GREEN DEAL IN CRISI
Il Green Deal non sta raggiungendo i risultati ambientali globali che si proponeva per fronteggiare i cambiamenti climatici e fallisce soprattutto come piano di politica industriale europea che avrebbe dovuto guidare la transizione energetica mondiale. È ora di cambiare strada, virando verso obiettivi realistici e strategie capaci di valorizzare l’industria europea
In Copertina: Foto Pikpik
Non serve a molto vietare un motore, se l’industria non è ancora in grado di costruirne uno meno inquinante. Così come non puoi imporre a una fabbrica di ridurre le emissioni e poi sorprenderti se fatica a restare aperta. Per alcuni può risultare sorprendente, ma è questa la sottile differenza che intercorre tra una politica ambientale e una politica industriale; una differenza che l’Europa, dopo anni, fatica ancora a comprendere.
Partiamo dalle basi: nel 2019, il Green Deal nasceva con l’ambizione di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Un obiettivo nobile, spacciato per ciò che non era, cioè una politica industriale: l’Europa, ancora una volta, si è limitata a determinare una scadenza senza preoccuparsi di creare davvero le condizioni affinché questa potesse essere rispettata. Basta guardare all’automobile, il settore che forse racconta meglio questa contraddizione.
Nel 2023, l’Unione ha stabilito che dal 2035 le nuove auto vendute avrebbero dovuto azzerare le emissioni di CO₂ allo scarico: nei fatti, lo stop alle nuove auto a benzina e diesel tradizionali. Nel dicembre 2025, la Commissione ha proposto di ridurre l’obiettivo dal 100% al 90% e, il 20 ottobre 2026, tre gruppi dell’Europarlamento hanno concordato di scendere all’87,5%. In breve, in meno di tre anni l’Unione Europea sta iniziando a rendersi conto dell’assurdità ed inapplicabilità del piano. Meglio tardi che mai, ma la filiera ha già iniziato a presentare il conto: secondo CLEPA, l’associazione europea dei fornitori automobilistici, nel 2024-2025 sono stati annunciati 104.000 tagli occupazionali e quasi 19.000 nel primo semestre 2026.
Qualsiasi crescita ci sia stata, procede indubbiamente a una velocità ben diversa da quella immaginata dai legislatori europei: nel 2025, nonostante la crescita delle vendite, le auto elettriche rappresentavano ancora soltanto il 17,4% delle nuove immatricolazioni UE.
Se non bastasse il settore delle automobili, diamo un’occhiata anche a quelle filiere industriali sulle quali l’Europa aveva scommesso per guidare la transizione ecologica. Nel marzo 2025, Northvolt, quella che doveva diventare la risposta europea al dominio asiatico sulle batterie, è fallita in Svezia. E non è andata meglio nel fotovoltaico, dove Meyer Burger ha chiuso stabilimenti in Germania sotto la pressione della concorrenza cinese. Settori diversi, accomunati dalla stessa contraddizione: l’Europa ha cercato di imporre la domanda per le tecnologie della transizione, senza riuscire a garantirsi la capacità industriale necessaria a produrle.
Mentre Bruxelles moltiplicava obiettivi e standard, Pechino costruiva fabbriche, filiere, economie di scala. Oggi la Cina concentra circa l’85% della capacità produttiva della filiera fotovoltaica mondiale e l’80% di quella delle batterie agli ioni di litio. Per quanto possa sembrare comico, ciò significa che molte tecnologie destinate a liberarci dai fossili arrivano dal maggiore emettitore mondiale.
Nel 2025, la Cina ha prodotto il 29,5% delle emissioni mondiali di gas serra, contro il 5,8% dell’intera Unione europea. E mentre in Europa il carbone generava appena il 9,2% dell’elettricità, in Cina ne produceva ancora il 54%. Il maggiore produttore mondiale di pannelli solari e maggior emettitore mondiale alimentava dunque oltre metà del proprio sistema elettrico con il carbone.
Sarebbe comunque scorretto dire che la Cina vende rinnovabili senza usarle: ne installa più di chiunque altro, ma è proprio qui il punto. Pechino ha fatto della transizione un’opportunità industriale senza rinunciare a una fonte energetica centrale per il proprio sistema produttivo, mentre noi abbiamo imposto vincoli alla nostra industria prima di garantirle energia e condizioni di mercato competitive.
Il clima non conosce confini, mentre le fabbriche sì. Se una produzione lascia l’Europa verso Paesi che usano più carbone, l’Unione si pulisce la coscienza senza garantire alcuna riduzione delle emissioni globali, perdendo lavoro, investimenti e competenze.
Anche al di là di tutto questo, se voi foste un’impresa, decidereste di farlo nell’Europa di oggi? Basta vedere il costo stesso della produzione: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 le industrie europee energivore hanno pagato l’elettricità più del doppio delle concorrenti USA e quasi il 50% in più delle cinesi. Chiediamo a un imprenditore di decarbonizzare, innovare e investire, ma gli offriamo energia più cara. Poi ci indigniamo quando valuta di produrre altrove.
Il Clean Industrial Deal e le recenti iniziative europee cercano di riconoscere finalmente il problema, ma la correzione arriva dopo che gli obblighi hanno già orientato investimenti e scelte produttive.
La transizione ha senso se rende più pulita un’economia che continua a produrre. Altrimenti costruiremo un continente impeccabile nei suoi obiettivi e irrilevante nelle sue fabbriche: noi fissiamo gli standard, altri vendono gli impianti; noi contiamo le emissioni risparmiate, altri incassano i profitti.
Perché un’industria che chiude smette certamente di emettere. Ma smette anche di dare lavoro, di generare competenze, di produrre ricchezza. In breve, di far vivere un’economia.
*Carlo Minopoli è consulente in politiche pubbliche e finanza agevolata