Oggi:

2026-05-20 14:54

Mi Prendo la Libertà di Dirvi Perché Voto SI’

REFERENDUM GIUSTIZIA

di: 
Rosa Filippini

Lo so che non c’entra niente con gli argomenti trattati dal giornale degli Amici della Terra e che potrei disturbare l’umore di chi non la pensa come me. Questi lettori mi perdoneranno ma, in questa occasione, mi prendo la libertà di andare “fuori tema”: domenica 22 andrò a votare sul referendum per la separazione delle carriere dei magistrati e voterò SI’.

In Copertina: Fac-simile della scheda referendum

 

A guardar bene poi, i motivi che mi spingono a intervenire hanno molto a che fare con il  metodo con cui l’Astrolabio, da sempre, ha scelto di affrontare la politica e, in questi ultimi 14 anni, le questioni ambientali. “Il recupero di questa grande tradizione riformatrice innova fortemente l’approccio tradizionale alle questioni ambientali e aiuta a correggere le facilonerie, le menzogne, i pregiudizi che caratterizzano tanta parte dell’informazione corrente su questi temi” scriveva Mario Signorino presentando questa nuova edizione del giornale nel 2012.

Beh, adesso facilonerie, menzogne e pregiudizi si sono allargate e dominano molti altri temi del dibattito politico, provocando danni permanenti alla società, alla democrazia e anche all’istituto referendario.

Intendo dire che i referendum servono (dovrebbero servire) a esprimere il parere diretto dell’elettorato su questioni che non sono esaurite dalla rappresentanza politica dei partiti. Si chiede agli elettori un giudizio su un problema trasversale agli schieramenti di maggioranza o di opposizione al governo del momento, un giudizio che non può prescindere dal merito specifico. Proprio come quando si ha a che fare con questioni ambientali, la realtà dei fatti,  deve (dovrebbe) prevalere sulle appartenenze di partito.

Al contrario, questa campagna referendaria si sta caratterizzando per una polarizzazione che non ha niente a che fare col contenuto della riforma su cui è richiesto il voto.  Peggio, esponenti della parte maggioritaria della sinistra hanno apertamente teorizzato un voto contrario pur essendo favorevoli ai contenuti della riforma, al solo fine di “dare una spallata al governo”. Finalità legittima in ogni contesto politico, ma estranea al senso stesso dell’istituto referendario che, così, rischia di perdere la sua funzione di decisione sovrana per diventare un maxi sondaggio senza alcun effetto formale.

Esagero? Vediamo.

I tre capisaldi della riforma sottoposta al referendum del 22 e 23 marzo, ovvero la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, il conseguente raddoppio del Consiglio Superiore della Magistratura e l’istituzione di un’alta corte disciplinare, costituiscono l’ovvio completamento di due precedenti riforme, quella cosiddetta Vassalli del nuovo codice di procedura penale del 1988 e quella cosiddetta del “giusto processo”, del 1999.

Le due riforme furono approvate, con ampia maggioranza parlamentare, in attuazione dell'art. 111 della Costituzione, al fine per garantire un processo basato sul contraddittorio tra parti in parità, dinanzi a un giudice terzo e imparziale.

Nessuno degli attuali sostenitori del No ha mai apertamente contestato queste riforme. Anzi, almeno per ciò che riguarda il PD (e i partiti e le classi dirigenti che negli anni hanno contribuito alla sua nascita e alla sua esistenza), possiamo parlare di aperto sostegno e di contributo diretto al disegno riformatore dell’ordinamento giudiziario, previsto e predisposto anche attraverso le disposizioni transitorie della Costituzione.

Ebbene, a completamento delle due riforme, anche la  separazione delle carriere è stata proposta e sostenuta dal PD in più fasi della vita politica degli ultimi 30 anni. Esattamente: nel 1997 la bicamerale di D’Alema discusse di separazione delle carriere e arrivò a prevedere due distinti CSM e una corte disciplinare; fra il 2001 e il 2007,  la proposta fu considerata nei programmi dell’Ulivo e discussa in Parlamento (all’epoca Luciano Violante la riteneva un obiettivo storico della sinistra riformista); nel 2014, il ministro Orlando (governo Renzi) introdusse un limite al passaggio da PM a Giudice; nel 2019, al congresso del PD, una mozione (firmata, fra gli altri, dall’attuale responsabile giustizia del PD Serracchiani) definì la separazione delle carriere “una riforma ineludibile”. Infine, il programma elettorale delle ultime elezioni politiche, nel 2022, contiene il proposito di completare la separazione fra giudici e PM con percorsi di carriera distinti.

Con questi precedenti, diciamolo, era difficile immaginare di condurre una campagna referendaria per il No. Si poteva decidere per il Sì, rivendicando molti meriti, in accordo con molte personalità di rilievo interne alla storia del PD e dell’intera sinistra, come i costituzionalisti Augusto Barbera e Stefano Ceccanti. Si è scelto, invece, di mettere da parte il contenuto effettivo della riforma lungamente attesa pur di non lasciare soli i grillini a sostenere i malumori dell’Associazione nazionale dei magistrati e delle sue correnti organizzate, la vera anima di contrarietà alla riforma.

Così è partita una campagna piena di pregiudizi e di menzogne, in base alla quale la riforma sarebbe nientemeno che l’anticamera di una svolta autoritaria con l’obiettivo specifico di sottomettere la magistratura al potere del governo.

Ma, non un solo passaggio della riforma interviene sui principi costituzionali che sanciscono l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Dunque, in mancanza di prove, è partita la ricerca del dettaglio che costituisca almeno un indizio del delitto che si starebbe consumando.

Come il tentativo di ridicolizzare il sorteggio come metodo di formazione degli organismi di autogoverno, lasciando intendere che esso avverrebbe su una base indistinta di cittadini e non, com’è ovvio e com’è nella realtà, su platee di volta in volta qualificate a svolgere le funzioni previste. O come l’accusa di restringere, in ogni organismo, la quota di rappresentanti togati rispetto ai laici: è vero il contrario, basta fare i conti.

Tuttavia - è vero -  il sorteggio non è affatto un dettaglio di questa riforma ma un serio tentativo di sottrarre la magistratura ai condizionamenti politici. Infatti, è solo il sorteggio che può rendere vani gli accordi sottobanco fra correnti (correnti che altro non sono se non il riflesso degli schieramenti politici nell’associazione dei magistrati) per la nomina delle posizioni apicali e per garantire la sostanziale impunità di quei magistrati che si rendano responsabili di gravi negligenze nell’amministrazione della giustizia.

Ma, di questi aspetti poco edificanti del sistema attuale, nel corso della campagna, hanno parlato esclusivamente i magistrati schierati per il Sì (ebbene sì, ce ne sono molti e coraggiosi, visto il rischio di ritorsioni che corrono esprimendosi a viso aperto) mentre il comitato del No cerca ancora di negare o minimizzare.

Infine, da parte di esponenti della politica che non possono nascondere né ignorare la realtà, come ad esempio l’ex presidente del Consiglio Monti, l’accusa si sposta sulle intenzioni: confermano di essere a favore della separazione delle carriere e degli altri aspetti della riforma ma… non si fidano delle intenzioni che sarebbero nella mente dei legislatori che hanno varato la riforma  e di chi, in questo momento, è al governo.

Io non so se questi autorevoli personaggi si rendano conto di negare in questo modo i presupposti stessi dello stato di diritto, che si fonda sul rispetto delle leggi così come sono approvate e scritte e non sul processo alle intenzioni future o eventuali. Quella era la Santa Inquisizione, non la democrazia.

Meno 'se', più realtà. Parola di Max Verstappen.

Quando si mettono troppi 'se' in un ragionamento si rischia di finire come l'intervista a Verstappen che, oltre ad essere un gran pilota, concede anche perle di saggezza: gli chiedono di scenari ipotetici in una gara appena terminata e lui liquida la domanda con un elegantissimo 'se mia mamma avesse le palle, sarebbe mio padre!'
Traduzione: restiamo nella realtà.

In questi giorni si sentono pareri di esperti (ce ne sono equamente e di pari valore sia a favore che contro) o illazioni e ragionamenti ipotetici basati su affermazioni di vari politici ove la critica che spesso emerge è che tale riforma aumenterebbe il controllo del Governo sulla Magistratura.

Leggendo il testo della riforma, non mi pare emerga alcun elemento a sostegno di questa critica, ma ho voluto provare a porre la seguente domanda ad una delle tante IA: “Mi interessa una tua valutazione basata esclusivamente sul testo della riforma (non su quello che dicono i favorevoli o i contrari) se e come eventualmente il Governo avrebbe più o meno potere sulla Magistratura”.

Questa la risposta:
“Di seguito trovi una valutazione tecnica, neutrale e basata esclusivamente sul contenuto della riforma, così come ricostruibile dalle fonti che descrivono che cosa cambia nel testo costituzionale — non su opinioni di favorevoli o contrari.

Parlerò quindi solo delle modifiche oggettive:
• separazione delle carriere,
• sdoppiamento del CSM,
• istituzione dell’Alta Corte disciplinare,
• introduzione del sorteggio,
• modifica degli articoli costituzionali 87, 102, 104, 105, 106, 107, 110.

La risposta, basata solo sulle modifiche testuali, è: formalmente, la riforma NON attribuisce nuovi poteri diretti al Governo sulla Magistratura.
Dalle fonti risulta che nessun articolo riformato introdurrebbe poteri di nomina, controllo o indirizzo politico dell’esecutivo sui magistrati, né nei CSM né nell’Alta Corte disciplinare.
La Presidenza della Repubblica rimane presidente dei CSM — sia quello dei giudici sia quello dei PM. Il governo, in senso formale e costituzionale, non ottiene nuove leve dirette.”

Per sciogliere ogni dubbio, provate!

Nessuno vuole la politica nella Magistratura: su questo, mi auguro, non ci sono dubbi ma vi è un dato che non sembra supportare che le elezioni vadano, al momento, in tale direzione.

Dei circa 10000 magistrati italiani solo circa il 20% appartiene ad una corrente, ma nel CSM attuale ben 18 togati, dei 20 eletti, appartengono ad una corrente. La probabilità che in una elezione “pulita” ciò possa accadere è circa di 1 su mille miliardi …praticamente impossibile. Nel CSM precedente (2018-2022) pure peggio: 16 togati eletti su 16 appartenevano ad una corrente. A meno che non vogliamo raccontarci che tutti e soli i magistrati migliori appartengono ad una qualche corrente, non trovate un minimo “sospetto” tale dato?

La Magistratura svolge una funzione troppo importante per permettere anche il solo sospetto di avere persone politicizzate nei ruoli chiave.

Io, invece, voterò NO

Voglio partire da una analisi fatta dal parlamentare PD Giorgio Armillei (rimpiango la sua morte) nella relazione pronunciata in occasione della Assemblea Nazionale di LibertàEguale, Orvieto, il 28.9.2019 per sostenere la separazione del CSM e, quindi, delle carriere.
“Tra sistema politico e giudici i costituenti disegnarono un equilibrio sul quale non poteva non pesare il medesimo complesso del tiranno (l’espansione dei poteri dell’esecutivo) che condizionò le disposizioni sulla forma di governo parlamentare. Ne venne fuori un compromesso tra le istanze di autonomia e quelle di connessione con il potere politico, tenendosi ben distanti da un lato dal modello dell’elezione popolare dei magistrati e dall’altro dal modello oligarchico liberale dell’incardinamento dei pubblici ministeri nel sistema della burocrazia ministeriale.
Nacque una specie di modello misto nel quale si sarebbero dovuti impastare autonomia della magistratura, influenza parlamentare mediata dal CSM e ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica. Il tutto dentro il dogma dell’unicità della natura giurisdizionale dell’attività dei magistrati, quella delle Procure e quella dei giudici. Unico dunque è l’ordine, unica la carriera (con passaggi dall’uno all’altro ruolo resi più o meno difficili), unico il Consiglio superiore della magistratura chiamato a governare il sistema, unico il mondo di riferimento professionale. A suggello il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale per evitare di dover rendere sindacabili le scelte di politica giudiziaria delle Procure. La partita si chiuse così.”
Detto questo, Armillei sosteneva la separazione delle carriere e del CSM, come fa ancor oggi il costituzionalista pisano Ceccanti, suo amico, entrambi ex parlamentari PD ed ex dirigenti della FUCI, l’associazione a cui anch’io sono debitore del mio percorso culturale e spirituale.
Entrambi, però, si ponevano la domanda: “come introdurre una separazione in sede di autogoverno tra giudici e procuratori senza minarne autonomia e indipendenza?”. Entrambi, perciò, non favorevoli al sorteggio dei membri togati del CSM o dei CSM.
Credo però che ci sia anche un’altra grave questione: come riuscire a controllare il grande potere dei magistrati requirenti, quando nei fatti sono loro a decidere la priorità degli interventi da fare in campo penale, dato che la incolmabile scarsezza di personale e di fondi fa sì che l’obbligatorietà dell’azione penale non può coprire tutti gli interventi che dovrebbero essere teoricamente fatti?
I PM sono molto inferiori in numero rispetto ai magistrati giudicanti e nell’unico CSM la proporzione viene grosso modo rispettata. Per questo, la medesima formazione culturale, il continuo confronto nelle associazioni dei magistrati, l’unicità del CSM sono tutti fattori che attualmente moderano l’eventuale eccessivo protagonismo corporativo da qualunque categoria funzionale provenga.
Ma cosa accadrà nel caso in cui i PM si dovessero trovare tutti e soli in uno specifico CSM, magari anche dopo una formazione pensata ad hoc per loro e dopo una riduzione del peso delle associazioni dovuta al sorteggio, magari con il potere mediatico che si abbuffa al di là del lecito sulle notizie, anche sotterranee, che provengono dalle procure, influenzando l’opinione pubblica e distorcendo la correttezza del dibattito politico?
Armillei capiva che la Costituzione era stata giustamente condizionata dal ‘complesso del tiranno’, così forte subito dopo la caduta del fascismo, ma pensava che la democrazia liberale fosse ormai una conquista assodata in Italia, per cui non sarebbe più necessario mantenere del tutto intatto l’attuale assetto, ché oggettivamente presenta qualche problema, invero più teorico che pratico, sul versante della terzietà del giudice, il giudice terzo e imparziale come dice l’art.111 della Costituzione.
Inoltre in uno Stato compiutamente liberale e democratico, onestamente gestito, i cittadini potrebbero guardare con favore una diminuzione del potere complessivo dei magistrati, generati da concorsi professionali, a favore di coloro che traggono invece il loro potere dal voto popolare.
Tutte le regole, e non solo loro, hanno dei pro e dei contro. In ogni tempo e in ogni luogo il peso dei pro e dei contro varia a seconda delle situazioni e quindi varia il loro giusto bilanciamento.
Ci dobbiamo, quindi, domandare: possiamo abbandonare, nel nostro orizzonte decisionale, il ‘complesso del tiranno’? Davvero viviamo in uno Stato compiutamente liberal-democratico?
Forse sì dal punto di vista istituzionale, almeno spero, ma da altri punti di vista, economico, sociale, politico e morale, sicuramente no. E sono punti di vista essenziali!
Questa è la mia conclusione dopo aver personalmente sperimentato l’impegno in campo sociale e politico, dopo aver studiato, riflettuto, scritto, tenuto confronti pubblici.
Più del governo Meloni, mi impauriscono piuttosto l’indifferenza politica e morale di tanta parte della nazione, la non partecipazione pubblica dei cittadini, la crisi dei partiti politici, il connubio di potere troppo stretto tra politica, economia e tecnologia, quello che Papa Francesco ha chiamato il paradigma tecnocratico che schiaccia libertà e democrazia, l’umanità.
La lotta per la libertà e la democrazia non si può permettere pause: è perenne. Il ‘complesso del tiranno’ ci deve perennemente condizionare, perché il ‘buon tiranno’, è sempre una tentazione di fronte alla farraginosità della democrazia liberale!
Non ci possiamo limitare agli aspetti propriamente tecnici, ma dobbiamo analizzare anche quelli sociali, economici, ambientali, politici, culturali su cui le decisioni tecniche inevitabilmente e pesantemente influiscono. Chi sostiene l’eminenza degli aspetti tecnici, fa il gioco di chi vuole governare di soppiatto le scelte veramente importanti. I tecnici saggi hanno il dovere di esaminarlo e di capirlo.
Non ci possiamo permettere di avere un sistema organizzativo dell’autonomia della magistratura che non veda ancora il prezioso apporto parallelo ma unitario di ambedue le tipologie di magistrati, i giudicanti e i requirenti, in un unico CSM. Chi altro potrebbe mediare le differenti esigenze della magistratura se non un unico CSM? Chi medierebbe i diversi input provenienti da due CSM? La politica, forse; o piuttosto il compromesso corporativo, complici l’economia e la tecnologia? O, ancor peggio, si pensa che non ci sia necessità di mediazione, proprio per far decadere piano piano, sospinta dalle contraddizioni, la forza della presenza istituzionale della magistratura?
La magistratura ha il compito di punire chi è colpevole di fronte alla legge. È un compito sicuramente ingrato, che non sollecita simpatie. In caso di errori, sempre possibili, può diventare illiberale e ingiusto, eppure è un compito così necessario proprio per innalzare il livello di libertà e di onestà in cui vivono i cittadini, specie ora, con l’attuale complessità sociale!
I tre poteri classici, quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario devono essere ben bilanciati in uno Stato liberale. Il potere esecutivo, il Governo, ha già rosicchiato abbondantemente il potere legislativo, quello del Parlamento. Ci possiamo permettere di fargli rosicchiare anche una parte di quello giudiziario? Credo proprio di no: teniamoci stretta la nostra Costituzione, almeno nei suoi punti cardine!
Chi potrebbe avere l’autorità sufficiente per tenere alta l’autonomia e l’efficienza della magistratura: membri sorteggiati o eletti? I sorteggi sono stati per un breve periodo tentati anche nelle strutture di autonomia universitaria. Li abbiamo abbandonati dopo averne riscontrato tutte le deficienze: non tutti i bravi professori sono bravi nell’individuare le modalità migliori per sviluppare le funzioni delle università. Immagino che sia lo stesso per i magistrati!
Certo nell’attuale sistema ci sono delle storture che devono essere raddrizzate. Devono essere sempre ridotti al minimo gli inevitabili ‘contro’ che accompagnano ogni sistema. Se questo non viene fatto a sufficienza è perché c’è una crisi di responsabilità e democrazia che investe tutto il paese. Il modo spesso scorretto con cui funzionano le ‘correnti’ nella magistratura fa il paio con il modo scorretto con cui spesso funzionano i partiti nella politica. È inevitabile che i disonesti cerchino di entrare là dove c’è potere, qualsiasi tipo di potere; là dove non c’è potere che ci andrebbero a fare?! Bisogna smascherarli, di continuo, senza scandalizzarsi, ma con grande decisione!
Spetta ai magistrati e ai cittadini mettere riparo a queste storture. Correnti e partiti non sono istituzioni, sono associazioni che nascono solo per volere dei magistrati e dei cittadini e che dipendono interamente dal modo con cui magistrati e cittadini vogliono che funzionino. Interventi dall’esterno, volti a togliere responsabilità alle correnti o ai partiti, hanno un unico risultato: la diminuzione di democrazia ed efficienza del sistema, perché senza di essi gli egoismi personali e corporativi, favoriti dal paradigma tecnocratico, non avrebbero più limitazioni.
Infine, è l’ora che il quarto potere, quello mediatico, allenti la sua presa dettata dal profitto per assolvere il suo fondamentale compito di ben informare. La libertà di informazione è essenziale, ma lo è nella misura in cui rende liberi i cittadini e non scorrettamente condizionati!