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2026-02-18 16:12

Il Mercato dei Crediti di Carbonio: Cos’è, Cosa Non Va, Come Potrebbe Funzionare.

CARBON PRICING

di: 
Patrizia Feletig*

Dalle pagine di Milano Finanza dedicate alla COP30, l’autrice riprende e aggiorna per noi un articolo che spiega la funzione dei mercati dei crediti di carbonio per le politiche di decarbonizzazione, individua i rischi dell’ETS2 e valuta le proposte per un quadro internazionale di tariffazione delle emissioni.

In Copertina: © Kiara Worth/UN Climate Change

 

Uno dei punti di discussione più significativi alla COP30 a Belem, è stata l’attenzione rivolta ai mercati della CO2. Il Brasile, come presidente della Conferenza, ha fatto del prezzo del carbonio una priorità avanzando una proposta per un quadro internazionale di tariffazione delle emissioni climalteranti con regole flessibili per i paesi in via di sviluppo e alcune esenzioni per nazioni meno sviluppate. Il prezzo del carbonio rappresenta il barometro più sensibile della volontà nella lotta ai cambiamenti climatici. E quando i mercati del carbonio sono ben regolati, costituisce un acceleratore della decarbonizzazione essendo lo strumento più efficace nell’indirizzare nel modo più efficiente le risorse verso le tecnologie green con il maggior ritorno sull’investimento.

 

Carbon Pricing

Attualmente più di un quarto delle emissioni mondiali è coperto da strumenti di carbon pricing. Esistono 38 mercati del carbonio tra Europa, Cina, Canada, Giappone, Stati Uniti, Sud Corea, e un’altra ventina in abbozzo, tra cui il Brasile. E la tendenza è una forte espansione. La proposta brasiliana offre una spinta all’evoluzione dagli schemi regionali regolamentati non interrelati tra loro a un mercato globale libero del prezzo del carbonio. Parallelamente, questo ridisegno trasforma l’asset CO2 in una classe di attività emergente molto interessante nelle strategie di portafoglio di investimenti, dalle negoziazioni spot agli ETF.   

I carbon market si distinguono in due tipologie. I mercati regolamentati con permessi di emissione di carbonio (siano essi allowance o carbon tax) e mercati volontari con crediti/compensazioni di carbonio (carbon off-set). Entrambi titoli rappresentano l’equivalente di una tonnellata di anidride carbonica. I primi sono governati da meccanismi cogenti in cui le autorità stabiliscono dei limiti obbligatori alle emissioni per i settori ad alta intensità emissiva come energia, industria pesante, trasporto aereo e -più recentemente- il trasporto marittimo e le relative imprese devono acquistare permessi di emissioni pari alle loro emissioni eccedenti i limiti fissati.

 

ETS, European Trading  Scheme

Il modello a noi meglio noto è l’ETS, European Trading  Scheme, sistema ufficiale e obbligatorio istituito nel 2005, che limita le emissioni rilasciate direttamente in Europa emettendo un numero limitato di permessi (UEA, UE ETS allowance) per settore e aziende, annualmente rivisti a ribasso secondo il meccanismo cap-and-trade. I permessi sono assegnati tramite aste che determinano un prezzo del carbonio fluttuante in base alla domanda e offerta sul mercato. Oltre ai permessi rilasciati con le aste, chi avesse la necessità a coprire maggiori emissioni può acquistare ulteriori permessi da soggetti che ne hanno maturati in eccesso.

Attualmente, siccome le quote sono scambiabili, i costi di un soggetto A diventano i ricavi di un soggetto B. Attraverso la compravendita dei permessi assegnati con aste e a titolo gratuito, il profilo di “chi inquina paga” si combina con quello di “chi riduce CO2 viene remunerato”. Questo permette alle risorse di rimanere all’interno del sistema dei soggetti coinvolti e di minimizzare il costo marginale di abbattimento di emissioni di gas climalteranti. Il sistema ha generato complessivamente oltre 230 miliardi di euro in proventi di cui 38,8 solo nel 2024 grazie ai prezzi crescenti dei permessi di emissione. Questi sono redistribuiti per 2/3 ai bilanci degli Stati membri con l’obbligo di destinare almeno il 100% dei ricavi a scopi climatici ed energetici (anche se la tracciabilità sarebbe da perfezionare). In Italia, tra il 2012 e il 2024 le aste hanno generato oltre 15 miliardi di euro e secondo le elaborazioni del think tank ECCO solo il 9% è stato indirizzato per interventi di mitigazione climatica e transizione energetica. Nel 2022, con la fiammata del prezzo del gas, una parte dei fondi è servita a tamponare i rialzi delle bollette di famiglie e imprese.

Durante il 2025, il prezzo del UEA ha registrato particolare dinamismo, attestandosi in una forchetta tra i 60 e 85€, per effetto dei progressivi tagli all’offerta dei permessi legata al piano europeo Fit for 55 e al contempo dagli shock esterni derivanti da tensioni commerciali globali e spinte speculative. Inoltre, a partire dal 2026, non saranno più disponibili quote gratuite, quelle destinate a prevenire il fenomeno del trasferimento delle produzioni in paesi con normative ambientali meno stringenti (carbon leakage) . In previsione della strozzatura dell’offerta di permessi di emissione, le aziende hanno iniziato a fare acquisti anticipati mentre alcuni fondi d’investimento hanno scommesso sulla spinta rialzista dei prezzi fino a 120-130€/ton entro il 2030, accumulando posizioni lunghe. 

 

Il rinvio del ETS2 al 2027 e i ripensamenti sul CBAM

Inoltre, fino alla recente decisione della Commissione di ritardare l’entrata in vigore al 2027, all’orizzonte incombeva l’ETS2. Questo meccanismo estende la tariffazione del carbonio a settori che contribuiscono in modo significativo alle emissioni ma rimasti esclusi dall’ETS originale: edilizia (riscaldamento e raffreddamento) e trasporto stradale (carburanti per veicoli). Importatori, grossisti, distributori, importatori di benzina, diesel, metano, olio combustibile, devono acquistare quote per le emissioni di CO2 prodotte dai carburanti che vendono. La maggiorazione è traslata sul prezzo pagato dal cliente finale alla pompa di benzina o nelle bollette di riscaldamento.  Si stima un impatto sui bilanci familiari +13 c€/litro di benzina e gasolio e +10 c€/mc di gas.

Nella versione ETS2, evapora il principio di efficienza garantito dal mercato. Attraverso aste gli Stati raccolgono gli introiti dei permessi assegnati a titolo oneroso e li rigirano in parte all’Unione Europea per destinarli al social climate fund, all’innovation fund per la modernizzazione. Da strumento di mercato diventa prelievo fiscale, similarmente alla controversa carbon tax per adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM). Di fatto, un dazio che entra nella sua fase definitiva al prossimo 1° gennaio, ufficialmente finalizzato a proteggere la competitività delle imprese europee da concorrenti in economie più permissive in termini di standard ambientali ma utile a incentivare altri paesi a introdurre propri sistemi di tariffazione del carbonio. Invece di lasciare che sia l’UE a riscuotere i proventi del carbonio alla frontiera perché non incassarli direttamente? Difatti la Cina ha rafforzato il proprio mercato regolamentato del prezzo del carbonio, imitata da Thailandia ed Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, il CBAM è criticato sia da parte della manifattura europea che considerato penalizzante dai paesi in via di sviluppo e sarà oggetto di revisione.

 

Tornano i crediti di carbonio internazionali?

Un numero crescente di paesi sta integrando nei propri sistemi regolamentati di quote di carbonio, il mercato volontario dei crediti di CO2 derivanti da progetti di riduzione e rimozione di CO2. Di fatto il soggetto acquirente di crediti bilancia parte delle sue emissioni in patria con progetti di decarbonizzazione in paesi terzi. Questa “delocalizzazione” per ridurre o evitare emissioni nocive può assumere la forma di un progetto di riforestazione, energie rinnovabili, biofuel, cattura della CO2. Questi meccanismi flessibili introdotti dal Protocollo di Kyoto non hanno, in passato, registrato particolare successo a causa del loro abbandono da parte degli Stati Uniti, Canada e Australia e per alcuni episodi di greenwashing e doppio conteggio che hanno minato la fiducia nell’integrità delle riduzioni che devono essere reali e permanenti. Superati in seguito con l’affermazione di diversi standard di certificazione internazionali.

L’Unione Europea – che li aveva esclusi dal 2013 – sta discutendo la reintroduzione dei crediti di CO2 internazionali per abbattere i costi della transizione e favorire un approccio tecnologicamente e geograficamente neutrale. Nelle negoziazioni pre-COP30, l’accordo raggiunto dagli Stati dell’UE conferma il target 2040 di 90% di riduzione delle emissioni rispetto al 1990, considerando però la possibilità per i paesi membri di coprire fino al 5% (con possibilità di raddoppiare) il calo delle emissioni con progetti ambientali in Paesi terzi certificati tramite crediti internazionali di CO2 di qualità. In pratica, esternalizzando la decarbonizzazione in un paese meno sviluppato e con processi industriali a più alta intensità carbonica, diventa possibile per uno Stato UE abbassare all’80% il taglio delle emissioni al 2040.

 

La proposta del Brasile per un accordo multilaterale  

In qualità di padrone di casa dell’ultima COP, il Brasile ha fatto pressione per promuovere un quadro internazionale per la tariffazione del carbonio basato su un accordo multilaterale. Nei prossimi 12 mesi i negoziatori climatici brasiliani si mobiliteranno per convincere più paesi ad aderire a una nuova coalizione con un accordo su una serie di regole di base per guidare l’interazione tra i sistemi mondiali di determinazione del prezzo del carbonio e consentire una maggiore flessibilità ai paesi in via di sviluppo.

 

In conclusione

Prezzare il carbonio è uno strumento idoneo per decarbonizzare in modo efficiente i settori in cui esistono delle alternative tecnologiche più green. Tuttavia, non vanno sottaciuti i limiti del sistema:

- non sempre il presupposto dello switch tecnologico è realizzabile come nel trasporto marittimo o nelle industrie della ceramica, acciaio, cemento, in cui il gas è parte integrante dei fattori produttivi del processo manifatturiero;

- anche nel settore della generazione elettrica dove esistono tecnologie pulite mature, l’attuale meccanismo di formazione del prezzo  all’ingrosso trasferisce l’incidenza dell’ETS anche sul prezzo di fonti pulite come rinnovabili e nucleare;

- la finanziarizzazione del mercato del carbonio in mano a fondi e trader espone a rischi di segnali di prezzo distorsivi e bolle speculative.

- l’entrata in vigore dell’ETS-2 (rimandato al 2027) che estende il mercato del carbonio a trasporti ed edifici comporta un aumento tra 200-230€ della bolletta energetica annua delle famiglie.

Si auspica pertanto una riformulazione del meccanismo UE dei permessi di emissione in un’ottica non penalizzante per l’industria europea: salvaguardando i segnali di prezzo, armonizzando le condizioni rispetto ai concorrenti extra europei e garantendo una transizione giusta ossia non eccessivamente onerosa per famiglie e PMI.

 

*Patrizia Feletig è giornalista e divulgatrice