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2021-03-03 13:48

Intanto il Bosco Cresce con l’Abbandono

TUTELA DEL PAESAGGIO E DEL SUOLO AGRICOLO

di: 
Giovannangelo Montecchi Palazzi

L’aumento di circa 5,2 milioni di ettari di boschi e l’abbandono di altri 1,9 milioni non più coltivati costituiscono un fenomeno imponente che, sotto il profilo naturalistico, rappresenta un autentico “dono”. Ma l’espansione “naturale” e incontrollata ha anche risvolti negativi per gli stessi boschi quali incendi, attacchi di parassiti, bufere di vento, dissesto idrogeologico, perdita di paesaggio e di biodiversità. E nessuno se ne occupa.

Il 21 marzo scorso, in occasione della Giornata mondiale delle foreste, il CREA, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, ha fornito un aggiornamento sulla situazione dei boschi in Italia che, accanto a dati sicuramente positivi, non può non indurre a riflessione chi abbia sensibilità ambientale. Decenni di progressivo abbandono delle attività agricole, soprattutto nelle zone collinari e montane, hanno fatto sì che l’Italia sia diventata sempre più verde. La superficie boschiva ha raggiunto 11 milioni di ettari – pari al 36% del territorio nazionale - e continua a crescere al ritmo di 28.000 ettari l’anno.

Per contro la SAU, superficie agricola utilizzata, pari a 12.4 milioni di ettari, continua a ridursi. Se si considera che ancora nel 1960 la SAU era di 20,9 milioni di ettari ed i boschi coprivano 5,8 milioni di ettari, si ha una misura di quanto profondamente siano cambiati il paesaggio rurale e l’agricoltura italiana sotto la spinta di due fattori. Innanzi tutto il profondo mutamento strutturale dell’economia che ha trasferito circa sette milioni di lavoratori dall’agricoltura all’industria e ai servizi con le conseguenti opere di urbanizzazione (residenze, insediamenti produttivi e commerciali, infrastrutture) che hanno sottratto circa 1,3 milioni di ettari alla SAT, superficie agricola totale. In secondo luogo la riduzione dal 1960 ad oggi dei prezzi dei prodotti agricoli in termini reali e ancor più in termini relativi, cioè di ragioni di scambio, che, unita alle poco favorevoli condizioni morfologiche del territorio nazionale (23% pianura, 42% collina, 35% montagna), ha portato all’abbandono di circa ulteriori 1,9 milioni di ettari di terreni marginali non più utilizzabili in condizioni di accettabile redditività.

L’aumento di circa 5,2 milioni di ettari di boschi e l’abbandono di altri 1,9 milioni non più coltivati costituiscono un fenomeno imponente che sotto il profilo naturalistico rappresenta un autentico “dono”, involontario ma concreto, che si manifesta sotto vari aspetti. Forse quello più evidente è la ripresa dell’avifauna che ancor pochi decenni or sono era confinata nei parchi nazionali e in alcuni angoli remoti del territorio. Cinghiali e caprioli si sono moltiplicati fino a procurare seri danni alle colture. Lupi, istrici, aquile sono tornati a popolare gli Appennini, mentre ci si interroga sulla sopravvivenza e il recupero di specie chi si ritenevano estinte, come linci e lontre, o pressoché estinte come i grifoni. Sotto il profilo idrogeologico oltre 5 milioni di ettari di copertura boschiva addizionale, sia pure non ottimale come indicato in seguito, contribuiscono a mitigare il rischio di frane e alluvioni e ad assorbire CO2 dall’atmosfera.

Un “dono” all’ambiente involontario eppure imponente, ma anche ignorato, trascurato e mal utilizzato. Ignorato inconsapevolmente dalle giovani generazioni cui la rapidità del cambiamento ha tolto i termini di paragone, ma, purtroppo, anche trascurato da chi dovrebbe avere una più attenta consapevolezza ambientale e, di conseguenza, mal utilizzato.

L’espansione delle superfici boschive è, infatti, in larghissima misura un fenomeno spontaneo e incontrollato. Solo 1.700 ettari l’anno su 28.000 sono dovuti a rimboschimento ad opera dell’uomo. Il rapporto del CREA sottolinea la mancanza di un’attività di pianificazione e gestione del patrimonio forestale, per non parlare di un’attenta e diffusa sensibilità ambientale, evidenziando come solo il 15% delle proprietà forestali abbia un piano di gestione. Segnala anche come l’espansione “naturale” e incontrollata abbia degli aspetti negativi per gli stessi boschi quali incendi (nel 2014 oltre 17.000 ettari sono stati percorsi dal fuoco), attacchi di parassiti o bufere di vento, ma anche per l’assetto idrogeologico del territorio, il paesaggio e la stessa biodiversità.

Sviluppare il potenziale inespresso del patrimonio forestale italiano riqualificando milioni di ettari è, tuttavia, un compito molto impegnativo e di lungo periodo. A parere di chi scrive si tratta di un processo innanzi tutto di informazione e culturale e in secondo luogo colturale ed economico. Far conoscere, specie a chi è nato e vissuto in città, il grande “dono” naturale di 11 milioni di ettari di boschi, il loro potenziale naturalistico e ricreativo. Quindi far in modo di sviluppare sinergie tra valorizzazione degli ecosistemi, turismo ed economia agricola, attività che non sono necessariamente antitetiche come alcuni ritengono, ma complementari se i loro rapporti sono fondati su basi di competenza e concretezza. In tal senso parecchio è stato fatto, molto resta da fare.

Quanto al turismo, si sono sviluppate forme non aggressive, diverse dal possesso/lottizzazione del territorio, come avvenuto in passato in alcune tradizionali stazioni montane. Escursionismo e agriturismi possono convivere con la natura e col loro apporto economico contribuire a combattere l’abbandono dei terreni marginali ed il loro rinselvatichimento incontrollato.

Sotto il profilo normativo l’Italia applica norme restrittive. Il rapporto CREA segnala come l’87% dei boschi è soggetto a vincolo idrogeologico, il 100% a vincolo paesaggistico e circa un terzo a quello naturalistico (aree protette e siti Natura 2000). Il prelievo del legname dai boschi utilizzabili si limita al 35% dell’incremento della massa legnosa. La fiscalità di base è leggera, specie per i terreni montani cui non si applica l’IMU agricola.

Dal canto suo l’agricoltura professionale ha fatto parecchi progressi. In primo luogo dal 1960 ad oggi ha compensato la perdita di 8,5 milioni di ettari di SAU raddoppiando le rese per ettaro, cosicché pur avendo diminuito di circa il 40% la pressione sul territorio continua a produrre circa il 70% dei prodotti alimentari consumati nel nostro Paese, nel frattempo aumentati in quantità, qualità e sicurezza. Dal 1970 al 2010 l’agricoltura ha aumentato la produttività del 350% contro il 200% del resto del sistema economico. Inoltre ha ridotto l’impronta chimica, soprattutto per quanto riguarda i fitofarmaci dei quali un tempo si faceva uso sconsiderato [1], ma anche mediante un uso più attento dei fertilizzanti [2]. Le emissioni in atmosfera, che rappresentano il 7,5% delle emissioni nazionali, sono in diminuzione, complici la riduzione delle superfici e del numero dei capi allevati, ma anche grazie al cambiamento delle tecniche produttive [3]. I continui progressi della genetica e delle tecniche colturali promettono ulteriori miglioramenti.

Restano, tuttavia, e si aggravano le difficoltà economiche delle aziende montane e di alta collina prima causa della continua diminuzione della SAU. Difficoltà che i circa 10 milioni di metri cubi di legname tagliati ogni anno mitigano limitatamente. La modestia delle riforestazioni ad opera dell’uomo (solo 1.700 ettari l’anno) sta a dimostrare come il forte investimento iniziale, gli oneri di gestione ed i tempi lunghi di maturazione delle fustaie rendano tale attività non attraente sotto il profilo economico salvo in alcune zone, quasi tutte del Nord, ove la filiera forestale è già ben sviluppata e gli abbattimenti periodici a regime. Ad aggravare il problema concorre il frazionamento delle proprietà e la conseguente ridotta dimensione aziendale: nonostante il fatto che in dieci anni il numero di aziende sia passato da 2,3 a 1,4 milioni e che il 42% della SAU sia coltivata in affitto [4] la dimensione media nazionale è ancora di 8,4 ettari contro i 24 della Spagna, i 54 della Francia e i 56 della Germania. In montagna probabilmente la dimensione media si aggira sui 15 ha. Si stima che il 90% delle aziende abbia un fatturato annuo (si noti: fatturato non reddito operativo) inferiore a € 50.000.

Date le condizioni di contesto – morfologia sfavorevole, dimensioni aziendali inadeguate, ragioni di scambio in calo nel lungo periodo, fiscalità già ridotta, progressiva contrazione dei contributi della PAC, Politica Agricola Comune della UE – le difficoltà economiche delle aziende agricole montane e di alta collina potranno essere mitigate solo attraverso nuove attività come la valorizzazione dell’offerta ricreativa, la trasformazione aziendale dei prodotti agricoli e i possibili servizi agli ecosistemi, facili da individuare, ma purtroppo assai meno da finanziare e retribuire. Allo stato attuale si stima che tali attività contribuiscano a meno del 5% del fatturato del settore.

In ogni caso, indipendentemente dai contesti specifici, gli agricoltori sono e debbono continuare sempre di più ad essere difensori dell’ambiente. Contrariamente a quanto alcuni ritengono, l’agricoltura professionale ben praticata, contenendo la “pressione sulla terra” è il principale fattore di protezione ambientale esistente. Per quanto riguarda l’Italia lo dimostrano le cifre anzi riportate, ma il fenomeno ha valenza mondiale [5].

Quanto agli ambientalisti, chi scrive, certamente influenzato da esperienze personali sul campo, ritiene che ad alcuni di loro e all’ambiente gioverebbero un po’ più di concretezza e un po’ meno preconcetti. A tal fine sarebbe opportuno rivedere alcuni ideologismi romantici che all’ambiente fanno più danno che bene e inaspriscono i rapporti con chi in campagna vive e lavora.  Gli esempi non mancano [6].

Piaccia o meno ad entrambe le categorie, ecologisti ed agricoltori sono condannati a convivere sul campo e dalla qualità dei loro rapporti dipenderà in larga misura la qualità del nostro ambiente. In tal senso il problema è culturale prima ancora che colturale.

Ma, come sopra accennato, il problema di fondo è la scarsa informazione, l’ignoranza per non dire il disinteresse da parte dei media, del pubblico e, di conseguenza, della classe politica.

Non può, infatti, non stupire come il rinselvatichimento del 43% del territorio italiano, costituito da 11 milioni di ettari di boschi e da 1,9 milioni di ettari incolti, susciti molta meno attenzione del consumo del suolo.

Secondo la quinta edizione del Rapporto sul Consumo del Suolo realizzato dall’Istituto Nazionale di Urbanistica, Legambiente e Politecnico di Milano, dagli anni cinquanta ad oggi il suolo consumato è passato dal 2,7% (0,8 milioni di ettari) al 7% (2,1 milioni di ettari) con un aumento complessivo di circa 1,3 milioni di ettari ed una perdita media di circa 22.000 ha l’anno. Peraltro, come risulta dal medesimo rapporto, il naturale rallentamento dei processi di urbanizzazione e infrastrutturazione prodotti dai profondi mutamenti economici e sociali della seconda metà del secolo scorso e l’influenza della crisi economica hanno fatto sì che dal 2007 al 2012 si siano persi 3.000 ettari l’anno. Per contro, secondo il Rapporto dell’ISTAT sulla struttura delle aziende agricole italiane, dal 2010 al 2013 la SAU si è ridotta del 3,3%, pari a quasi 140.000 ettari l’anno.

Certamente il consumo del suolo, essendo pressoché irreversibile, è cosa diversa dalle variazioni d’uso della superficie agricola e l’obiettivo di ridurlo anche riutilizzando e riqualificando edifici e strutture esistenti è assolutamente lodevole e condivisibile.

Tuttavia è incontestabile che per la finalità di produrre “servizi ecosistemici, anche in funzione della prevenzione e della mitigazione degli eventi di dissesto idrogeologico e delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici” invocata dal DDL anzi citato il 43% del territorio nazionale mal gestito, cui si sommano ogni anno 140.000 ettari, faccia premio sul 7% del territorio cui si sommano 3.000 ettari l’anno. Una verità sulla quale sarebbe opportuno che chi ha sensibilità ambientale e responsabilità politico-amministrative dovrebbe riflettere.

 

NOTE

[1] Nel decennio 1999 -2009 la quantità di prodotti fitosanitari utilizzata è calata, nel suo complesso del 6,8%, ma quella dei prodotti molto tossici o tossici si è ridotta di oltre la metà (- 63,5%)

[2] Rispetto al triennio 1998-2001 nel 2010-2013 è stato ridotto del 36% l’impiego dei concimi minerali di sintesi, responsabili in alcuni casi di fenomeni di inquinamento, e aumentata del 250% la distribuzione di ammendanti e correttivi con una riduzione del 12 delle quantità complessive dei fertilizzanti impiegati

[3] Dal 1990 al 2012 si sono ridotte del 16%

[4] L’affittanza è lo strumento meno oneroso e flessibile di ricomposizione fondiaria. Ciò nonostante la legislazione italiana tende a scoraggiarla e la penalizza sotto l’aspetto fiscale mentre le norme PAC escludono i terreni in affitto dai contributi per la valorizzazione strutturale. Il contrario di quanto sarebbe opportuno

[5] Nel 2001 l’economista Indur M. Goklany osservava che se nel 1998 si fossero mantenute le rese produttive medie del 1961 per alimentare gli allora 6 miliardi di abitanti del pianeta sarebbero serviti 3,2 miliardi di ettari anziché gli 1,5 miliardi effettivamente coltivati. Sono stati così “salvati” 1,7 miliardi di ettari - pari a circa 56 volte la superficie dell’Italia e a oltre 130 volte la sua SAU oppure dal 44% al 48% della superficie terreste ritenuta coltivabile, stimata tra 3,8e 3,5miliardi di ettari.  Sarebbe interessante aggiornare tali dati oggi che abbiamo superato i 7 miliardi di abitanti e quando saremo 9 miliardi.

[6] Il divieto di abbattere i cani rinselvatichiti che a branchi spaventano gli escursionisti, fanno strage di piccoli caprioli e, incrociandosi coi lupi, finiranno per estinguerne rapidamente per imbastardimento la sottospecie italiana. Le restrizioni alla caccia ai cinghiali che, essendosi perlopiù incrociati con i più prolifici suini domestici, si sono moltiplicati al punto da creare seri danni alle colture e minacciare parimenti la sopravvivenza della sottospecie mediterranea ormai ridotta alle tenute presidenziali di Castelporziano e San Rossore e alla Sardegna. L’obbligo di distruggere le carogne degli animali d’allevamento anche se morti in aperta campagna in località impervie che certo non aiuta la sopravvivenza dei grifoni. Ma forse l’esempio più eclatante è quello della tenace opposizione animalista al controllo delle nutrie, animali estranei al nostro habitat che si sono moltiplicati a dismisura, inseriti nella lista delle 100 specie più invasive dalla IUCN - International Union for the Conservation of Nature (più nota per la sua “Red list of ThreatenedSpecies”), riconosciuti nocivi solo nel 2014. Le nutrie, oltre a danneggiare seriamente con le loro tane gli argini dei fiumi e dei canali irrigui non ancora cementificati, sono grandi divoratrici di piante acquatiche e minacciano gli habitat delle residue zone umide.