai “famose” a livello nazionale. Come la Provincia di Foggia, Ente delegato improvvidamente dalla Regione Puglia, in cui il funzionario istruttore approdato agli uffici VIA non è un pianificatore, quindi con un approccio da territorialista. Che sarebbe il minimo per operare valutazioni ponderate sul territorio più aggredito d’Italia. No, lui è un ingegnere rampante proveniente …. proprio dalle società rinnovabili! 

In Campania la dirigente dell’unità Valutazioni Ambientali mostra una spiccata “vicinanza” al mondo delle rinnovabili partecipando con posizioni “proattive” ai convegni di ANEV e di Legambiente. Ancora in Puglia, il funzionario che sovrintende proprio i procedimenti di Autorizzazione Unica, va allegramente in giro (perfino nell’epicentro foggiano delle 1800 torri eoliche) a promuovere il suo libro dal titolo che è un programma ideologico, oltre che una parodia di Cetto La Qualunque: “Energie in Puglia. Pala al centro”. Sempre in Puglia, l’ARPA sente la necessità di organizzare un convegno con il patrocinio dell’ordine degli ingegneri sul ruolo dell’Ente in supporto (!) delle Autorità nei procedimenti di rilascio delle autorizzazioni per rinnovabili. A Foggia! Dopo 4200 MW qui installati se ne sentiva la mancanza.

La misura plastica di questo modus operandi la offriva, nel 2021, il massimo responsabile in materia. Massimo Atelli, capo della commissione VIA nazionale.  In risposta alle critiche perché le rinnovabili erano “bloccate” - tanto per cambiare! – difendeva l’operato della Commissione dichiarando candidamente che “i No si attestano solo nel 10% dei casi”, attribuendo le lungaggini alla “presentazione di progetti sin dall’inizio problematici…” perché “di qualità inferiori alle attese” e “addirittura con importanti carenze strutturali rispetto alle previsioni di legge”…. E quindi rivendicava l’opportunità di “farsi carico delle attese del Paese … attraverso integrazioni al progetto da parte del proponente”… fraintendendo tale atteggiamento con “l’aspettativa del proponente di un dovuto soccorso istruttorio, quando non addirittura di situazioni al limite dell’accanimento terapeutico…. Ciò che parte male è facile che prosegua stentatamente e con tempi molto dilatati”. In sostanza: buona parte dei progetti dovrebbero essere respinti già in fase di presentazione per la scarsa qualità dei contenuti. Ma siccome “le rinnovabili sono bloccate, bisogna semplificare, non si fa abbastanza”, invece di respingere il progetto, gli si dà assistenza per farlo approdare al parere finale, non senza sottrarre tempo prezioso alla pubblica amministrazione.

Conclusioni di questa disamina storica, sicuramente parziale, ma reale.

Dopo la valanga di deregulation a suon di direttive comunitarie e decretazioni d’urgenza, dai giornali si apprende ancora che …. “il governo annuncia semplificazioni in un prossimo decreto”, oltre a nuovi investimenti in legge di bilancio. La musica non cambia. Anzi, c’è chi pretende addirittura la modifica del titolo V della Carta Costituzionale (competenza concorrente Stato Regioni  in materia di Energia) per favorire le rinnovabili comunque e dovunque. Non bastava la discussa modifica già apportata all’Art.9 con un nuovo concetto di “ambiente” quasi concorrente al Paesaggio.

Mettendo da parte le favole mediatiche e guardando la realtà dei territori e dei dati, qualche sommessa domanda retorica sarebbe d’obbligo.

Non è che, dati alla mano, il Governo (come le Regioni) non sta affatto frenando – come accusa la sinistra- e men che meno “bloccando” le rinnovabili? oltre 20.000 MW installati dal suo insediamento a tutto il 2025, con una media maggiore di qualunque altro precedente esecutivo. E con decine di MLD stanziati con i decreti per le aste di incentivazione oltre, appunto, alle più spregiudicate semplificazioni e agevolazioni procedurali e urbanistiche, fino alla imposizione manu militari in Consiglio dei Ministri di impianti azzoppati da pareri negativi. I supporter delle rinnovabili dovrebbero fargli monumento a ‘sto Governo. E lo dico con disappunto, sia chiaro. Io e i tanti che si beccano impianti sul territorio.

Non è che da tempo sta montando uno strisciante sentimento di insofferenza contro le rinnovabili taciuto dai media che, non dico dovrebbero approfondire quello che realmente succede sui territori, ma almeno smetterla di somministrarci la loro razione quotidiana di bugie?

Non è che la deregolamentazione sempre più spinta è essa stessa un fattore di ingovernabilità procedurale, con troppi progetti ammassati senza una scrematura qualitativa e quantitativa a monte? Non è che – ad esempio - a fronte di 7400 MW di potenza aggiuntiva previsti per la Puglia, gli oltre 92.000 MW di istanze sono un po’ tanti e creano un bel po’ di inutili problemi?

Non è che se rovesci una massa di 350.000 MW di istanze progettuali dequalificate a livello nazionale (senza alcuna regia territoriale) poi, i progetti fanno fatica ad essere valutati e si creano code procedurali? Del resto, è proprio fisicamente complicato pretendere di piazzare impianti uno sull’altro.

Non è che ci si lamenta del “realizzato” (che non è affatto poco!) omettendo la mole dell’ “autorizzato”? E che questa mole forse fatica ad essere realizzata perché i “benefattori delle rinnovabili” chiedono sussidi?

Dovrebbe essere chiaro come la narrazione imperante delle “povere” rinnovabili in difficoltà per ostacoli normativi o procedurali sia una colossale bufala. I media hanno una gravissima quanto triste responsabilità con punte di disonestà intellettuale. La politica, dal canto suo, ha fallito qualsiasi tentativo di governare il problema, reagendo ideologicamente e con postura genuflessa alle pretese dei gruppi di potere, con una malintesa percezione del consenso indotto dalle imprese del settore e avallando un miserabile cedimento di valori costituzionali.