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2026-09-09 11:47

Anche Quella Verde in Africa Sarà una Grande Muraglia Cinese?

GREAT GREEN WALL

di: 
Luca Garibaldi

Nel 2021 l’Astrolabio ha pubblicato due articoli sul progetto Great Green Wall (Grande Muraglia Verde) lanciato dall’Unione Africana nel 2007, il secondo dei quali trattava anche della Grande Muraglia Verde che la Cina aveva iniziato già dal 1978. Dopo cinque anni, siamo voluti andare a vedere a che punto sono questi due mega progetti.

In Copertina: Foto UNNCCD

 

Ad agosto 2026 si è svolta a Ulan Bator in Mongolia la COP 17 della Convenzione ONU per Combattere la Desertificazione. In questa occasione, la Vicesegretario generale delle Nazioni Unite Amina Mohammed ha affermato che, grazie agli sforzi compiuti nell'ambito dell'iniziativa dentro e anche al di fuori del suo corridoio originario, il progetto Great Green Wall (GGW) ha ripristinato oltre 20 milioni di ettari in Africa[1], inclusi cinque milioni di ettari rigenerati dagli agricoltori del Niger. Per Mohammed l'iniziativa si è evoluta, dall'idea di una semplice fila di alberi attraverso il Sahel, in una strategia più ampia che comprende anche il ripristino ambientale, la produzione alimentare, l'occupazione e le opportunità economiche.

Il progetto originario si proponeva di ripristinare 100 milioni di ettari di terreni degradati, sequestrare 250 milioni di tonnellate di carbonio e creare 10 milioni di posti di lavoro verdi entro il 2030[2]. Nell’articolo del 2001 riportavamo il dato di 15 milioni di ettari già ripristinati, principalmente in Etiopia. Ora le dichiarazioni ufficiali di cui sopra parlano di 20 milioni di ettari; quindi, solo il 20% dell’obiettivo prefissato è stato raggiunto quando mancano quattro anni alla scadenza del progetto nel 2030. L’iniziativa ha sofferto delle croniche difficoltà dei progetti multinazionali in Africa con tanti diversi donatori, alcuni dei quali spesso non hanno mantenuto gli impegni presi, un numero eccessivo di organizzazioni internazionali e nazionali (alcune create ad hoc) coinvolte nella gestione e nell’implementazione pratica del progetto.

Annah Lake Zhu, professore associato all’università di Wageningen in Olanda, ha pubblicato con i suoi collaboratori uno studio scientifico[3] in cui definisce il GGW africano un miraggio, sulla base anche di uno studio sul campo nel nord del Senegal, uno dei paesi che in altri articoli era stato considerato come uno dei più avanzati nel progetto. Lo studio ha riscontrato che le comunità rurali hanno tratto beneficio dal progetto a livello economico e sociale attraverso attività lavorative periodiche e servizi sociali. Tuttavia, le immagini satellitari e le osservazioni sul campo hanno mostrato un basso impatto ecologico a lungo termine, un mosaico di terreni riqualificati più che una vera e propria barriera di alberi[4]

Nel suo articolo la professoressa Lake Zhu si lancia in un attacco diretto a quello che chiama il “realm of spectacular”, riferendosi agli impegni finanziari, a volte non mantenuti, che vengono presi a livello globale da stati donatori e organizzazioni internazionali ma che rimangono nel “regno dello spettacolo" essendo concepiti più per il loro valore simbolico che per attuare azioni concrete. Gli alberi hanno soprattutto bisogno di acqua e di anni di cure dopo la piantumazione, mentre i brevi cicli di finanziamento dei progetti non forniscono i fondi necessari a lungo termine. Alcune campagne di piantumazione hanno avuto bassi tassi di sopravvivenza per l’assenza delle necessarie cure post show (avvicinandoci a casa nostra, forse a qualcuno può venire in mente l’inaugurazione fatta a inizio agosto dal comune di Roma di un “rifugio fito-bioclimatico”).

Diverse sembrano invece la tendenza ed i risultati del GGW in Cina, almeno da come ci vengono presentati da due articoli[5][6] pubblicati su Nature ad aprile 2026. Il progetto cinese – chiamato Three-North Shelterbelt – è stato iniziato nel 1978 ed è programmato per continuare fino al 2050, quindi con una durata totale di ben72 anni a confronto dei 23 anni di quello africano.

Il progetto prevede la creazione di un enorme patchwork di foreste e aree verdi nella Cina settentrionale, in un’area che copre il 40% del paese, con lo scopo principale di fermare l'avanzata dei deserti del Gobi e del Taklamakan stabilizzando il movimento della sabbia. Secondo i risultati illustrati nell’articolo, la copertura forestale nella regione interessata è quasi triplicata, dal 5% circa nel 1978 a poco meno del 14% nel 2023. L'area colpita da erosione del suolo è diminuita di due terzi. L'intensità e la frequenza delle tempeste di polvere sono diminuite, migliorando la qualità dell'aria nelle città sottovento come Pechino. Nonostante questi progressi, nel 2024 circa il 27% del territorio cinese era ancora classificato come deserto, con un calo di appena l'1,5% rispetto al 2014.

In ogni parte del mondo, le grandi marce del verde incontrano sempre delle difficoltà. Nelle zone più aride una parte degli alberi muore continuamente ed è necessario fare nuovi rimboschimenti. In alcune aree, la piantumazione di una singola specie ha reso le foreste vulnerabili alle malattie. Spesso si è prestata poca attenzione a quali specie arboree possano prosperare in un determinato luogo, considerando i limiti idrici. Gli agricoltori e i pastori ricevono in genere pochi incentivi per prendersi cura degli alberi che in alcuni casi vengono visti come concorrenti del loro bestiame per le scarse risorse.

Gli articoli su Nature indicano comunque che la Cina ha sicuramente esperienza e metodologie per la lotta alla desertificazione che possono essere utili ai paesi africani coinvolti nel GGW e che sta già portando avanti delle collaborazioni bilaterali con Etiopia, Mauritania e Nigeria[7]. I cinesi però promuovono un diverso approccio, non solo il ripristino della natura ma quello che chiamano un "eco-sviluppo" integrato con la costruzione di impianti. Tuttavia, essendoci in Africa casi documentati in molti settori (infrastrutture, sfruttamento di risorse minerarie, ittiche e forestali) in cui le attività bilaterali cinesi sono finite per produrre più vantaggi per chi offriva gli aiuti che per chi li riceveva, è difficile credere che l'impegno sia disinteressato.

Invece, uno degli obiettivi per le nazioni africane dovrebbe essere quello di dipendere meno dai finanziamenti dei donatori internazionali, specialmente in questo momento in cui molti paesi ad alto reddito, che finanziano gran parte del Great Green Wall africano, stanno operando tagli drastici agli aiuti internazionali allo sviluppo. Per fare questo cambiamento, i governi africani dovrebbero convincersi che il ripristino e/o l’aumento delle aree verdi non è un costo a fondo perduto, ma è un investimento. Ripristinare i terreni degradati, piantare e proteggere le foreste è importante quanto costruire altre infrastrutture, come abitazioni, strade e ferrovie. La vita umana non può prosperare senza aria pulita, acqua, suolo sano, vegetazione e un'abbondante biodiversità.

Un concetto che sulla carta è stato acquisito dall’Unione Europea con l’approvazione della Nature Restoration Law (Regolamento UE 2024/1991). Ora, i singoli paesi membri stanno preparando i piani di ripristino nazionali e si spera che l’Italia, con il coinvolgimento di due ministeri, vari enti e di “un'ampia gamma di attori” (come scritto nell’approccio nazionale italiano), non cada in perdite di tempo gestionali e nel “realm of spectacular”.

Luca Garibaldi

 

NOTE

[1] https://news.un.org/en/story/2026/08/1168198

[2] https://www.unccd.int/our-work/ggwi

[3] https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0264837725002042

[4] https://theconversation.com/africas-great-green-wall-is-stalling-in-senegal-very-few-planted-areas-show-progress-265409

[5] https://www.nature.com/articles/d41586-026-01102-w 

[6] https://www.nature.com/articles/d41586-026-01195-3

[7] https://link.springer.com/article/10.1007/s13280-026-02363-5