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2020-07-10 01:21

Il “modello Argentina”? Oibò

I RIFIUTI DI ROMA

di: 
Alfredo De Girolamo*

Pubblichiamo questo articolo uscito su “l’Unità” il 19 settembre 2013 in cui si critica lo slogan “Rifiuti zero”. Peccato che nel fare questo l’autore cada in una trappola analoga: quella di “Discarica zero”, anch’essa irrealizzabile. A meno che non si intenda esportare tutti i rifiuti; con il che lo slogan “Discarica zero” significherebbe solo che i numeri stanno da un’altra parte.

Il dibattito pubblico sul tema rifiuti è spesso caratterizzato da argomenti fantasiosi distanti dalla realtà, usati talvolta dalla politica per non affrontare e risolvere problemi concretissimi, sostituendo le decisioni con la propaganda. A questo proposito, le argomentazioni lette su alcuni quotidiani nei giorni scorsi secondo cui il Comune di Roma stava valutando di voler superare la crisi ormai drammatica nella gestione dei rifiuti urbani, adottando il “modello Buenos Aires” mi ha lasciato una sensazione di stupore e di preoccupazione.

Provo a raccontare quanto visto con i miei occhi a Buenos Aires dopo vari incontri con rappresentanti dell’amministrazione della città, della provincia e del governo nazionale. Buenos Aires è una città che conferisce la quasi totalità della basura che produce in una gigantesca discarica ad alcune decine di chilometri dalla capitale, gestita in modo sommario, tanto da far sembrare alcuni dei più critici siti italiani un esempio di modernità. Per le attività di riciclaggio, senza alcun atto formale dell’amministrazione, la città si affida alle attività dei recicladores informales, privati cittadini che dalle 20 a tarda notte svuotano a mani nude i cassonetti pubblici stradali ed estraggono – con cura e capacità, va detto – materiali riciclabili come carta, vetro, plastica e metalli, vendendoli sul mercato.

Un’attività clandestina tollerata dall’amministrazione pubblica, perché garantisce comunque posti di lavoro anche se, diciamo così, “informali”. Un’attività su cui pesano alcune ombre legate alla possibile esistenza di un raket che organizza questo lavoro e garantisce gli sbocchi di mercato. Questo è oggi nella realtà e non nei sogni il “modello Buenos Aires”, e credo che il Comune di Roma non voglia seguire questo esempio. Anche perché ci sono eccellenti modelli di corretta gestione dei rifiuti molto più vicini.

Le principali città europee – Vienna, Berlino, Amsterdam, Stoccolma, Copenaghen – offrono modelli molto adatti ad una capitale come Roma: 50% riciclaggio e 50% recupero energia con “discarica zero”. Non “rifiuti zero”, bensì “discarica zero”.

E anche in Italia ci sono esempi virtuosi cui ispirarsi, per passare dall’attuale 20% di raccolta differenziata al 50% come fanno città grandi quali Torino, Firenze, Bologna. Per quanto riguarda Roma, una città come la Capitale può e aggiungerei deve risolvere, visti i gravi ritardi, i suoi problemi guardando ad esperienze vere e concrete più vicine, compiendo scelte realistiche ed evitando il rischio di cadere nella facile propaganda.

 

*Presidente Confservizi Cispel Toscana

commento a Rosa Filippini

Per quanto riguarda la questione della "Discarica zero" penso che una quantità residuale, per quanto piccola essa sia, è sempre diversa da zero. Capisco il messaggio di Rosa Filippini ma credo che introdurre una precisione di linguaggio sia un obiettivo da raggiungere per cercare di diminuire la confusione e l'informazione speciosa che spesso imperversano.
Concordo al tempo stesso con Rosa Filippini circa l'interesse e la caratteristica esemplare dell'articolo.

discarica zero

Bellissima la lettera di Di Girolamo all'Unità. Sbagliato il commento del sommario redazionale. Infatti, in questo caso, l'espressione "discarica zero" è usata come artificio polemico contro coloro che usano l'espressione "rifiuti zero" e finiscono per riempire le discariche e persino le strade. E' vero che anche le discariche servono, ma dovrebbero servire per usi residuali. "Zero" rispetto a quello che avviene oggi.....