STRETTO DI MESSINA
Studiare lo Stretto per conoscere il rischio sismico nella sua dinamica, elaborare ed attuare politiche di prevenzione attiva, mettere in sicurezza le comunità del Mediterraneo centrale sono obiettivi prioritari da perseguire con o senza Ponte sullo Stretto. Le prescrizioni formulate dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici possono diventare un investimento scientifico permanente sul Mediterraneo centrale.
In Copertina: Jaan Roose (Team Red Bull) è il primo ad attraversare lo stretto di Messina su una fune. Foto Matteo Mocellin, Vanity Fair
La sicurezza sismica dello Stretto viene prima del Ponte e resterà necessaria qualunque sia il destino dell’opera. Gli approfondimenti richiesti al progetto possono diventare un patrimonio pubblico di conoscenze, ma soltanto se i dati saranno tradotti in prevenzione, microzonazione, pianificazione e riduzione della vulnerabilità del costruito.
Una necessità che supera il confronto sull’opera
Valutare con maggiore precisione il rischio sismico nello Stretto di Messina e ridurne le conseguenze sulle popolazioni, sulle infrastrutture e sul patrimonio storico dovrebbe essere una priorità condivisa, indipendente da ogni posizione sul Ponte. In un’area densamente abitata e segnata da terremoti distruttivi, conoscere meglio faglie, terreni, deformazioni attive e risposta sismica locale significa disporre di strumenti più efficaci per proteggere le comunità delle due sponde.
Da questa esigenza acquistano particolare rilievo le osservazioni e le prescrizioni formulate dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel parere tecnico del 6 agosto 2026. Gli approfondimenti richiesti per il Ponte non sono soltanto verifiche necessarie alla progettazione di una grande infrastruttura: possono diventare un investimento scientifico permanente sullo Stretto e, più in generale, sul Mediterraneo centrale.
La società Stretto di Messina ha dichiarato che il parere conclude una lunga istruttoria sul progetto definitivo e che le osservazioni saranno esaminate con tecnici e progettisti nella fase esecutiva. Tra i temi di maggiore interesse pubblico figurano l’aggiornamento del quadro geologico e sismotettonico, la verifica delle strutture tettoniche prossime alle opere, l’estensione delle indagini alle due sponde e al tratto marino, la caratterizzazione geotecnica dei terreni e l’analisi della risposta sismica locale.
Non è corretto presentare queste verifiche, prese isolatamente, né come prova di una criticità insuperabile né come certificazione definitiva della fattibilità. Sono parte del processo di controllo e affinamento che un’opera di questa scala richiede. Il loro valore più ampio consiste nella possibilità di ridurre le incertezze su un territorio nel quale la conoscenza scientifica incide direttamente sulla sicurezza collettiva.
Dalla conoscenza alla prevenzione: un impegno già indicato
Questo richiamo non nasce oggi. Già nel 2016, con l’articolo “Terremoti: gli incubi notturni del Capo della Protezione Civile, i sonni tranquilli delle classi dirigenti meridionali…”, sottolineavamo che l’elevata pericolosità della Calabria, il dissesto idrogeologico e la vulnerabilità del patrimonio edilizio producono insieme un rischio inaccettabile. La conclusione era allora, e rimane oggi, la necessità di un programma organico capace di trasformare la consapevolezza scientifica in interventi per la sicurezza delle abitazioni e dei territori.
A dieci anni di distanza, il punto essenziale non cambia: i terremoti non si possono impedire, ma se ne possono limitare drasticamente le conseguenze. Il rischio non coincide con la sola pericolosità naturale; dipende anche dall’esposizione di persone e beni e dalla vulnerabilità degli edifici, delle reti e delle infrastrutture. Per questo nuove campagne geologiche e geofisiche sono necessarie, ma non sufficienti se restano separate dalle politiche sul costruito e dalla programmazione degli interventi.
Il collegamento con il dibattito attuale sul Ponte è dunque diretto. I dati acquisiti per la progettazione possono affinare gli scenari di scuotimento, individuare aree suscettibili di amplificazione locale o liquefazione, aggiornare la microzonazione sismica e orientare priorità di intervento su abitazioni, scuole, ospedali, porti, ferrovie e reti tecnologiche. La conoscenza diventa prevenzione soltanto quando entra nelle decisioni pubbliche, nei piani di Protezione civile e nelle scelte dei proprietari e degli amministratori.
Uno Stretto in evoluzione
Lo Stretto di Messina appartiene a un sistema geodinamico complesso, nel quale interagiscono l’evoluzione dell’Arco Calabro, la subduzione della litosfera ionica, la deformazione crostale e sistemi di faglie che interessano la Calabria meridionale, la Sicilia nordorientale e i fondali. Il paesaggio attuale non è immobile, ma un fotogramma di una storia geologica tuttora in corso.
Durante l’ultimo massimo glaciale, circa 20–22 mila anni fa, il livello medio globale del mare era all’incirca 120 metri più basso dell’attuale. Da allora le variazioni del livello marino e i movimenti verticali della crosta hanno modificato ripetutamente i rapporti fra terra e mare. Su tempi storici, il terremoto e il maremoto del 28 dicembre 1908 hanno mostrato nel modo più drammatico la vulnerabilità dell’area. Eppure, a oltre un secolo di distanza, la ricerca continua a discutere geometria e localizzazione della sorgente sismogenetica: non è un segno di inutilità della scienza, ma la misura della complessità del sistema e della necessità di acquisire dati migliori.
Lo studio di Barreca, Gross, Scarfì, Aloisi, Monaco e Krastel, pubblicato nel 2021 su Earth-Science Reviews con la partecipazione di ricercatori INGV, ha integrato dati geologici e sismologici con 35 profili di sismica a riflessione ad alta risoluzione. Gli autori hanno riconosciuto nei fondali una struttura con evidenze di deformazione recente e l’hanno proposta come possibile sorgente del terremoto del 1908. È un risultato importante, ma non conclusivo: nella letteratura restano in discussione modelli alternativi.
Nel 2026 Dorsey e collaboratori hanno proposto su Tectonics una nuova ricostruzione dei movimenti verticali pleistocenici della Sicilia nordorientale e della Calabria meridionale, basata su geocronologia 40Ar/39Ar, stratigrafia, geomorfologia e analisi delle zone di faglia. Il lavoro colloca lo Stretto in una zona di trasferimento della deformazione fra sistemi di faglie normali attive e considera la faglia Messina–Taormina fra le strutture rilevanti del quadro sismotettonico, richiamando nello stesso tempo l’esistenza di interpretazioni diverse per l’evento del 1908.
Alla scala profonda, Montuori e collaboratori hanno pubblicato nel 2026 su Geophysical Research Letters una mappatura ad alta risoluzione delle principali discontinuità crostali e litosferiche dell’Arco Calabro. Il lavoro evidenzia una geometria complessa, compreso un raddoppio della Moho interpretato in relazione al sistema di subduzione, e marcate eterogeneità della litosfera e del mantello superiore. Questi risultati non si trasferiscono direttamente alla scala delle fondazioni, ma definiscono meglio il contesto geodinamico regionale entro il quale interpretare le strutture superficiali e la sismicità.
Un laboratorio permanente e dati come bene pubblico
La scienza procede così: nuovi dati verificano, integrano e talvolta modificano le ricostruzioni precedenti. Sismica marina ad alta risoluzione, batimetria multibeam, tomografie geofisiche, reti GNSS, paleosismologia, carotaggi, datazioni geocronologiche e modellazione tridimensionale consentono oggi livelli di integrazione molto superiori a quelli di molte campagne del passato.
Perché gli studi connessi al Ponte producano un beneficio duraturo, occorre che sondaggi, profili geofisici, misure e modelli siano validati, organizzati e, compatibilmente con le esigenze di sicurezza e con la tutela del progetto, messi a disposizione della comunità scientifica e delle istituzioni territoriali. Geologia terrestre e marina, geofisica, sismologia, geodesia, paleosismologia e geotecnica potrebbero confluire in una banca dati integrata dello Stretto, utile a università, enti di ricerca, Regioni, Comuni e Protezione civile.
Su questa base potrebbe nascere un laboratorio permanente dello Stretto e del Mediterraneo centrale: non una struttura celebrativa, ma un sistema stabile di osservazione, condivisione dei dati e aggiornamento degli scenari. Il Ponte, se realizzato, potrebbe offrire anche una piattaforma per sensori e misure continue, ma il laboratorio avrebbe senso e utilità indipendentemente dall’esito dell’opera.
Anche le ulteriori verifiche sul comportamento aeroelastico vanno collocate nella stessa logica di controllo. Sul vento esiste già una consistente base sperimentale, costruita con prove su modelli in laboratori italiani e internazionali, comprese verifiche indipendenti nella galleria del vento del Politecnico di Milano. Le nuove prove previste nella fase esecutiva rappresentano un ulteriore livello di affinamento, non un argomento autosufficiente a favore o contro la fattibilità.
Gli aspetti amministrativi e contrattuali seguono invece un percorso distinto. Dopo la mancata registrazione della precedente delibera CIPESS da parte della Corte dei conti nel 2025, l’iter istituzionale richiede prudenza nel valutare tempi, passaggi autorizzativi ed effettivo avvio dei cantieri. Proprio questa distinzione rafforza il punto: le conoscenze acquisite possono conservare utilità pubblica qualunque sia il destino amministrativo del Ponte.
La priorità: ridurre la vulnerabilità
Il patrimonio scientifico, però, non deve diventare un alibi per rinviare ciò che è già possibile fare. La vulnerabilità di molti centri storici, edifici pubblici e infrastrutture delle regioni meridionali è nota. Accanto alle nuove indagini servono censimenti aggiornati, verifiche coerenti con le funzioni degli edifici, priorità trasparenti, incentivi stabili e controllabili e una programmazione pluriennale degli interventi. La sicurezza non si costruisce nell’emergenza successiva, ma nella continuità delle politiche ordinarie.
Un grande progetto può dividere su costi, benefici, tempi, flussi di traffico ed effetti territoriali. Su un punto dovrebbe invece essere possibile convergere: conoscere meglio un’area densamente abitata e ad alta pericolosità sismica, rendere accessibili i risultati e usarli per ridurre la vulnerabilità delle comunità.
La memoria del 1908 ci dice che cosa è accaduto. La ricerca può aiutarci a capire meglio perché è accaduto; la politica e le istituzioni devono trasformare quella conoscenza in prevenzione. È questo il filo che unisce l’appello del 2016 alla discussione di oggi: oltre il sì e il no al Ponte, studiare lo Stretto e mettere in sicurezza il costruito sono parti della stessa necessità.
* Mario Pileggi è geologo e consigliere nazionale degli Amici della Terra
Riferimenti essenziali