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2019-07-22 17:17

Il Cerchio si Chiude. Ma Solo al Nord

RAPPORTO SUL RECUPERO ENERGETICO DA RIFIUTI IN ITALIA

Utilitalia (la Federazione delle imprese di acqua, ambiente ed energia) ha presentato a Roma, lo scorso 10 aprile, il Rapporto sul recupero energetico da rifiuti in Italia, realizzato in collaborazione con il Centro Nazionale dei Rifiuti e dell’Economia Circolare dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), da cui risulta che nel nostro paese sono presenti 142 impianti di digestione anaerobica della frazione organica e dei fanghi di depurazione e 37 inceneritori, quasi tutti al Nord. “È necessaria una strategia nazionale che limiti il trasporto fra diverse regioni e le esportazioni, abbattendo le emissioni di CO2”, hanno affermato i rappresentanti di Utilitalia, sottolineando come vi sia, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, una carenza impiantistica e come, se non si inverte questa tendenza, il nostro paese continuerà a ricorrere in maniera eccessiva allo smaltimento in discarica, che attualmente ammonta al 23%, mentre le direttive Ue impongono di scendere sotto al 10% entro il 2035. “Aumentare la capacità di trattamento degli impianti è quindi fondamentale per chiudere il ciclo dei rifiuti”, ha sostenuto Utilitalia nel corso della presentazione, “perché la raccolta differenziata produce scarti che vanno smaltiti nella maniera ambientalmente più corretta e perché il recupero energetico – con conseguente produzione di energia rinnovabile – evita lo smaltimento in discarica”.

Pubblichiamo uno dei testi introduttivi del Rapporto che illustra in modo essenziale il ruolo della termovalorizzazione nell’economia circolare secondo la UE.

Sul ruolo della termovalorizzazione dei rifiuti nell’economia circolare si è espressa la Commissione europea attraverso la Comunicazione del 26/01/2017 n. 34 che, in linea con i principi e gli obiettivi dell’economia circolare, chiarisce come debba essere inserita questa forma di gestione, messa in atto per i soli rifiuti non riciclabili, nell’ambito dell’applicazione della gerarchia di gestione indicata dalla direttiva 2008/98/CE. La comunicazione individua i principali processi di termovalorizzazione:

• co-incenerimento dei rifiuti in impianti di combustione (ad esempio centrali elettriche) e nella produzione di cemento e calce;

• incenerimento di rifiuti in impianti dedicati;

• digestione anaerobica di rifiuti biodegradabili;

• produzione di combustibili solidi, liquidi o gassosi ricavati dai rifiuti;

• altri processi, compreso l’incenerimento indiretto a seguito di pirolisi o gassificazione.

 La Commissione Ue precisa che questi processi hanno impatti ambientali differenti e occupano posti diversi nella gerarchia dei rifiuti. Infatti, i processi di termovalorizzazione comprendono operazioni di trattamento dei rifiuti molto diverse, che vanno dallo smaltimento e dal recupero al riciclaggio. Ad esempio, i processi come la digestione anaerobica che determinano la produzione di un biogas e di un digestato sono considerati un’operazione di riciclaggio dalla normativa Ue in materia di rifiuti. Dall’altro canto, l’incenerimento dei rifiuti con scarso recupero di energia è considerato una forma di smaltimento. In mezzo si collocano le operazioni di incenerimento e co-incenerimento dei rifiuti con forte recupero di energia e il ritrattamento dei rifiuti in materiali da usare come combustibili solidi, liquidi o gassosi. 

Un passaggio significativo della Comunicazione è rappresentato dal fatto che la Commissione afferma che, nel pianificare la costruzione di impianti di termovalorizzazione dei rifiuti, i singoli Stati dovrebbero tenere in “attenta considerazione” anche “le capacità esistenti o pianificate in Paesi limitrofi”. Vengono, quindi, in alcuni casi giustificate le spedizioni transfrontaliere di rifiuti che potrebbero contribuire a un impiego ottimale delle capacità già disponibili in alcuni Stati membri. Questo approccio risulta non in contrasto con il principio di prossimità su cui si fonda la normativa dell’Ue in materia di rifiuti purché sia utilizzato a valle di un’analisi del ciclo di vita con lo scopo di garantire che non vi sia un aumento degli impatti ambientali complessivi, compresi quelli del trasporto di rifiuti.

Nella Comunicazione viene, anche, ribadito che per sostenere la transizione a un’economia circolare, il finanziamento pubblico della gestione dei rifiuti, a livello sia nazionale sia di UE, dovrebbe essere coerente con l’obiettivo di applicare in modo più diffuso la gerarchia dei rifiuti. A livello comunitario la transizione a sistemi più sostenibili di gestione dei rifiuti beneficia di sostegno finanziario, principalmente tramite il cofinanziamento dei Fondi per la politica di coesione, il cui utilizzo comporta il rispetto di pre-condizioni per garantire che i nuovi investimenti nel settore dei rifiuti siano conformi ai piani di gestione dei rifiuti stabiliti dagli Stati membri per prepararsi a conseguire gli obiettivi di riutilizzo e riciclaggio. Pertanto, gli investimenti in impianti di trattamento dei rifiuti residui (ad esempio capacità di incenerimento aggiuntive) potrebbero essere concessi soltanto in casi limitati e ben giustificati, laddove non sussista il rischio di sovraccapacità e gli obiettivi della gerarchia dei rifiuti siano pienamente rispettati. La Commissione Europea distingue, inoltre, gli Stati Membri che dipendono in misura eccessiva dall’incenerimento dei rifiuti urbani da quelli con capacità di incenerimento esigue o nulle. Per i primi invita ad adottare misure finalizzate a:

• introdurre o aumentare le imposte sull’incenerimento, specialmente per i processi a basso recupero di energia, garantendo al contempo che le imposte sulle discariche siano più elevate;

• abolire gradualmente i regimi di sostegno per l’incenerimento dei rifiuti e, se del caso, reindirizzare gli aiuti verso processi che occupano posti più alti nella gerarchia dei rifiuti;

• introdurre una moratoria sui nuovi impianti e smantellare quelli più vecchi e meno efficienti. Nel secondo caso gli Stati membri dovrebbero adottare una prospettiva di lungo termine e prendere in attenta considerazione i seguenti fattori:

• l’impatto degli obblighi di raccolta differenziata esistenti e proposti e degli obiettivi di riciclaggio sulla disponibilità di rifiuti per alimentare il funzionamento di nuovi inceneritori nel corso del loro ciclo di vita (20-30 anni);

• la disponibilità di capacità di co-incenerimento in impianti di combustione e in forni per calce e cemento o in altri processi industriali idonei;

• le capacità esistenti o pianificate in Paesi limitrofi.

L’Italia, secondo i dati ISPRA, si colloca in una fascia intermedia rispetto agli scenari delineati dalla Comunicazione; infatti, nel 2017, avvia ad incenerimento il 18% del totale dei rifiuti urbani prodotti, mentre smaltisce in discarica ancora il 23%. Le percentuali di smaltimento in discarica rimangono ancora alte nonostante i notevoli progressi registrati nel quinquennio 2013/2017 nel quale si è registrata una diminuzione in quantità del 36,5%. Risulta, invece, residuale l’incenerimento dei rifiuti speciali (non di origine urbana) che interessa solo lo 0,9% della quantità dei rifiuti prodotti nell’anno 2016, cui si aggiunge l’1,5% di rifiuti recuperati come fonte di energia.

Si sottolinea infine che, nell’ambito del Pacchetto dell’Economia Circolare, la direttiva quadro Rifiuti all’Art. 11a e la Direttiva Imballaggi all’articolo 6a hanno previsto che per il calcolo dei target di riciclaggio, rispettivamente dei rifiuti urbani e dei rifiuti di imballaggio, possono essere considerati i metalli recuperati dopo l’incenerimento dei rifiuti urbani a condizione che i metalli riciclati rispettino i criteri qualitativi riportati in un atto delegato che deve essere emanato dalla Commissione entro il 31 marzo 2019.