Oggi:

2024-04-25 14:05

Aiutateci a Proteggere la Montagna del Mitico Marmo di Carrara

PARCO DELLE APUANE

di: 
Angela Giudiceandrea*

Gli Amici della Terra della Versilia spiegano che succede nel Parco delle Alpi Apuane a causa di un’industria estrattiva che sta visibilmente distruggendo una vasta porzione della montagna e invitano i lettori a partecipare ad una raccolta fondi per aiutarli a non arrendersi alla devastazione.

Immagine di Copertina: Area delle Cervaiole nel 1960 e nel 2014. Dalla pagina Facebook "Alpi Apuane: le montagne che scompaiono”


Il Parco delle Alpi Apuane nasce con la Legge Regionale 5 del 1985 ed una superficie   di 54.000 ettari, in seguito più che dimezzata agli attuali 20.598 con la LR 65/1997, che ha consentito all'interno del Parco le aree di cava o “aree contigue di cava”.

 

Il Parco e… le cave di marmo

Una scelta che è stata mantenuta nonostante tutte le cave presenti nel Parco, oggi, risultino in violazione di:

  • diversi commi dell'art.142 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio del 2004;
  • il Codice dell'Ambiente del 2006, che vieterebbe l'apertura di cave in prossimità di sorgenti;
  • la recente legge nazionale sugli usi civici (2017) che non prevede l'attività estrattiva in territori di proprietà comunale e/o di uso civico, mentre tutte le cave in Apuane sono in territori di uso civico o comunali.

Inoltre, le aree estrattive costituiscono una frammentazione per le Zone di Protezione Speciale (ZPS) e per le Zone Speciali di Conservazione (ZSC) della Rete Natura 2000, tutelate a livello europeo, sotto le quali si intende di scavare. Un'attività che distruggerà le cavità carsiche che raccolgono l'acqua indispensabile alla sopravvivenza degli ecosistemi ed al fabbisogno delle comunità montane e costiere.

Il sistema carsico delle Apuane ha infatti costituito, finora, il sistema di falde sotterranee più ricco della Toscana. Un patrimonio che, aggredito dall'estrattivismo, è anche soggetto ad un crescente degrado per l'inquinamento dovuto ai fanghi della marmettola e agli oli lubrificanti delle attrezzature di scavo non correttamente smaltiti.  Nel 2022, il villaggio di Forno è rimasto 10 giorni senza acqua per la presenza di marmettola nella rete idrica. Per la stessa causa, ai cittadini di Massa, la depurazione costa 400.000 euro l’anno.

Si assiste, inoltre, ad un effetto impermeabilizzante dell'alveo dei corsi d'acqua che scorrono a valle che aumenta il rischio di alluvione (per la riduzione dei tempi di corrivazione) e riduce il ripascimento delle falde di pianura, favorendone la salinizzazione.

Tutto questo senza alcuna ricaduta dal punto di vista occupazionale. Infatti, il numero dei lavoratori in cava, dal dopoguerra ad oggi, è stato ridotto ad un decimo a causa della meccanizzazione delle attività. Inoltre, l'esportazione della pietra in blocchi e lastre ha fatto chiudere gran parte dei laboratori artistici ed artigianali di lavorazione del marmo. Il rumore, le polveri, il traffico, la distruzione dei sentieri e delle sorgenti sta distruggendo il turismo montano escursionistico.  Ora, la provincia di Massa Carrara ha un tasso di disoccupazione superiore alla media regionale e nazionale. Il Comune di Carrara è tra i più indebitati d'Italia a causa delle spese dirette ed indirette dovute al comparto marmifero che soffoca qualsiasi altro tipo di economia.

I costi che gravano sulla comunità sono enormi e impossibili da ripianare. Uno studio, svolto nel 2006 dagli Amici della Terra della Versilia assieme a professionisti e sindacalisti del settore, finanziato dalla Regione Toscana, ha stimato una perdita netta per la collettività di 155 euro per ogni tonnellata di marmo estratto. Una cifra enorme se si stima che, oggi, la quantità di marmo estratta nelle Apuane è di 5 milioni di tonnellate l'anno. Ciò non ha impedito, nel 2014, di approvare un Piano Paesaggistico fortemente condizionato dagli interessi dei proprietari e dei concessionari delle cave.

 

Il Piano Paesaggistico e… quello d’Indirizzo Territoriale

Tuttavia, il piano adottato avrebbe mandato in chiusura definitiva una trentina di cave che lavoravano in violazione delle leggi, prevedendo il recupero lavorativo per il centinaio di occupati interessati alla cessazione progressiva delle attività illegittime   favorendo la rinaturalizzazione dei luoghi. Ma, tutto questo è stato cassato con l'approvazione del Piano d'Indirizzo Territoriale (PIT), sempre nel 2014, per accordi intercorsi con le aziende escavatrici.

Nel 2020, le cave presenti nel Parco delle Apuane erano 60, di cui 40 in infrazione (30 fra esse segnalate alla procura). Gli illeciti riscontrati sono stati all’origine dei fatti alluvionali del Carrione del 2014. Oggi, le cave attive nel Parco sono oltre 100. Sono state nuovamente autorizzate cave che erano chiuse dal 1980 e che erano state persino rinaturalizzate, come cava Peghini. Le cave attive sono state ampliate, sia in superficie che in sotterraneo.

I proprietari delle cave hanno addirittura chiesto di eliminare le poche regole riportate nel nuovo Piano Integrato del Parco fermandone l'iter di approvazione con un ricorso al TAR. Per assurdo, il Comune di Seravezza si è accodato nella firma del ricorso, nonostante faccia parte del Consiglio Direttivo del Parco.

 

Che fine fa la montagna… e il marmo.

Mentre le montagne vengono demolite, c’è chi mistifica la distruzione richiamando all’immaginario collettivo le opere di Michelangelo e la tradizione dei laboratori artistici di marmi. Una retorica fuorviante, visto che i laboratori sono quasi tutti scomparsi e il marmo viene esportato grezzo o addirittura macinato per fare carbonato di calcio e inerti. 

Dall’antichità al 1990, si stima siano state scavate 500.000 tonnellate di marmo. Dal 1990 ad oggi, le tonnellate sono diventate 30 milioni, mediamente 1 milione di tonnellate l’anno. L’aumento però è concentrato in questi ultimi anni, in cui saremmo arrivati a 5 milioni di tonnellate l’anno e solo 50.000 sarebbero di statuario. La gran parte del marmo scavato è venduto in blocchi e in lastre semilavorate, destinato all'estero per la produzione di rivestimenti e pavimenti di centri commerciali e di edifici pubblici negli Emirati Arabi ed in Cina, dove ormai da tempo hanno raggiunto l'autonomia di trasformazione della materia prima in prodotto finito.

Un’altra grande porzione di montagna viene frantumata per la produzione di carbonato di calcio che finisce: nei formaggi e nel pane come integratore alimentare, nella carta in quanto migliora il grado di bianco, di opacità e di lucido consentendo un elevata qualità di stampa, e nell’edilizia per la produzione di cemento, malte da muratura, intonaci, colle per piastrelle e ghiaia.

 

Che hanno fatto gli ambientalisti e… cosa ha fatto la Cassazione.

Per fermare questa distruzione, nel 2022, Amici della Terra, La Pietra vivente, Mountain Wilderness e VAS - Verdi Ambiente e Società avevano impugnato il Piano Integrato Territoriale con valenza di Piano Paesaggistico Regionale. Ma la Cassazione a Sezioni Unite, (https://sosapuane.org/documentazioni/)   nel luglio 2023, ha dato torto alle associazioni.

La motivazione della sentenza - francamente incomprensibile – dice che: “la difesa dei valori naturalistici non è un valore finale e assoluto”, contrariamente a quanto afferma l'art.9 della Costituzione. Ma, non basta: le associazioni sono state condannate a oltre 50.000 euro di spese processuali. Beneficiari della cifra sono: Ministero dell'Ambiente, Regione Toscana e la Società Henraux, alla quale si dovrà versare la somma di ben 22.178,62 euro.

 

L’estrazione vince… la montagna perde. Per ora.

La Società Henraux è un'azienda che si accinge a demolire il Monte Altissimo. L'estrazione prenderà avvio dalla cresta della montagna, a quota 1200 metri e, dopo aver sconquassata in superficie l’intera area delle Cervaiole e demolito il Pizzo di Falcovaia, proseguirà l’opera di distruzione in galleria. I Piani Attuativi di Bacini Estrattivi (PABE) dell'Altissimo prevedono, in 10 anni, di asportare 1.500.000 metri cubi di montagna. Un'azienda che, con 30 milioni di fatturato medio l'anno, denuncia un utile di € 50,000 e alla quale il Comune di Seravezza intende cedere 700 ettari di montagna (7.000.000 di mq., circa 1.000 campi di calcio!) per la cifra – imbarazzante! - di 1 milione di euro, cioè 14 centesimi a metro quadrato, rateizzati in 10 anni rinunciando alla rivalsa per il riconoscimento dell'occupazione abusiva di terreni di uso civico, di proprietà della comunità di Seravezza. 

 

Non finisce qui… aiutateci a reagire!

Per dare seguito ad una battaglia di civiltà a difesa delle Apuane e salvaguardare la biodiversità e l'acqua che custodiscono, per riaffermare i valori dello Stato di diritto e della Costituzione, chiediamo di partecipare alla raccolta fondi e di promuoverla. Il denaro raccolto servirà per far fronte alle spese legali e presentare ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

Qualsiasi contributo, anche di pochi euro, darà la possibilità di contrastare la distruzione di un patrimonio unico come le Apuane. I versamenti possono essere fatti:

  • su conto di Banca Etica, intestato a Amici della Terra Versilia, IBAN IT27 Q050 1802 8000 0002 0000 154
  • oppure con carta di credito o PayPal accedendo alla pagina crowdfunding: https://sostieni.link/34608 

 

*Angela Giudiceandrea è una storica dirigente degli Amici della Terra della Versilia