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2026-02-18 15:29

Il Vecchio Vizio del Catastrofismo e i Suoi Effetti Politici

IL FALSO STUDIO SUL CLIMA

di: 
Mario Pileggi*

A partire dal caso dello studio sull’impegno economico del cambiamento climatico, pubblicato e ritrattato da Nature, l’autore spiega come l’opinione pubblica, la politica e la scienza possono essere condizionate dal catastrofismo e valuta le fragilità del Green Deal europeo.

In Copertina: Un ritaglio del Volume 628, Issue 8008 di Nature, 18 Aprile 2024

 

L’articolo di Nature del 2024 The economic commitment of climate change e la sua ritrattazione del dicembre 2025 sono diventati un caso emblematico di come funziona il rapporto fra scienza, media e politiche sul clima.

Nonostante l’enorme risonanza internazionale dello studio – che prevedeva un possibile crollo del 62% del PIL mondiale entro fine secolo a causa del cambiamento climatico – in Italia la vicenda è stata quasi ignorata: pochissime testate ne hanno parlato e nei talk show il tema è rimasto sostanzialmente assente. A rompere il silenzio, il 10 dicembre scorso, è stato un video di Federico Rampini su corriere.it, significativamente intitolato L’Apocalisse climatica che era un falso”, e da un articolo del Foglio dal titolo “Ritirato lo studio catastrofico sul cambiamento climatico”.

Eppure, lo studio firmato da Kotz, Levermann e Wenz del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK) ha avuto, nel 2024, un impatto enorme: ha influenzato la percezione globale del rischio climatico, la comunicazione pubblica, la definizione degli scenari usati da banche centrali e istituzioni finanziarie, oltre a fornire nuova linfa alle politiche climatiche più aggressive.

L’enorme portata mediatica e accademica del lavoro è facilmente quantificabile. Gli indicatori bibliometrici di Nature mostrano oltre 326.000 accessi alla pagina dello studio, 241 citazioni accademiche e un punteggio Altmetric (che misura l’attenzione ricevuta online dallo Studio) di 4.998, tra i più elevati mai registrati. Una rassegna di Carbon Brief lo ha classificato come il secondo articolo sul clima più visibile mediaticamente nel 2024, secondo solo a uno studio sulla perdita di ghiaccio in Antartide. Retraction Watch, ripercorrendo la vicenda dopo la ritrattazione, ha sottolineato come l’articolo fosse stato consultato più di 300.000 volte, entrando stabilmente nel dibattito sia specialistico che pubblico.

In pratica, non si trattava di uno studio qualunque, ma di uno di quei lavori che — almeno temporaneamente — cambiano il modo in cui si parla di futuro.  Anche perché, secondo il modello econometrico proposto dagli autori, il cambiamento climatico già in atto avrebbe potuto ridurre il reddito globale del 19% entro il 2050 e fino al 62% del PIL mondiale entro il 2100, con costi annuali stimati intorno ai 38.000 miliardi di dollari entro il 2049 per danni ad agricoltura, infrastrutture, produttività e salute umana.

La forza dello studio non risiedeva soltanto nell’entità delle stime, ma anche nel contesto politico in cui veniva pubblicato: un’Unione Europea impegnata nel Green Deal, banche centrali sempre più attente a integrare il rischio climatico nei propri mandati, governi alla ricerca di numeri semplici e immediati per giustificare politiche ambiziose.

Ed è qui che emerge l’aspetto forse più sorprendente — e meno noto al grande pubblico. Lo studio di Nature non è rimasto confinato all’ambito accademico, ma è stato rapidamente incorporato nei modelli ufficiali del sistema finanziario internazionale. Il Network for Greening the Financial System (NGFS), che riunisce oltre 150 banche centrali e autorità di vigilanza, tra cui BCE, Bank of England, Federal Reserve, Banca d’Italia e People’s Bank of China, ha adottato una funzione di danno climatico direttamente ispirata allo studio di Kotz et al.

Le conseguenze sono state immediate e rilevanti. Gli impatti economici stimati negli scenari NGFS sono risultati fino a quattro volte più elevati rispetto alle versioni del 2022; i rischi fisici del clima hanno raggiunto proiezioni fino a una perdita del 45% dell’output globale entro il 2100; queste nuove funzioni di danno sono diventate il riferimento per tutti gli stress test climatici internazionali.

Nel Financial Stability Review 2024 e nei successivi stress test, la Banca Centrale Europea ha dichiarato esplicitamente di aver adottato gli scenari NGFS aggiornati, osservando che «le nuove proiezioni indicano impatti macroeconomici più significativi del previsto». Analogamente, nel rapporto sul Climate Biennial Exploratory Scenario, la Bank of England ha rilevato che «gli impatti nei nuovi scenari risultano più elevati a causa di nuove evidenze empiriche». La Federal Reserve, nei documenti del Climate Stress Test Pilot 2024, ha affermato che «gli scenari utilizzati riflettono le funzioni di danno NGFS più aggiornate», mentre la Banca d’Italia, nel Rapporto sulla Stabilità Finanziaria 2024, ha ribadito che «gli scenari climatici NGFS costituiscono la base per le valutazioni della Banca».

In pratica, lo studio di Nature del 2024 non è stato soltanto un episodio scientifico: per oltre un anno è diventato un riferimento globale nella costruzione degli scenari economici che guidano politiche climatiche ed energetiche, supervisione bancaria, gestione del rischio e comunicazione pubblica. Ha contribuito a rafforzare una narrativa sui danni economici potenzialmente enormi del cambiamento climatico — fino a decine di punti di PIL mondiale — ed è stato utilizzato, direttamente o indirettamente, per giustificare l’urgenza di politiche ambiziose e stress test finanziari sempre più severi.

La ritrattazione del dicembre 2025 impone quindi una riflessione profonda sulle modalità con cui la ricerca scientifica sul clima viene tradotta in numeri, narrazioni e decisioni politiche, e sui rischi legati a un uso eccessivamente catastrofista di risultati ancora fragili o non consolidati. Alla luce del Rapporto su Obiettivi e Realtà delle Politiche Climatiche e di quanto emerso durante la XVII Conferenza Nazionale sull’Efficienza Energetica degli Amici della Terra, questa vicenda non appare come un semplice errore tecnico, ma come il sintomo di un problema strutturale che ha contribuito al fallimento del Green Deal europeo. Un problema riconducibile a tre tendenze ricorrenti: la dipendenza da scenari estremi non sempre fondati su basi solide; l’adozione di un approccio catastrofistico che spesso sostituisce l’analisi costi-benefici e il realismo; la definizione di obiettivi irrealistici — come la riduzione del 90% delle emissioni entro il 2040 — scollegati dai trend globali dell’energia e dell’industria.

La storia dello studio ritrattato diventa così un caso emblematico di come la selezione e l’amplificazione degli scenari più drastici possano trasformarsi in parte integrante di una strategia politica. In questa dinamica, la scienza rischia di diventare un acceleratore retorico: più un numero appare drammatico, più sembra adatto a giustificare misure urgenti e radicali. Ma una simile impostazione rischia di produrre politiche economicamente insostenibili, socialmente controproducenti e fondate su basi fragili.

I dati riportati nel “Rapporto su Obiettivi e Realtà delle Politiche Climatiche mostrano infatti che, a livello globale, tra il 1990 e il 2024 le emissioni di gas serra e i consumi energetici sono aumentati, nonostante decenni di impegni internazionali; che le fonti fossili coprono ancora oltre l’80% del fabbisogno energetico mondiale; e che l’Unione Europea ha sì ridotto consumi ed emissioni, ma al prezzo di una perdita di competitività industriale e di delocalizzazioni verso Paesi con standard ambientali più bassi e maggiore dipendenza dalle fonti fossili.

Ne emerge un bilancio chiaro: il Green Deal risulta inefficace sul piano climatico e costoso su quello economico e sociale. Da qui la necessità di un vero “reset” delle politiche climatiche europee, fondato su tre pilastri: neutralità tecnologica, senza escludere a priori alcuna opzione — incluso il nucleare; priorità all’efficienza energetica rispetto all’espansione indiscriminata di rinnovabili intermittenti; obiettivi climatici realistici, costruiti su analisi comparate dei dati globali e non limitate al solo contesto europeo.

* Mario Pileggi è geologo e Consigliere nazionale degli Amici della Terra